Napolitano intercettato, in quel nastro c’è chi ha “il bastone più grosso”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 17 luglio 2012 14:19 | Ultimo aggiornamento: 17 luglio 2012 15:55

ROMA – Le intercettazioni di Napolitano, la voce di un capo di Stato registrata su un nastro custodito negli uffici di una Procura della Repubblica: quanto e cosa “vale” quel nastro? Se non si risponde a questa domanda è impossibile comprendere perché i magistrati della Procura di Palermo quel nastro l’abbiano prima registrato, quindi ascoltato, quindi conservato, quindi non distrutto e quindi fatto sapere alla stampa amica che esisteva. Ed è ovviamente altrettanto impossibile, senza rispondere alla domanda su quanto e cosa valga quel nastro, comprendere perché il Quirinale chiede niente meno che l’intervento della Corte Costituzionale per sottrarre alla Procura di Palermo non il nastro con la registrazione che relativamente poco vale, ma il diritto di possederlo che invece vale tantissimo. Se non si risponde a questa domanda…ma non certo a caso nessuno questa domanda  esplicitamente la pone, si fa come se la domanda non ci sia. Un po’ per ragion di Stato, un po’ per restar pesci in barile, molto perché a sincera domanda può seguire sincera e inquietante, molto inquietante risposta.

Perché i magistrati di Palermo, quasi tutti ma non tutti concordi, ci tengono tanto e si tengono quel nastro? Perché se dentro quel nastro, come dicono loro stessi, sia il Procuratore capo Francesco  Messineo sia il vice Antonio Ingroia, non c’è “nulla di rilevante nei confronti di persone coperte da immunità”? Ci tengono e se lo tengono quel nastro perché, anche se dentro non vi è nulla di “rilevante” per Giorgio Napolitano, avere o non avere quel nastro significa stabilire chi comanda, è questione di potere. E anche di capacità, possibilità di condizionamento. Politico se si volesse, mediatico di sicuro. Condizionamento che deriva dall’ovvio anche se mai da alcuno pronunciato: di “rilevante” per il capo dello Stato non c’è nulla, ma c’è la voce del capo dello Stato che parla con qualcuno a cui carico forse qualcosa di “rilevante” ci può essere, vi par bello per un presidente della Repubblica? Nessuno l’ha mai soffiato ma questo è il vento che viene fatto spirare dal Palazzo di Giustizia di Palermo in direzione del Quirinale a Roma.

Un passo indietro, anzi due. E non per prenderla larga ma per arrivare invece alla radice, al nocciolo, alla culla della questione che non è per nulla accademica, giuridica solo nella forma, assolutamente politica nella sostanza. La questione è: il giudice, il magistrato è la legge  in azione o è sotto la legge anche quando agisce?Attenzione prima di schierarsi, non è così semplice come appare. Ragionare, provare a farlo prima di schierarsi per istinto, simpatia, ignoranza, sentito dire… non costa poi molto. Se si è antropologicamente certi che ogni potere e sempre il potere altro non possa essere per sua intima natura che ostile e oscuro, se si è convinti che la storia sia la dialettica, all’occorrenza il campo di battaglia tra occultamento e disvelamento, allora il giudice “è” la legge che cammina, come lo spirito del mondo a cavallo di Hegel. Se questa è la cornice culturale ed etica che si adotta e si condivide, il giudice che indaga è la legge e la sua missione è sottomettere alla legge il potere, ogni potere. Condizione di sottomissione del potere alla legge che peraltro non si raggiunge mai, missione che non è mai pienamente compiuta perché il potere sempre congenitamente si sottrae al pieno dominio della legge. Insomma il giudice è la legge ma è anche Achille che insegue la tartaruga senza raggiungerla mai.

Il giudice è la legge ed è una antropologia netta quella che definisce chi, e sono tanti, condivide e alimenta questo sentire. Quasi un “sentir comune”. Non solo la redazione de Il Fatto e i suoi lettori, non solo i magistrati alla Ingroia, non solo i Di Pietro “con i giudici sempre senza se e senza ma”. Convivono, coabitano in questa antropologia i molti “popoli” che variamente declinano il “tutti in galera”: i qualunquisti classici che votano o guardano a  destra, gli irati o iracondi o irascibili del web che tifano Grillo, il “ceto medio riflessivo” dei girotondi che staziona e vagola a sinistra. E ancora e ancora e ancora un sacco di “gente” e di genti pensano, giurano, vogliono e pretendono che il giudice “è” la legge. Almeno fino a quando il giudice non si occupa di loro. Quelli che c’è sempre un complotto del potere, è sicuro…Quelli dei misteri italiani che non si risolvono mai, altrimenti che misteri sarebbero. Quelli dei “grande vecchio”. Quelli del Grande Patto. Quelli dei Poteri tanto più Forti quanto più oscuri. Quelli del nulla si sa anche quando è tutto scritto, basterebbe andare a rileggerselo. Un sacco di gente che vuole la verità ma della verità non si fida: è questa in fondo l’antropologia culturale del “giudice è la legge”.

Se invece e al contrario si è calcolato e verificato, provato e sperimentato che il rispetto delle regole, della legge scritta non è forma ma sostanza, sostanza degli equilibri e anche della pace sociale…Se il potere non è solo il nemico ma anche la garanzia, se si è cittadini e non più tribù proprio perché ci sono le istituzioni, se la missione etica è quella di controllare ogni potere, anche se stessi, controllare che funzioni e non controllare che possa muoversi il meno possibile, allora il giudice sta e deve stare sotto la legge. Anche, anzi soprattutto quando indaga sul potere, politico od economico che sia. A sostenere e condividere questa visione ci si intruppa, incolonna e mischia con ogni garantismo bugiardo e peloso, con ogni richiesta che dal paese sale di impunità. Inevitabile, come inevitabile è che i tutori della “legge che disvela” si intruppino, incolonnino e mischino con la schiuma di ogni ottusa reazione sociale, quella del tutti in galera e buttiamo la chiave. Per questo sul caso Napolitano-Procura Palermo prima di schierarsi è obbligatoria la fatica del capire a quale “antropologia” si appartiene d’istinto e poi tentar di mettere ad essa, qualunque sia, le briglie della ragion critica.

Esiste dunque, è mai esistita una trattativa Stato-Mafia di cui vi siano prove, documenti? La risposta e no. Ed è difficile attribuire alla tesi della trattativa anche la plausibilità: gli anni “incriminati” sono quelli della maggiore e documentata lotta della mafia allo Stato e del maggior contrasto dello Stato alla mafia. Sono esistiti pezzi di Stato che avevano contatti e talvolta complicità con pezzi di Stato? La risposta è sì. Questi pezzi di Stato sono mai stati altro che uomini dei servizi segreti o dei Carabinieri o della politica locale, sono mai stati insomma ministri e governi a trattare con la Cupola, con Cosa Nostra? Un pezzo abbondante della Procura di Palermo ritiene di sì, che altrimenti nulla sarebbe stato possibile in Italia di quel che fu.

In nome di questa sua convinzione, finora non suffragata da fatti, un pezzo abbondante della magistratura palermitana ritiene che una legge superiore autorizzi a intercettare Napolitano quando parla con Nicola Mancino, a supporre che l’ex ministro Mancino sia l’uomo morbido della trattativa, a supporre che Napolitano sia per questo oggi “morbido” con lui, a trovarsi in mano con un nastro e delle voci che nulla si dicono di “rilevante” ma si parlano e questo è un fatto da cui si può anche supporre…Una legge, la legge del disvelamento del potere che autorizza a “valutare” l’intercettazione, cosa che la legge formale esplicitamente esclude, a tenersela nel cassetto, a non distruggerla, a far pendere l’ipotesi di renderla pubblica. Insomma la Procura di Palermo si ritiene autorizzata alla missione di “ammonire” il potere, qualunque potere dello Stato. Ammonirlo, come disse un presidente americano, di avere “il bastone più grosso”.

Giorgio Napolitano ha capito che di questione di potere si tratta e per la prima volta dall’inizio degli anni ’90 ha non solo accettato ma esaltato l’implicita sfida del giudice che si identifica con la legge. Finora alla teoria e alla pratica del giudice che “è” la legge si erano opposti solo colpevoli e ragionevolmente sospetti. Per la prima volta lo stop arriva da uno che colpevole e sospetto non risulta ad alcuno, Napolitano è solo un “potente”, un potere legittimo che non accetta il bastone più grosso del magistrato alleato con la stampa. Decisamente un’altra antropologia, pensavamo fosse estinta o quasi.

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