Libia, la guerra che dovrem(m)o fare e che non possiamo fare

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 16 febbraio 2015 15:18 | Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2015 15:21
Libia, la guerra che dovrem(m)o fare e che non possiamo fare

Foto d’archivio

ROMA – La guerra in pace con la coscienza, la guerra non come scelta assassina che ti ubriaca di sangue e menzogne ma come dovere che ti strazia nell’adempierlo. E’ possibile che accada una guerra così, accade tante volte nella storia, accade quando un nemico si dichiara e i vuole tale, pratica e mostra di voler praticare a te violenza di massa e sistematica, quando minacci di usare anche tu violenza per difenderti e questo non blocca il nemico, anzi lo esalta. A quel punto non puoi non usarla la violenza militare, a quel punto accade la guerra. Sta accadendo oggi anche a noi, europei e italiani. Sta accadendo che dovremmo fare una guerra, che forse dovremo fare una guerra e che di sicuro non possiamo farla quella guerra.

Libia, il nostro settore di fronte durante l’attacco che un’ideologia in armi sta portando a tutto il mondo che riesce a raggiungere, piegare, scannare, convertire. Dall’Afghanistan al Pakistan, sfiorando l’Indonesia, risalendo per Irak e Siria, diramandosi nel Caucaso, irradiandosi in Yemen e Somalia, toccando, investendo Ciad, Mali, Nigeria. E con ripetute azioni di commando In Europa e negli Usa e in Canada e in Australia. Questo è l’arco del fronte su cui un’ideologia in armi, forte di decine se non centinaia di migliaia di combattenti sostenuti dal favore di milioni di uomini, attacca, è all’offensiva. Il nostro settore di fronte si chiama Libia.

Nel nostro settore di fronte il nemico (nemico, non amico che sbaglia…) avanza, è a ridosso delle nostre linee e pronto a incursioni dentro le nostre linee. Tutto ciò richiederebbe e giustificherebbe una guerra, una guerra da fare in pace con la coscienza, una guerra che è un dovere che ti strazia adempierlo. Così stanno le cose perché il nemico non vuole o rivendica in armi una quota maggiore della ricchezza del pianeta. Fosse così si discute, si tratta, si cede e non si spara. Nemmeno il nemico vuole solo terra e territorio. Anche in questo caso meglio trattare e cedere che la guerra. No, questo nemico vuole e predica l’annientamento, l’annichilimento se non fisico di certo culturale del nostro mondo. L’ideologia in armi contro gli infedeli che non vivono in nome dell’unico dio, l’ideologia in armi non vuole trattare vuole dettare le regole della vita pubblica e privato di ogni umano che riesca a dominare. E l’ideologia in armi ha come primo postulato di estendere e poi estendere e poi estendere il dominio. Insomma come si è visto e si vede o convertono o scannano.

Qui, adesso, di fronte, davanti a noi. Basta, purtroppo basta a rendere attuale, vera, perfino doverosa quella tremenda cosa che è la guerra. Libia, la guerra che dovremmo fare.

Ma settanta anni di impagabile, irrinunciabile, meravigliosa pace ci hanno resi per certi versi migliori dei popoli e società che da sempre convivono con la guerra. Non riusciamo più neanche a pensarla la guerra. Ed è una bellissima cosa questa incapacità, quasi una virtù umana. Ma settanta anni di pace (meravigliosa sorte toccata solo a noi delle ultime generazioni e solo in uno spicchio di tempo su uno spicchio di pianeta mentre tutte le generazioni precedenti avevano conosciuto la guerra) ci hanno resi anche renitenti ad ogni responsabilità civile, civica, storica. Quella virtù di non saperla neanche pensare una guerra è anche handicap nel pensare il mondo e noi stessi.

Ci avvolgiamo di alibi e veli in una danza di dissimulazione: polizia internazionale o missione di salvaguardia della pace o di costruzione di uno Stato o di imposizione della pace? Quale sarebbe la missione italiana in Libia sotto egida, cioè bandiera Onu? Tutti a dire, sottolineare, precisare che per carità una cosa non è l’altra e non vanno confuse. Si decida prima con chiarezza!

Ci avvitiamo in movenze in una danza di elusione: qualche partito per il sì alla missione, qualcuno per il sì, però…qualche partito per il no e all’interno di ciascun partito per carità i sotto gruppi di opinione a formare il variegato mosaico dei ni, forse, mai, eppure…

Ci viviamo dentro una cultura cui fa giustamente schifo la guerra, l’ammazzare e l’essere ammazzati, ma che ricorre anche alla menzogna e della menzogna si compiace per non combattere mai più. Come se le bugie, sia pur pietose, guarissero le piaghe.

Una delle bugie più in voga è quella della Costituzione italiana Che “ripudia la guerra”. Sì, ma si omette il finale e il senso autentico della frase “ripudia la guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non sta in Costituzione il ripudio della guerra per difendersi e il ripudio delle armi e degli eserciti. Ma in fondo questa della Costituzione pacifista estremista è solo una bandiera inventata, la sostanza, la tosta sostanza delle bugie è altrove.

E’ nell’idea ormai di massa e massimamente condivisa che le spese militari siano tanto troppe quanto inutili. Quanti sanno che in Europa praticamente nessuno spende per forze armate e armamenti il 2 per cento del Pil come da intese internazionali? Quanti sanno che l’Italia spende poco più della metà dei suoi impegni? Quanti sanno che a stare sopra il due per cento di spesa militare, anzi quasi al tre è la Grecia? Perché le legioni di coloro che vedono un F35 in Italia come l’incarnazione/incesto di spreco e male non suggeriscono a Tsipras di spendere meno in armi? Quanti sanno che se Tsipras lo facesse i greci gradirebbero poco perché concordi nell’armarsi in funzione anti turca?

L’Europa e in particolare gli italiani sono convinti che sicurezza militare sia un bene naturale e debba essere più o meno gratis. Un po’ come l’acqua dei referendum, la cultura è la stessa.

In queste condizioni sociali, culturali e materiali la guerra che dovremmo fare non la possiamo fare. Una guerra da condurre avendo in contemporanea una classe dirigente come quella che si sta esibendo alle Camere sulle riforme istituzionali? Come fu detto a suo tempo, gli italiani vanno alla partita di calcio come fosse una guerra e alla guerra come fosse una partita di calcio. In questo siamo cambiati poco, cambiata è però la qualità umana e lo spessore culturale degli ultras con cui andremmo sugli spalti della guerra. Ultras pronti a fare fumogeni e a mimare assalti e cadute sulla linea del fuoco e pronti a fuggire al primo vero botto. Una classe dirigente di pagliacci irresponsabili che fanno finta di combattere contro “dittature” e “golpe” interni un paio di volte a settimana, impegnati nell’eroica lotta contro il “regime” scortati dai Carabinieri e ospiti delle televisioni e da giovedì sera tutti a casa in famiglia…ecco una classe dirigente così una guerra non la può fare, con una classe dirigente così una guerra non si può fare.

La classe dirigente…e la gente? Chi accetterebbe di pagare il costo economico di una guerra? E il sangue…che direbbe, cosa farebbe la gente italiana, noi tutti, se un nostro pilota fosse arso vivo dal nemico come accaduto al pilota giordano? Faremmo come i giordani che quelle fiamme hanno unito nonostante siano tante e diverse tribù all’insegna del facciamogliela pagare agli assassini o proclameremmo subito e concordi il tutti a casa?

Non la possiamo fare la guerra che dovremmo fare. Speriamo quindi che non la dovremo fare. Dovremo con una “m” sola. Potremmo infatti essere costretti a farla, al di là e al di sopra della nostra capacità di farla. E allora l’avremo già perso a meno che qualcuno non venga a combatterla e vincerla per noi. magari i fracassoni “guerrafondai” americani o gli attaccabrighe nei secoli inglesi o i boriosi francesi o, niente meno, che gli antipatici e affamatori tedeschi. noi no, i nostri eroi e campioni sono in altre guerre affaccendati, più a misura della loro tempra. Matteo Salvini a combattere i barconi (meravigliosa l’idea di soccorrerli con cibo e acqua e coperte e medicinali e non lasciarli sbarcare, ci si va ogni giorno all’appuntamento in mare?). I barconi e l’euro questa la guerra della Lega che dicono piaccia a un italiano su tre. E si capisce: sono guerre di cartapesta e pupi.

M5S combatte contro la Casta. Infatti tributa onore al presidente della Repubblica che si fa e si paga il biglietto di aereo di linea per Palermo e precipita all’inferno lo stesso Mattarella (il suo silenzio è peggio di Napolitano-copyright Grillo) perché non interviene a ribadire il principio cardine della vita pubblica in Italia: ognuno deve avere il diritto garantito e difeso di porre veto ad ognuno. Bersani e la minoranza Pd, insomma la sinistra dentro e fuori il Pd combattono Renzi e tanto basta (anche qui sublime: patto del Nazareno una schifezza immonda e Renzi che lo sottoscrive un coprofilo, ma anche una schifezza immonda non fare patti con Berlusconi sulla riforma istituzionale ed Italicum e quindi votare le leggi senza Forza Italia…).

Forza Italia combatte per Berlusconi ma poi mica tanto o forse sì, i sindacati, uno in particolare combattono contro il “lavoro dei padroni” anche quando lavoro c’è (Fiom). Gli agricoltori combattono per gli agricoltori, gli avvocati per gli avvocati, i prof e le maestre per i prof e le maestre…Ciascuno ha la sua guerra da sceneggiare, se ci casca, se ci rovina addosso una guerra vera dove troveremo la serietà e la compostezza civile per non volerla, per sfuggirla ma poi per affrontarla se ci raggiungerà?