Pensioni, il martirio della pensione media

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 7 Maggio 2015 13:49 | Ultimo aggiornamento: 7 Maggio 2015 13:54
Pensioni, il martirio della pensione media

Pensioni, il martirio della pensione media

ROMA – Una pensione da 3.500 euro lordi, una pensione media. Insomma non “di fame” e neanche “d’oro” (le virgolette attestano che “di fame” vengono spesso impropriamente chiamate pensioni che sono molto basse ma sono seconde o terze pensioni e che “d’oro” vengono chiamate pensioni dall’importo sufficiente a vivere senza problemi ma non certo tale da coincidere con ricchezza). Una pensione da 3.500 euro lordi mensili, circa 46 mila euro lordi annui. Una pensione media che, bloccata nella rivalutazione nel 2012, sembra proprio che resterà bloccata anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale e anche, per non farsi mancare nulla, subirà blocco (dopo quello del 2012 e 2013 e 2014) ancora nel 2015 e 2016 (infatti si annuncia nuovo, rifatto e riscritto ma sempre blocco) per un prossimo biennio.

Una pensione media da 3.500 euro mensili lordi, più o meno 2.600 euro netti. Un reddito netto su cui però lavorano in via diretta le addizionali fiscali, le tasse in più, imposte da Comuni e Regioni. Un reddito netto su cui lavorano per via indiretta l’accesso sbarrato a chi ha tale reddito delle agevolazioni fiscali e parafiscali, a partire dai ticket sanitari per arrivare alla tariffe della mensa scolastica. Un reddito netto reale che scende a 2.500 netti al mesi e in potere d’acquisto, scemato causa welfare per lui semi sbarrato, a circa 2.400.

Una pensione bassa, da 2.500 euro lordi. Una pensione bassa che verrà risarcita della non rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 e seguenti. Nell’orgia dei calcoli e delle tabelle, più o meno ad occhio questa pensione bassa, questa pensione al netto di poco inferiore ai 2.000 euro si rivaluta di circa 2.000 euro netti in arretrati e di circa 1.000 euro lordi per l’anno presente e gli anni che verranno. Cioè in termini netti diventa nel 2015 una pensione da 2.100 netti al mese. E nel 2016 da 2.150 netti al mese. E nel 2017 una pensione da 2.200 al mese. Nel frattempo la pensione media è rimasta ferma dov’era: in cinque anni il divario tra la pensione media e quella bassa è passato da 700 euro mensili (differenza tra 2.600 e 1.900) a 250 euro mensili (il divario tra 2.400 e 2.150).

Un altro paio di annetti così e…contatto! La pensione bassa in neanche un decennio raggiunge la pensione media. Era, è questo l’obiettivo delle leggi, delle contro leggi, delle sentenze sulle pensioni? Se sì, lo si dica con chiarezza. Se accade, se lo fanno accadere senza rendersi conto di quanto fabbricano con le loro mani, allora Parlamento e Corti di Giustizia prendano atto che è in corso il martirio della pensione media. Martirio e non per giustizia sociale o redistribuzione delle risorse, quello si fa per via fiscale. Toccando anche i pensionati ma non solo i pensionati. Martirio della pensione media e soprattutto della pensione media: un martirio preterintenzionale e comunque doloso o premeditato?

Si direbbe premeditato. Ancora oggi, proprio oggi si possono leggere editoriali su grandi quotidiani che invitano a fissare la “soglia” di ricchezza e povertà sopra e sotto le quali si dà o si preleva. E qual è questa soglia? I 44 mila euro lordi che Alberto Brambilla intervistato dal Corriere della Sera ricorda essere la soglia di retribuzioni sopra la quale il calcolo dei coefficienti calanti comincia a penalizzare chi domani avrà una pensione contributiva. I 55 mila euro dove scatta lo scaglione Irpef che taglia il 40 per cento del reddito. E’ questa la mappa della geografia del reddito adottata a gran maggioranza da governi, partiti, sindacati. Dunque la ricchezza a 3.500 netti al mese. L’agiatezza a 2.500 al mese. Dunque in questa area di reddito si può bloccare e prelevare.

Mentre non si può nell’area della povertà. Ma se è certamente povera una pensione da 1.300 netti al mesi pagata con decenni di lavoro e contributi, è altrettanto povera una pensione da 1.000 netti al mese o anche meno ottenuta senza pagare neanche 15 anni di contributi? Ce ne sono a milioni di pensioni bassissime cui non corrispondono versamenti di contributi in una vita (e neanche di tasse). Sono pensioni sociali e assistenziali, sono pensioni basse. Ma che welfare è, che strana e singolare forma di involontario e grottesco egualitarismo è quello che in un decennio si avvia a portare le pensioni basse a coincidere o quasi con quelle medie?

Faccio outing, altrimenti reciprocamente non ci si fida. Da circa cinque anni godo di una pensione non media ma alta. In cinque anni l’importo mensile di questa pensione è calato (ripeto calato) di circa 300 euro netti. Più o meno il sei per cento del totale. Metà del calo a causa del prelievo chiamato contributo di solidarietà, l’altra metà (e questo maggiormente ferisce e offende) a causa della lievitazione delle addizionali locali. A questo sei per cento va aggiunto, alla grossa, un 4 per cento in meno in termini di potere d’acquisto venuto appunto dal mancato adeguamento all’inflazione 2012/2015. Fa dieci per cento, dieci per cento in meno della pensione in cinque anni.

Eppure sto sereno , con una aspettativa di vita al massimo dell’ottimismo di venti anni, al ritmo del 10 per cento in meno ogni cinque anni, alla fine il 50 per cento, la metà delle pensione originaria (alta) mi resta. Nel frattempo avrò osservato il paradosso della scala reale. Conoscete il gioco del poker? La scala reale è il punto più alto, si può realizzare mettendo appunto in scala dal sette al Jack, oppure dall’otto alla regina, o ancora dal 10 all’asso. Si chiamano minima, media e massima e la regola vuole che scala reale minima batte massima, massima batte media, media batte minima. Continuando così, tra retorica pauperistica, esigenze di bilancio, processioni in lode dei diritti acquisiti, sentenze a prescindere, con le pensioni andrà a finire così in una ventina d’anni: massima batte media, minima batte massima, media batte minima…

Un paradosso, un paradosso reso però incredibilmente perfino possibile dall’atteggiamento di tutti rispetto alle pensioni. Atteggiamento che si riassume nello spot di un grossista di elettrodomestici che annuncia grande vendita e ultima svendita e quindi tutta la famiglia si prepara con ginocchiere, gomitiere, caschi e corazze per affrontare la corsa e la lotta a chi prende il meglio che è rimasto.

Nella rissa e ressa che coinvolge e motiva partiti, governi, sindacati, lobby e comuni cittadini anche l’ovvio sfugge di mano e di senno. Se blocchi a lungo una pensione media, è solo questione di tempo diventi una pensione bassa. Alla lunga accadrebbe anche alla pensione alta di diventare bassa. E se sullo stesso reddito medio alto ci metti il blocco della perequazione, il grosso delle tasse locali e il tutto dei contributi di solidarietà allora non redistribuisci, sequestri.

E, peggio del peggio, se in astratto contributi e blocchi possono essere ascritti al bisogno di tenere a galla i conti pubblici, in concreto le super tasse locali servono a finanziare gli sprechi, le ruberie, l’inefficienza e il reddito garantito di Comuni e relativi dipendenti capaci di perdere soldi anche gestendo farmacie. Mi spiego: non c’è nulla di intoccabile, neanche l’importo della pensione. Personalmente troverei perfino accettabile un prelievo massiccio e una tantum destinato ad abbassare le tasse sul lavoro dipendente. E non sono poi tanto sicuro sia proprio così sano che una Corte sentenzi con tre anni di ritardo sui fatti olimpicamente indifferente alla circostanza per cui quei tre anni sono fior di miliardi. Ma il martirio della pensione media mi appare sommamente ingiusto e basato su presupposti bugiardi.

Una sola cosa rassicura: Parlamenti, governi, sindacati, Corti di giustizia, giornali e televisioni sono tutti solidamente arruffoni. C’è coerenza nel paese nel far casino sulle pensioni.