Genova insegna: non è un paese per Cottarelli

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 22 Novembre 2013 15:18 | Ultimo aggiornamento: 22 Novembre 2013 16:36
Carlo Cottarelli

Carlo Cottarelli

ROMA – Visto l’altra sera in tv dalla Gruber, visto per quasi tre quarto d’ora di fila, visto per la prima volta in diretta, visto che Carlo Cottarelli con l’Italia “non ci azzecca” (come avrebbe detto una buonanima della politica, solo della politica per il resto lunga e sana vita). Non ci azzecca, non combacia, non coincide perché Carlo Cottarelli ha fondato tutte le sue risposte a Lilli Gruber, tutte le sue argomentazioni, e quindi è lecito supporre tutta la sua impostazione-azione di Commissario-revisore della spesa pubblica italiana, su un pilastro, un fondamento,un’architrave: la spending review si farà, riuscirà perché gli italiani si renderanno conto, già si rendono conto che gli conviene.

Gli conviene diceva e ridiceva e diceva ancora Cottarelli alla Gruber e la Gruber annuiva ma in realtà non capiva. Non capiva la Gruber e non era sola, era niente meno che in compagnia degli italiani. Cottarelli diceva: guardate che non sono, non dovete pensare a “tagli”, “sacrifici”. Diceva: guardate che i miliardi di euro in meno che la mano pubblica spenderà (almeno 32 in tre anni) diventeranno meno tasse. E quindi la spending review non è un dovere, una penitenza, una sofferenza. E’ al contrario un modo di portare finalmente indispensabile sollievo ai redditi tartassati, martoriati da tasse. Ai redditi e al sistema produttivo che sta agonizzando qua e là per la penisola, alle aziende che chiudono. Cottarelli diceva: non è che lo Stato si riprende i soldi che metteva in giro prima, è invece che spenderà di meno e chiederà meno tasse. Diceva anche Cottarelli: i soldi pubblici dati a qualcuno fanno sempre piacere, appunto a qualcuno. Bisogna vedere se quel qualcuno è uno solo o pochi o una sola fettina di società, in quel caso non sono soldi “sprecati” ma sono soldi di tutti che qualcuno si accaparra. Quindi in quel caso non conviene.

Sembrava, era sincero nel credere Cottarelli che gli italiani ci stanno, ci staranno, capiranno non l’esigenza ma l’utilità di decine di miliardi di euro in meno a “qualcuno” in cambio di decine di miliardi di euro in meno di tasse su reddito e lavoro. Mai lui ancora parlava e già dall’Italia arrivava solerte, puntuale, radicale smentita: Carlo Cottarelli ha torto, gli italiani non ci stanno allo scambio. Non ci stanno allo scambio e neanche al cambio, vogliono invece che i continui come prima, con i soldi pubblici a “qualcuno” e che quel “qualcuno” siano quelli che li prendevano prima. Che devono continuare a prenderli, come prima. Magari accogliendo pian piano nel recinto protetti dei “qualcuno” qualcuno che arriva da fuori, magari dal precariato. O anche no, magari anche da altrove ma sempre goccia a goccia. E delle tasse che ammazzano l’impresa e taglieggiano il salario? Un’ altra volta rispondono, e ringhiano se necessario, i mille “qualcuno” d’Italia ai Cottarelli.

Genova insegna: non è un paese per Cottarelli. I dipendenti della municipalizzata pubblica dei trasporti della città non vogliono solo difendere in ogni modo il posto di lavoro. Fosse questo nessuno potrebbe far loro il minimo appunto. Gente, famiglie che campano sulla soglia, spesso sotto dei duemila euro al mese non possono rischiare di restare senza stipendio. Né  per anni e neanche per mesi. Quindi se “privatizzare” la loro azienda dovesse significare tagliare i posti di lavoro, i diplndenti dellazienda pubblica, di ogbi azienda pubblica avrebbero ragioni da vendere non solo per la protesta ma anche per la rivolta.

Ma i tramvieri di Genova esigono altro dal mantenimento del posto di lavoro. E proprio perché mettono in chiaro questo “altro” che diventano esempio e bandiera per i tramvieri di Roma, di Napoli e di ovunque. Esempio e bandiera per i dipendenti pubblici degli altri servizi comunali di Genova e delle altre città. Questo mondo, queste centinaia di migliaia di lavoratori, questi lavoratori organizzati in sindacati, sindacati dove oggi prevalgono gli autonomi e i confederali vanno a rimorchio, questa Italia esige anche altro dal mantenimento del posto di lavoro. Esige che il posto di lavoro mantenuto sia quello di prima e di sempre, che il salario sia quello di prima e di sempre, l’organizzazione del lavoro e la composizione del salario siano quelle di prima e di sempre e che l’azienda sia e resti quella di prima e di sempre.

Dai bus di Genova al Teatro dell’ Opera di Roma una comune idea chiama alla lotta: mantenere in pedi, restare aggrappati a quel tipo di azienda che produce deficit, lavora in rosso e il cui bilancio deve sempre essere ripianato con soldi pubblici, cioè con le tasse. Questo è quel che chiede, anzi esige quel pezzo d’Italia. Questo significa “Ora e sempre Resistenza” messo sugli striscioni e portato in piazza si blocchi stradali. Maldestro richiamo alla Resistenza anti nazista, concreto richiamo al resistere contro ogni mutamento della ragione sociale e del modus operandi dell’azienda pubblica italiana. Questa, l’azienda pubblica italiana, deve prescindere dai conti in pareggio e dall’efficienza produttiva, anzi entrambe le cose devono farle un po’ schifo. L’azienda pubblica è davvero tale se produce posti di lavoro e stipendi, andare in rosso è quasi un atto naturale, essere ripianati per via di tasse è un diritto, anzi una conquista sociale.

In nome di questa idea, concezione, volontà, abitudine i lavoratori di Genova, Roma e ogni altra città, dei trasporti e di ogni altro servizio pubblico, i dipendenti delle quasi ottomila aziende a mano pubblica non è solo che non vogliono la privatizzazione che taglia posto di lavoro. Fin qui avrebbero ragione e ragioni da vendere. Vogliono dire a tutta Italia che con “privatizzazione” intendono qualunque forma aziendale, anche pubblica o semi pubblica che non postuli il rosso di bilancio ripianato dalle tasse. C’è tutta un’Italia che fortissimamente vuole che le sue aziende non cambino, mai e poi mai cambino dal modello Atac per capirci. E infatti, in soldoni, alla resa dei conti quelli dell’azienda di trasporti genovese vogliono che l’anno prossimo il Comune continui a metterci i suoi milioni a ripianare, che l’azienda continui a chiudere con i suoi milioni in passivo, l’unica che non vogliono più è metterceli anche loro qualche milione via applicazione di contratto di solidarietà come fatto contro voglia l’anno passato.

Conservare integro e possibilmente estendere il modello della spesa pubblica, del soldo pubblico che qualcuno incassa che poi qualche tassa su qualcuno ripianerà. L’Italia, grandissima parte d’Italia è affascinata e convinta di potersi collocare nome e cognome nella prima categoria dei “qualcuno”, quelli che vengono ripianati dal denaro pubblico e di potersi sfilare dalla seconda categoria dei “qualcuno”, quella cui verranno imposte le tasse per ripianare. Si può fare, lo potete fare tutti, è vostro diritto stare nela prima categoria e non stare nella seconda, è vostro diritto di tutti gli urla nelle orecchie Beppe Grillo e d è pieno di  rintronati volontari. Si può fare, non tutti, ma quelli che verranno con noi e da noi saranno protetti lo potranno fare cantano e suggeriscono agli italiani vari partiti di Berlusconi e alla Berlusconi. Si può fare, basta far pagare i ricchi e solo i ricchi strologano le varie famiglie della sinistra.

Quindi, caro Cottarelli, lei non ci azzecca, non c’entra, qui non ce n’è per chi vuole togliere soldi pubblici a qualche qualcuno per fare meno tasse per chi lavora e per le aziende che a lavorare non ce la fanno più. Non è paese per Cottarelli, Genova insegna. Ma lo sapevamo già.