Fifi, 13 anni: quegli ultimi dieci secondi della sua vita

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 18 giugno 2018 8:48 | Ultimo aggiornamento: 18 giugno 2018 13:23
Fifi, 13 anni: quegli ultimi dieci secondi della sua vita

Fifi, 13 anni: quegli ultimi dieci secondi della sua vita

ROMA – Fifì aveva tredici anni fino a pochi giorni fa. Fifì, alcuni giornali raccontano che così venisse chiamato in vita Francesco Filippo. O così alcuni giornali hanno chiamato Francesco Filippo in morte. Fifì che ha avuto tredici anni fino alle quattro di un mattino, alle quattro di una notte. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Quella notte come tante altre Fifì dormiva nel soppalco di casa sua insieme a suo fratello Raniero, fratello minore, minore non di tanto, qualche anno. Quella notte una presa elettrica accende scintilla e incendio. E incendio e fuoco e casa che brucia e fumo, fumo che intossica.

Si può scappare, a sbrigarsi si può scappare. Mamma e papà lo fanno portandosi in braccio gli altri due fratellini. Scappano camminando su un cornicione largo trenta centimetri. Scappano dopo aver chiamato, svegliato, Fifì e Raniero. I due fratellini più grandi devono scendere le scale per venir giù dal soppalco. Fifì lo fa, è sceso, è giù, sta per essere l’ultimo della fila di chi si sta mettendo in salvo. Mamma, papà, i due fratellini piccoli, poi lui. Ma Fifì si accorge che Raniero non è giù, non è sceso, non è dietro di lui. Raniero non si sta salvando. E Fifì si ferma, si gira, torna indietro a prendere il fratello.

Fifì non arriverà mai a prendere Raniero: il fumo tossico gli inonderà i polmoni e lo ucciderà. Lo stesso fumo che ha ucciso il fratello più piccolo, Raniero appunto. I corpi di entrambi raccontano le cronache saranno trovati non molto distanti l’uno dall’altro. Entrambi non bruciati o consumati dal fuoco, entrambi sono morti avvelenati, asfissiati dal fumo.

Mentre moriva, mentre stava morendo Fifì che aveva tredici anni non riusciamo a non immaginare abbia avuto dieci secondi di consapevolezza, dieci secondi in cui ha pensato a se stesso che stava per morire.

Dieci secondi…avrà provato paura Francesco Filippo che aveva tredici anni? No, paura no. Avesse avuto paura, non sarebbe tornato indietro a tentare di prendere Raniero.

Paura no, forse dispiacere. Un dispiacere intenso e vero e profondo che gli deve essere venuto dal non esserci riuscito. Gli era sembrato potesse farcela, non era tornato indietro immaginando anche solo la possibilità di non farcela. Lui era sicuro di farcela, cola sicurezza e certezza che a tredici anni si ha di essere già un uomo.

Paura no, dispiacere, quasi rabbia per non avercela fatta in quei dieci secondi di consapevolezza. Consapevolezza di morire. E immaginiamo quasi una sorta di sorpresa, sgomento. Come è possibile mi tocchi morire, qui, ora, a tredici anni? Uno stupore lucido e al tempo stesso accecante. Il percepire, il sentire: sto morendo, i miei ultimi secondi.

Il vivere in quei secondi l’intollerabilità del morire a tredici anni. E del morire come conseguenza di un atto, una scelta d’amore. L’amore per Raniero, per il fratellino. Forse nei suoi ultimi dieci secondi di consapevolezza Fifì che aveva tredici anni deve aver avvertito una quasi incredulità per quanto è storto e ingiusto e infame il destino o qualunque nome si voglia dargli: caso, fatalità, caos, divinità.

Dieci secondi, i suoi ultimi, in cui Fifì che aveva tredici anni deve aver, forse, chiuso gli occhi sapendo che non stava per dormire, ma per morire. Dieci secondi,gli ultimi di Fifì che aveva tredici anni cui non si riesce a non pensare. Ci pensi la sera del primo giorno in cui Fifì è già morto, ci pensi prima di andare a dormire nella prima notte in cui Fifì non c’è più. Ci pensi a quei dieci secondi al mattino del primo giorno che Fifì non vive più.

Ci pensi e insieme pensi quanto sia assurda l’idea che esista un supremo regolatore delle cose umane. Se esiste un supremo regolatore, di certo non regola e dispone a misura d’uomo. La divinità antropomorfa che decide e dispone se Fifì e Raniero dovessero continuare a vivere o no non esiste. Se esistesse in questa forma sarebbe davvero un supremo regolatore maligno.

Ci pensi a quei dieci secondi e pensi che ora gli umani tutti svilupperanno le liturgie consolatorie: i palloncini in cielo, applauso ai funerali, gli officianti che parlano di altra vita, di accoglimento nella casa del padre…

Il più grande giornale d’Italia ha salutato Fifì in prima pagina come eroe e ha pubblicato una foto di Francesco Filippo e Raniero insieme. In quella foto, da quella foto emana come fosse forza tangibile la complicità vitale, l’intimità gioiosa, la fraternità. Quella foto emana vita stessa. Vita stessa che ora guardando quella foto senti come quasi importuna, sfacciata di fronte a Fifì che è morto che aveva tredici anni e di fronte a Raniero che è morto. C’è troppa vita in quella foto, per te che la guardi e sai dei due fratellini morti è quasi insolente quella troppa vita.

E da quella foto e dal pensiero di quei dieci secondi non riesci ad uscire. Ti danno quella cosa che indurisce la gola. Ogni volta che ci pensi ti viene quella sensazione lì. Forse perché sei vecchio. Forse è per questo che non riesci ad uscire da quella foto, quella foto ti tiene prigioniero.

E un pensiero che non sai bene cosa significhi si propone e ripropone, in un loop che non sai dove gira: nel tuo cervello, stomaco, gola. Non sai se è emozione o ragionamento e il pensiero è: in quei dieci secondi, quegli ultimi dieci secondi di Fifì prima di morire a tredici anni, insegnano, mostrano cosa è la vita.

Dieci secondi di consapevolezza per Fifì prima di morire, li immagini e, irrazionale per irrazionale, impossibile per impossibile, invece che immaginare per Francesco Filippo e Raniero un altro mondo e un’altra vita, immagini di poterglieli dare di tuo, dei tuoi dare dieci secondi a Fifì. Altri dieci secondi di vita a Fifì, dei miei. E altri dieci e altri dieci e altri dieci e altri dieci e altri e altri…Dieci secondi da ciascun umano che guardando quella foto capisca, senta il sapore forte e aspro della vita e sappia piangere davvero lo sfregio alla vita che è nella morte di Fifì e Raniero.

Dieci secondi di vita per i due fratellini, dieci secondi della nostra vita per loro da cento, mille, diecimila umani. Sai che è uno scambio, una colletta impossibile, più che impossibile. Ma sai anche che sarebbe l’unico scambio giusto e decente di fronte all’indecenza ontologica di Fifì morto a tredici anni mentre andava a salvare Raniero, fratello più piccolo morto anche lui.