Appena nato è già bucato. Il “Muro di Berlino” e il “tana libera tutti”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 6 Marzo 2012 14:40 | Ultimo aggiornamento: 6 Marzo 2012 18:59

Angela Merkel, José Manuel Barroso e Mario Monti (Lapresse)

ROMA – Le borse europee hanno perso oltre il 3%. Ma soprattutto hanno perso i titoli bancari: il tasso a dieci anni ha superato il 5%. All’improvviso è tornata la paura per i debiti sovrani. Da cosa nasce questa paura?

Lo hanno appena inaugurato, hanno appena finito di dargli la prima mano di intonaco e già il “Muro di Berlino” fa acqua. Il fiscal compact, l’invalicabile muraglia che nessuno Stato europeo spendaccione potrà mai appunto valicare è già una linea Maginot solenne nella sua immobilità mentre tutti la aggirano di qua e anche di là, soprattutto quelli che dovevano essere fermati per sempre: gli Stati, più o meno generali, della spesa e del debito. Spesa per sopravvivere, debito per abitudine. Il Muro, la Maginot stavolta sono tedeschi e la storia, storia per ora in miniatura, si prende una “licenza”, gioca uno scherzo. Stavolta ad aggirare la Maginot non saranno i tedeschi arrivando da Nord a Parigi anziché da Est. Stavolta saranno i francesi ad arrivare a Berlino attraverso il Muro e la Maginot che, appena nati, sono già bucati.

Il primo buco, la prima breccia l’hanno aperta gli spagnoli. Con azione fulminea: il premier spagnolo Mariano  Rajoy con la mano destra ha firmato l’accordo, messa la sua mano di calce sul “muro”, e con la sinistra il suo pezzo di “muro” lo ha smontato. Dice l’accordo solennemente firmato: nessuno Stato dell’Unione Europea farà mai più deficit superiore allo 0,5 per cento del Pil o al massimo un per cento del Pil in situazioni eccezionali. E questo a partire dal 2013. Madrid ha firmato e poi ha comunicato che il deficit 2012 sarà di almeno un punto e mezzo sopra il previsto, vicino al cinque per cento del Pil. Quindi una Spagna che nel 2013 farà deficit intorno all’un per cento l’Europa se la scorda. Madrid deve spendere per sopravvivere con la disoccupazione che ha. Deve far deficit e da deficit verrà debito, ed è il primo buco nel “muro”.

Il secondo e più clamoroso e ampio buco nel muro lo promettono i francesi o almeno lo promette Francois Hollande candidato socialista alla presidenza della Repubblica. Il patto antideficit e anti debito lo ha firmato Nicolas Sarkozy e il suo antagonista in campagna elettorale ha chiarito che non si sente vincolato dalla firma, anzi quella firma lo stimola a denunciare il patto se viene eletto e diventa presidente. Come andranno le presidenziali a Parigi nessun lo sa, ma i sondaggi dicono che Hollande e favorito, dunque il secondo e grande buco nel Muro, il secondo aggiramento della Maginot è parecchio più di un comizio, è un programma di un possibile governo.

Buchi ce n’erano anche prima: al patto la Gran Bretagna di Cameron non ci sta e nemmeno il governo di Praga. Mancano quindi all’appello sugli spalti del muro e nei fortini della Maginot niente meno che Londra, Madrid, Praga e probabilmente Parigi. E Roma? Monti il patto lo ha firmato, con la sua maggioranza. Ma il Pd di Bersani che è grossa e importante parte di questa maggioranza ha fatto sapere di essere “sulla linea Hollande” e di voler concordare con un presidente francese socialista l’azione del prossimo futuro. Concordare e coordinare, quando? Dopo che in Italia si sarà votato, tra un anno. Tra un anno quindi Roma potrebbe aprire altro “buco nel muro” o almeno dare il “riposo” alle sue sentinelle. Ed Atene? Atene, volente o nolente, si avvia dolcemente al default, alla bancarotta ufficiale.

Dice il patto chiamato “fiscal compact”, oppure già diceva il patto: divieto di deficit per ogni paese in Costituzione o “legge fondamentale”. Divieto di deficit superiore allo 0,5 per cento del Pil con limitata tolleranza fino all’un per cento. E sanzioni quasi automatiche per chi sfora. E rientro dal debito pubblico in direzione del 60 per cento del Pil come massimo livello in “rate” ventennali. Possibilità di graduare l’entità delle “rate”, e la cosa riguarda soprattutto l’Italia che mai potrebbe pagare in rate ventennali un 60 per per cento dl Pil visto che il suo debito pubblico è al doppio del limite, al 120 e passa per cento. Dice, diceva il patto di essere un Muro. Voluto da Berlino, voluto da Angela Merkel per mettere i tedeschi al riparo dal terrore di dover pagare di tasca propria i debiti altrui. Dice, diceva il patto di essere la garanzia ottenuta la quale si sarebbe innalzato altro “muro”, un “firewall”, una muraglia taglia fuoco contro l’incendio che minaccia i titoli di Stato. Fatto il “Muro”, si fa il “Firewall” di 750 miliardi miliardi e forse mille di Fondo salva debiti pubblici.

Ma il primo “muro” appena nato è già bucato. Molti grandi Stati dell’Unione Europea devono spendere per sopravvivere alla crisi, alla disoccupazione, al ribollire di opinioni pubbliche ed elettorati. Devono, ed è un obbligo tosto cui è quasi impossibile sfuggire. Spendere e fare debito non sarebbero per forza sinonimi, ma qui interviene un’abitudine molla e comoda: politica e governi di molti Stati europei non sanno e non vogliono spendere se non a debito appunto. La Merkel ha voluto e ottenuto il “Muro” dei tedeschi. Spagnoli, inglesi, cechi e presto forse francesi e italiani il “Muro” lo aggirano e lo aggireranno di qua e di là, letteralmente da destra e da sinistra anche politicamente parlando e votando. Sulla possente parete del Muro, sotto e intorno ai suoi bastioni potrebbe presto scattare un “tana libera tutti”. Di necessità, di comodità, di virtù e di vizio, di coraggio e paura, di destra e di sinistra, di popoli e di governi. Un grande e possente, complesso e articolato, votato e condiviso. Ma sempre alla fine un “tana libera tutti”.