Ingroia, Di Pietro, Travaglio e mezza Repubblica, quelli che governare è peccato

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 22 agosto 2012 14:44 | Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2012 14:51

ROMA – Alla parola Scalfari, Antonio Di Pietro si fa “venire i conati di vomito a vedere queste barbe bianche che parlano dall’alto della loro onniscienza. Si offende la storia, la cronaca, la verità”. “Conati di vomito” per Eugenio Scalfari e “solidarietà sovietica” tra Luciano Violante e Giorgio Napolitano e, ovviamente, la qualifica di “traditori” per tutti coloro che non concordano sul fatto che “Monti sia un Berlusconi vestito a festa”. Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia, trova una “linea staliniana pura in Luciano Violante, in Emanuele Macaluso”. In Eugenio Scalfari no: “Scalfari è un’altra cosa. E’ stato un giornalista che si è sempre appassionato fino in fondo alle idee in cui crede…”. Però “purtroppo i vari filoni si stanno incontrando, magari c’è la tentazione di chiudere anche Libertà e Giustizia e Gustavo Zagrebelsky nel recinto dell’antipolitica del fatto, di Di Pietro, Grillo”. E invece la Bonsanti non si fa “chiudere”: “Ho firmato (l’appello del Fatto contro Napolitano) ma non per questo faccio parte di una campagna contro Napolitano”.

Federico Geremicca che di queste cose se ne intende da tempo scrive su La Stampa di “scontro che dilania la sinistra…l’origine sarebbe naturalmente tutta politica e cioè la nuova collocazione di Antonio Di Pietro fuori dal centro sinistra in aperta concorrenza col Pd”. Idv, partito di Di Pietro, che secondo il Corriere della Sera vorrebbe tanto offrire una candidatura a Concita De Gregorio che su La Repubblica scrive e che l’Unità ha diretto ma soprattutto Michele Santoro ha lanciato. E Marco Travaglio che del Fatto è l’anima e di Santoro la spalla che cerca di crocefiggere il fondatore di Repubblica al ruolo di “bugiardo”. E Antonio Ingroia, magistrato di Palermo, che su La Repubblica spesso e bene accolto dà la “linea”: “l’unica ragion di Stato è quella della ricerca della verità”. Verità, è ovvio e sottinteso, che molti non cercano, anzi coprono. E tra questi molti ci sono con vari ruoli e responsabilità, Napolitano, Violante, Scalfari, il Pd. Per tornare alla cronaca-analisi di Geremicca “amicizie che si incrinano, alleanze che si sfaldano, partiti-non partiti che si spaccano a metà…macerie fumanti di uno scontro che per intensità autolesionistica ricorda quello che nella primavera del 2008 portò alle dimissioni di Romano Prodi lesionando seriamente la credibilità di quell’alleanza di governo”.

Proprio così: anche se sembra nuovissima è sempre l’antica storia. Inedita appare la veste: un dissenso radicale sui poteri e soprattutto sulla condotta della magistratura palermitana. Ma eterna è la sostanza: una parte robusta dell’opinione, dell’elettorato, dei giornalisti e anche del personale politico e parapolitico pensa, giura e crede che governare sia un peccato, un peccato in sé. E si comporta di conseguenza. In ottima fede tutti, proprio tutti no, qualche eccezione di vertice c’è. Comunque tutti in pessima scienza sono “certi” che ci sia trattativa Stato-Mafia. Che ci “sia”, non è sbagliato il tempo del verbo. Che ci “sia” perché c’è stata e ci sarà e non potrebbe non esserci. Perché è ontologicamente fondata la trattativa, anzi lo scambio tra le due entità, essendo lo Stato, qualunque Stato, fatto anche della “sostanza” della Mafia e viceversa. Discendendo dalla concezione del mondo alla pratica, ogni potere è abitato dal “male”, ogni accordo è “inciucio”, ogni governo è cedimento e pasticcio. E i “buoni” stanno fuori, solo se stanno “fuori” sono buoni.

E’ un’antropologia prima ancora che una posizione politica. Un’antropologia a suo modo onestissima e integerrima. Ma impermeabile al principio di realtà, plausibilità e verifica. E’ un’antropologia popolare e diffusa, che in Italia da una ventina di anni ha preso ad abitare soprattutto i luoghi della sinistra politica e culturale. Ma questo “insediamento” è stato mosso solo dall’invasione del campo di Berlusconi. L’antropologia esisteva anche prima, meno raffinata e più essenziale, era quella del “tutti ladri e tutti in galera”. Era l’antropologia del borghese piccolo piccolo che votava moderato ma al richiamo della storia si faceva, eccome se si faceva, reazionario. Alcuni dei campioni attuali dello schieramento sono in fondo rimasti fedeli all’antropologia originaria: Di Pietro e Travaglio sono al fondo e anche in superficie: “tutti ladri e tutti in galera”. Al contrario, dagli anni sessanta fino ai primi anni novanta, si diventava, si sceglieva, si militava e si leggeva la “sinistra” perché l’idea del tutti ladri e tutti in galera, il potere è malvagio e governare è peccato sembrava non solo troppo semplice  e alla fine anche un po’ sciocca. Era un’idea, un pensare, un agire che faceva molta “ammuina” e poca politica. Si diventava, sceglieva, militava e leggeva “sinistra” per essere più adulti, più cittadini e più soggetti di storia di quanto non fosse il mio avo impiegato di concetto in provincia per cui il “tutti in galera” riassumeva la sua impotenza di fronte al mondo. Era un’Italia che non aveva studiato né potuto studiare “cittadinanza”. Ora, nel 2012, ancora si legge e si rischia di votare una “sinistra” sociologicamente già sottoposta alla satira di Totò e Peppino e poi della commedia all’italiana. Di nuovo il tutti in galera e governare è peccato mortale. Fa tristezza, una tristezza tremenda.