Europa: calcio greco, chanche francese. E l’Italia vota a metà strada

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 7 Maggio 2012 12:34 | Ultimo aggiornamento: 7 Maggio 2012 12:34

ROMA – Dalla Grecia il calcio dell’asino, dalla Francia l’ultima chanche. Per chi il colpo di zoccolo e insieme l’ultima, possibile ma non sicura, via di uscita? Per l’Europa. Ma attenti a fare spallucce, a pensare che l”Europa sia Bruxelles. L’Europa ammonita e colpita, l’Europa a un passo dall’esser rifiutata oppure ripresa per i capelli è Parigi, Roma, Berlino, Madrid, è casa nostra, casa vostra, i vostri soldi, i nostri soldi. E anche se a prima vista interessa poco, l’Europa che rischia è la nostra storia.

Il voto greco, il voto dei greci ha detto con chiarezza crudele che l’Europa e l’euro con le regole che ci sono finora e con l’applicazione di quelle regole finora messa in atto e solo con questa combinazione di regole e azioni, questa Europa si sfascia. Si sfascia perché gli elettorati non ci stanno. Quello greco è il primo e sotto certi aspetti il più “viziato” dalla sua storia recente e della sua rappresentanza politica. Ma la pagina scritta, liberamente e democraticamente scritta, dall’elettorato greco domenica 6 maggio 2012 sembra una pagina tal quale la cronaca storica del primo dopoguerra, degli anni venti e trenta del secolo scorso. Una forte destra chiaramente fascista e orgogliosa di esserlo, forte nei numeri e con base popolare. Una forte sinistra comunista anti sistema. Con forme di osmosi tra gli elettorati dell’uno e dell’altro. Il rifiuto delle “sanzioni” straniere, il richiamo alla patria e alla terra. L’anticapitalismo, la finanza, magari “ebrea” da mettere in condizioni di non nuocere. E in mezzo, tra la destra fascista e nazista e la sinistra comunista o anti sistema, partiti e forze poilitiche debolie  comunque non in grado di governare. Oppure, se governano, lo fanno contro la pubblica opinione e l’elettorato. La storia non si ripete mai ma si somiglia spesso, Atene  2012 somiglia a Weimar 1930.

Il voto greco dice che ad Atene il default può essere non solo del debito pubblico ma anche della democrazia parlamentare. Gli elettori greci dicono che non vogliono pagare gli interessi sul debito contratto con l’Europa, dimenticano o fanno finta di dimenticare che, anche senza pagare quegli interessi, il loro Stato è in deficit e se l’Europa si ritira o viene buttata a mare a furor di voto, allora tra due mesi la Grecia non paga più stipendi e pensioni ai greci. E non perché ci sono i “cattivi” tedeschi a non sborsare o a voler incassare, ma perché la Grecia non ha più soldi in cassa e neanche nessuno che glieli presti dopo l’eventuale “cacciata dell’unno”. Al default finanziario trasformato in stipendio e pensione non pagato la democrazia salta. Eppur la Grecia rifila all’Europa il calcio dell’asino e invita il cittadino Otto Schmidt, il tedesco elettore tipo, a chiedere al suo governo di reimbarcare gli euro e lasciare i greci al loro destino. Il treno greco corre su questo binario e questa corsa dice che l’Europa così come è e così come oggi appare agli elettorati non regge, salta.

Il voto francese consegna all’Europa l’ultima chanche. E’ possibile mantenere il patto di bilancio, cioè l’impegno di tutti gli Stati e governi a non fare più deficit, magari non dal 2013 o dal 2014 ma dal 2015/2016, e contemporaneamente dare al continente un po’, un bel po’ in più di occupazione, di lavoro che sta svanendo? Ricominciare a far debito non si può, chi lo fa durerebbe dai sei ai dodici mesi. Francois Hollande non sembra tentato da questa strada. Tentatissimi, per stare alla nostra geografia politica, sono invece Nichi Vendola, Stefano Fassina, Susanna Camusso. Ma Hollande su questo punto li deluderà presto: non “denuncerà” il fiscal compact. Pretenderà, cercherà invece di affiancarlo con imponenti ma mirati investimenti pubblici per pubbliche infrastrutture. Ci proverà, probabilmente non dovrà neanche torcere il braccio alla tedesca Merkel per provarci, anche la Germania a suo modo cercherà di cogliere la chanche che viene da Parigi. E’ questa l’unica, l’ultima possibilità: unire al rigore di bilancio, al basta debito, una spesa pubblica che produca lavoro. Se va, va ad imboccare la via d’uscita. Se non va l’Europa si sfascia, ciascun per sé e dio per tutti. In Italia sarà particolarmente dura perché la spesa pubblica produttiva e mirata è un genere poco noto. Siamo esperti di spesa clientelare, assistenziale, assuefatti a finanziare a debito e a deficit tutto, dalle Regioni ai cantieri. Se anche Hollande apre una via d’uscita più o meno di intesa con la Merkel non è per niente detto che l’Italia abbia l’agilità e l’intelletto per infilarcisi.

Non è detto ma neanche escluso: l’Italia sta votando, oggi 7 maggio per le sue amministrative, tra un anno al massimo voterà per le sue politiche e , potete scommetterci, sarà un voto metà francese e metà greco:  offrirà a un riformismo di sinistra una chanche, una sola e piccola e insieme premierà e promuoverà “forme” di destra e di sinistra molto simili ai fantasmi del primo dopoguerra, solo che non sono e non saranno fantasmi.