Partiti e sindacati come banche: 295 miliardi “nostri” diventano “loro”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 2 Maggio 2012 14:26 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2012 15:30

Lapresse

ROMA – Partiti e sindacati hanno avuto scatto e reazione unanime, sembravano…banche. Perché banche, da dove viene questa associazione apparentemente del tutto incongrua tra organizzazioni politiche e sociali e istituti di credito? Perché spesso, molto spesso, le banche che pure amministrano, investono e custodiscono soldi “nostri” hanno comportamenti e convinzioni come se fossero soldi “loro” e solo “loro” quelli che custodiscono, incassano, amministrano, investono, spendono. Poiché pensano che siano soldi “loro” non solo come è giusto ci fanno quel che ritengono utile e proficuo, spesso ci fanno anche quel che gli pare e trovano fastidioso, se non addirittura intollerabile, che qualcuno o qualcosa dall’esterno controlli. Dicono che i controlli, specie se esterni, mortificano e uccidono l’attività. La benefica attività del credito che, dicono, è tanto più benefica se imperscrutabile. Insomma il miglior ambiente possibile è per le banche e gli istituti di credito quello dove i soldi “nostri” vengono loro consegnati e poi diventano soldi “loro” e tu puoi soltanto fidarti senza darti pena e senza dare fastidio con velleità e pretese di controllo. In fondo, molto in fondo, la banca che soffre i controlli e trasforma i soldi “nostri” in soldi “loro” almeno una ragione ce l’ha: quei soldi scegliamo noi di depositarli, non siamo obbligati.

Da cittadini siamo invece giustamente obbligati a versare gli 800 e passa miliardi all’anno di spesa pubblica. Sono soldi “nostri”, eppure li trasformano in soldi “loro” e a farlo non sono le banche. Sono i partiti, i sindacati, i sindaci, la burocrazia delle istituzioni. Sgombriamo subito il campo da equivoci: qui non si parla di soldi “nostri” eventualmente rubati. La corruzione che pure c’è non c’entra con il fenomeno di appropriazione dei soldi “nostri” da parte “loro” di cui stiamo parlando. La corruzione, che pure c’è, è altra e minima cosa rispetto alla pretesa, anzi al rivendicato diritto-dovere da parte dei partiti, dei sindacati, della burocrazia di trattare quei soldi come cosa “loro”, come patrimonio acquisito di cui portano la titolarità. E sgombriamo il campo da altro equivoco: qui non si tratta di “tagli”, anche se sui “tagli” sempre pigramente si titola. Non toccando e non tagliando nessuno stipendio e nessun posto di lavoro nella Pubblica Amministrazione, pagando regolarmente tutte le pensioni e non chiudendo nessun servizio pubblico di quegli 800 miliardi di spesa pubblica all’anno ne avanzano 295.

Sono 295 miliardi di soldi “nostri” che partiti, sindacati, sindaci, burocrazia ministeriale, politici di territorio considerano soldi “loro”. Da poter spendere per mandare avanti l’azienda. Già, ma quale “azienda”? Di quei 295 miliardi all’anno una parte è spesa per gli acquisti e il funzionamento dei Ministeri e degli uffici pubblici, Tribunali, Prefetture e ogni altro similare comparto. Mantenere intatta la quota assegnata vuol dire mantenere tranquilli e consenzienti quelli che in quegli uffici lavorano, quelli che a quegli uffici vendono, quelli che da quegli uffici comprano, quelli che firmano, quelli che fanno firmare. Mettiamo anche sia tutta e sola onestà, il problema non è lì: il problema è che il poter spendere di meno è visto come un attentato alla quiete sociale. E infatti all’idea di mettere tutti gli uffici in un solo palazzo, dal dirigente all’usciere gridano al disastro.

Una parte ancora più cospicua di quei 295 miliardi manda avanti la “azienda” del potere locale. Ancora una volta, non parliamo di ruberie, quando anche ci fossero. Quei miliardi mandano avanti le migliaia e migliaia di aziende di servizi pubblici locali, pagano gli stipendi ai “comunali” che in mezza Italia sono il doppio che nell’altra metà, garantiscono flusso di commesse e appalti alle aziende che sono il tessuto sociale ed economico del territorio. Sono tutti ben spesi quei soldi? Domanda da non porre, stavolta ne va addirittura della pace sociale. Il monte-spesa acquisito è considerato da Comuni e Regioni una reliquia più delicata della Sacra Sindone. Su quei soldi è stata costruita un’architettura sociale: non c’è bisogno di togliere una trave, basta spostarla e vien giù tutto.

Altra parte di quei soldi va direttamente ai partiti e alle istituzioni e questo si sa come purtroppo si sa che è parte eccessiva in quantità. Meno si sa che una cinquantina di miliardi vanno come incentivi ed esenzioni “a pioggia” per le attività imprenditoriali. A “pioggia”, cioè a bagnare con una spruzzata un po’ tutti, senza il fastidio di dover elaborare una politica economica o una griglia di merito ed opportunità.

Sono 295 miliardi l’anno di soldi “nostri” che mandano avanti varie “aziende” quasi tutte operanti nel settore del “consenso”, elettorale ma anche sociale. Sono 295 miliardi che sono l’ossigeno, il sangue dei partiti, dei sindacati, dei Comuni, delle Regioni, delle burocrazie, delle istituzioni. Ossigeno e sangue che da condizioni primarie di vita sono diventate ragioni ultime di esistenza dei partiti, sindacati, governo locali e burocrazie. Per questo li considerano soldi “loro” e all’idea che qualcuno o qualcosa vada a controllare o a mettere bocca reagiscono più o meno come una banca di fronte a un regolamento stringente sulle attività finanziarie: gridando all’attentato.

Tutti e tutti insieme: Maurizio Gasparri, se così si può dire la destra del Pdl, trova “grottesca” l’idea di un Commissario che renda effettiva la revisione di spesa nella Pubblica Amministrazione. Susanna Camusso, se così si può dire la sinistra del Pd, trova l’incarico dato da Mario Monti a Enrico Bondi “stravagante”. Raffaele Bonanni, segretario Cisl e, se così si può dire politicamente centrista, chiede in piazza il primo di maggio la pronta eliminazione dell’Imu sulla prima casa. Lo stesso giorno Roberto Maroni, se così si può dire la destra infuriata e smodata, sentenzia: “Chi tocca la casa con la tassa muore”. E il governatore leghista del Piemonte Roberto Cota danza insieme al collega Zaia del Veneto la danza della disobbedienza fiscale un passo dentro e uno fuori la rivolta illegale. E il sindaco “arancione” Giuliano Pisapia da Milano danza anche lui alla stessa musica: che l’Imu vada tutta ai Comuni e non allo Stato. E il Pdl non vuole si metta bocca sulla spesa per la “sicurezza” e il Pd non vuole si metta mano sulla spesa per la “scuola”. E ogni partito, sindacato e burocrazia dichiara intoccabile la “sua” quota di quei 295 miliardi. E’ un grande coro, si accodano non invitati anche quelli del Centro Sociale di Askatasuna che gridano “vergogna” al governo e quelli di Casapound che affiggono striscioni in cui al governo si imputa l’istigazione al suicidio.

Di quei 295 miliardi di soldi “nostri” che partiti, sindacati, Comuni, Regioni e burocrazie considerano soldi “loro” il governo Monti ne vorrebbe quattro quest’anno per non alzare, forse, l’Iva ad ottobre. Di quei 295 miliardi il governo ha stimato siano spesi in maniera discutibile circa 80. Con 80 miliardi si fanno un sacco di cose: si risolve la questione degli esodati, oppure si abbassa l’Irpef di due punti, oppure si cancella l’Irap, oppure si fa la banda larga in tutto il paese, oppure una combinazione di qualcuna di queste quattro cose o anche altre. Ma i quattro miliardi chissà…per gli 80 invece ogni scetticismo è legittimo, non si possono toccare. Partiti, sindacati, burocrazie e governi locali li considerano soldi “loro”. E per sfilarglieli  che vuoi fare, passare sui loro cadaveri?