I conti di Scalfari e Mieli, fatti senza l’oste Polverini

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 18 settembre 2012 14:25 | Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2012 16:13
renata polverini

Renata Polverini (foto Lapresse)

ROMA – Andavano in onda quasi in contemporanea, la discussione tra Eugenio Scalfari e Paolo Mieli su Monti, il governo, le elezioni, Berlusconi, i partiti, gli elettori, Renzi, il 2013, Napolitano e gli anni a venire, e la sceneggiata finale del Consiglio Regionale del Lazio che votava mozione con solenne impegno, da oggi in poi, a non mangiarsi più e a non mettersi più in tasca facendo finta che sia “attività politica” una ventina di milioni di euro l’anno di denaro pubblico, impegno solenne dunque a farci lo sconto su quanto ci costano. Erano più o meno le 21 di lunedì sera e la sovrapposizione tra i due fatti suggerisce e consente una sorta di cronaca-resoconto paralleli.

Cominciamo dal tavolo dove Lilli Gruber apparecchia ospiti e dibattiti. Con lei Eugenio Scalfari e Paolo Mieli, non solo due tra i migliori giornalisti e direttori di giornale, ma anche due dei pochi che sono rimasti che, oltre a parlare e scrivere, sanno, leggono, riflettono, analizzano, capiscono e quindi, se prevedono, lo fanno a ragion veduta e non tanto per dar aria al palato. Due che non vanno persi quando parlano, con Ferruccio De Bortoli e Enrico Mentana i quattro “poli” se vuoi capire qualcosa della politica italiana, tutti gli altri, almeno tra i direttori di giornali e tv, fanno “volume”.

E che ci dicono e si dicono i due? Cose di cui l’ascolto dovrebbe essere reso obbligatorio nei partiti politici, nelle sedi sindacali, nelle associazioni di categoria, nelle case. Ascoltarlo e magari riscriverlo alla lavagna, farne un’applicazione sull’ipad: “La crisi, questa crisi durerà almeno cinque anni”. Concordano Scalfari e Mieli, concordano tra loro e soprattutto con la realtà. Almeno cinque anni e chiunque dice il contrario, si chiami Vendola o Berlusconi, si inganna o inganna, s’imbroglia da solo o imbroglia. Almeno cinque anni per riassorbire il molto latte che il paese ha versato. E che è finito in molte, moltissime tasche. Tasche anche di chi ora piange o urla alla “politica che ha saccheggiato”. La politica ha saccheggiato certo, però redistribuiva pure. In quantità e misura diversa, però la politica “arraffona” ha pagato “pizzo” più o meno a tutti i gruppi sociali. Quindi non c’è nessuno, proprio nessuno che possa dire: io non c’entro e questi cinque anni io fuori mi chiamo. Lo fanno in tantissimi, con l’appoggio o la strizzata d’occhio di partiti e sindacati? Peggio per tutti.

Almeno cinque anni per uscire dalla crisi e comunque non per ritrovarsi “a riveder le stelle”, le stesse “stelle” di prima. Anche senza la crisi una cosa come la Alcoa, una fabbrica antieconomica che sta aperta perché lo Stato sovvenziona la multinazionale fino a che questa non trova altrove maggior vantaggio, non potrà, non dovrebbe tornare, neanche tra cinque anni. Alcoa sta per Italia dove la bassa produttività, cioè il maggior tempo e il maggior costo a produrre una merce rispetto ad altri, o la raddrizzi verso l’alto oppure non ti salva neanche Madonna Bce e Santa Merkel. Almeno cinque anni dentro un “binario e sentiero stretto” come dicono e concordano Scalfari e Mieli.

Il binario e sentiero stretto degli impegni presi con l’Europa: chiunque governi lì dentro deve stare. Scalfari esemplifica: “Si può mettere prezzemolo o basilico a seconda che governi l’uno o l’altro, ma la pasta è una e una sola”. Concorda Mieli e concordano: “L’Italia come gli altri paesi ha ceduto sovranità”. Concordano e, sia ringraziato il signore della verità, finalmente si sente una volta due che dicono che la cessione di sovranità è una buona cosa perché nel mondo attuale chi resta padrone solo e soltanto della sua sovranità è un homeless, un “barbone” economico prima e sociale poi.

A questo punto i due cominciano a non concordare più e vediamo su cosa e come. Mieli pensa che, dato il sentiero/binario stretto, la politica tornata al governo non possa più di tanto dirazzare, sbandare, figurarsi cambiare direzione. Quindi governo politico dopo le elezioni di chi vince le elezioni, anche perché “Monti e si suoi ministri hanno preso impegno d’onore di arrivare al voto e basta”. Impegno d’onore che secondo Mieli va rispettato e non per capriccio ma per sostanza: se anche questi si rimangiano la parola, la fiducia diventa merce illegale e perseguita in Italia. Scalfari invece pensa che si vota, qualcuno vince, qualcuno perde, i partiti mandano parlamentari alle Camere e, secondo Costituzione, il capo dello Stato (“che a quel punto non sarà Napolitano” e su questo che dice Scalfari concorda Mieli) assegna a chi ritiene più opportuno l’incarico di formare un governo. Non necessariamente il capo schieramento di chi ha vinto, potrebbe secondo Scalfari essere ancora Monti ad essere indicato e tutto sarebbe in assoluta regola se poi questi avesse la maggioranza alle Camere.

Mieli non è d’accordo, dice che non succede mai che dopo un voto tra due o tra tre contendenti, “vinca” un altro che non correva. Scalfari non è d’accordo…Come proprio d’accordissimo non sono neanche su Berlusconi. Per Scalfari “Non ha nessuna possibilità”. Per Mieli “Il tempo politico di Berlusconi, il ciclo è senz’altro esaurito, ma a volte ritornano, come accadde a Peron, addirittura venti anni dopo”. Berlusconi-Peron, non è un complimento. Come non sono complimenti quelli che Scalfari riserva a Matteo Renzi: “Berlusconi dice la verità quando dice che Renzi ha le sue idee…Dovrebbe andare Renzi da gente del calibro di Draghi e Merkel? Non mi risulta sappia nulla, a meno che non faccia le scuole serali”. Una palese diffidenza “anagrafica” che stasera poggia su argomenti diciamo un po’ fragili e lievi. Con il setaccio del “chi sa” davvero e di chi davvero ha studiato ciascuno può escludere dai competenti chi vuole e comunque questo setaccio non lo passa l’intera classe politica italiana, vecchia e nuova. Non Berlusconi che lo ha dimostrato, non Bersani, non Vendola, non Grillo. Ma il vero argomento di Scalfari anti Renzi è che la sua mossa, anzi il suo agitarsi, scombussola e complica. Ed è, guarda caso, lo stesso argomento di Mieli che lo fa “contrarissimo” a un Monti-bis che, appunto, scombussolerebbe e complicherebbe. Che cosa? Lo schema che i due hanno in testa.

Schemi diversi per i due, ma entrambi basati sul fatto che sia Scalfari che Mieli alla fine si fidano. E di chi si fidano, anche se sono troppo scaltri ed esperti per affidarcisi? Della politica italiana, della sua capacità di mutare e risolvere. Scalfari si fida di un’alleanza elettorale, quindi di una vittoria e quindi di un governo Bersani/Vendola. Quel Vendola che si leggerà al mattino sul giornale di Scalfari si allea con Bersani smontare la legge sulle pensioni e ripristinare l’articolo 18 così come era, altrimenti se si vince, che vittoria è? Altro che stare saul binario  stretto, questo è un programmino di intenti di fronte al quale il resto d’Europa non può far altro che o non prenderti sul serio o mandarti a quel paese. Il simmetrico del Berlusconi che cancella l’Imu: si fa finta di non sentire ma, facesse domani sul serio l’Italia a volersi pagare pensioni e rendite con gli euro altrui…Ma Scalfari si fida: Bersani saprà, Vendola terrà, Casini aiuterà. Perfino la Camusso capirà.

Della politica alla fine si fida anche Mieli. Forse meno di Vendola, ma che la politica italiana possa produrre in qualche modo un centro sinistra diverso da quello di Scalfari, più centro e meno sinistra in grado di far governo, Mieli in fondo mostra di fidarsi. E sulla base di questa ragionata ed esperta fiducia i due fanno i loro conti politici e sociali ed economici al paese. Conti senza…l’oste Polverini.

E qui veniamo al secondo ramo della cronaca in parallelo del lunedì sera italiano: l’aula del Consiglio Regionale del Lazio. Lì dentro è acclarato, si può dire pacifico, che il capogruppo regionale del Pdl si è mangiato milioni di euro e che ha potuto farlo perché di quello che i partiti, non solo il Pdl, fanno dei soldi pubblici non c’è controllo, ognuno fa come gli pare. Un “come ci pare” che tutti i partiti, con rare eccezioni, hanno fin qui orgogliosamente difeso chiamandolo “ruolo della politica”. Insultando così sia il concetto di ruolo che quello di politica. La cosa è pacifica perché Renata Polverini parla di “vergogna ad uscire di casa”, di “scoglio…come al Concordia”, di “alluvione di Firenze”. Pacifica, acclarata la cosa che i politici eletti in Regione si mangiano i soldi pubblici o rubandoli o sperperandoli, infatti si scrive mozione per mangiarsene una ventina di milioni quest’anno.

Pacifico, pacifica, e pacificamente si decide che chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato…Dimissioni immediate e di decenza di quello con due auto blu? Dimissioni di qualcuno che senta la responsabilità politica di aver fatto capogruppo quell’altro che con i soldi dei cittadini si faceva la “vacanzona in Sardegna”? Ma che volgarità, niente di tutto questo. Al posto delle trivialità il celestiale intervento in aula della consigliera Pdl Chiara Colosimo che dichiara “Non accettiamo lezioni, tanto meno di etica”. Non c’è dubbio che non ci siano mai state lezioni di tale materia né che simile scolaresca non avrebbe disertato in massa tale insegnamento. La regola “etica” proclamata dal Consiglio Regionale del Lazio a nome di tutta la politica italiana è che si resta impuniti, almeno politicamente impuniti, fino a che magistratura non ti becca, se ci riesce. Infatti non si sono tagliati stipendi e neanche soldi in tasca, hanno solo giurato che taglieranno una parte dei soldi che distribuivano e distribuiscono alle vaste clientele. Quanti? Nello stesso giorno si poteva leggere sul Sole 24 Ore che sono 830 milioni l’anno i soldi che la politica assegna e spende per pagare se stessa solo a livello regionale.

Con una politica così, con un ceto politico così fatto e cresciuto, con una “società incivile” che è diventata ceto politico e con vastissime consce o inconsce complicità e connivenze tra questo ceto politico e amministrativo e la società cosiddetta civile, i conti di Scalfari e Mieli, gli unici possibili peraltro, non tornano. Pagare una patrimoniale come vuole la Camusso e forse anche Bersani perché quegli 830 milioni l’anno che i “regionali” apparecchiano, mangiano e spartiscono restino più o meno tali? Riconvertire cultura e prassi dei sindacati e degli imprenditori a non difendere il “posto” anche se è morto e a non restare aziendina familiare se no si muore mentre invece resta in piedi la regola economica tutta italiana per cui è più redditizio cercare un po’ di denaro pubblico che lavorare? Impossibile, i conti non tornano: con questo ceto politico, con questa politica e con i milioni di italiani che le fanno “il palo”, l’Italia deraglierà dal binario stretto o verrà mandata a spiaggiarsi sul binario morto.

Grillo racconta la favola bugiarda secondo al quale i cittadini son tutti buoni e onesti e i cattivi ladri son solo i potenti, i politici e i banchieri. Renzi racconta la favola sciocca secondo al quale chi ha quattro o cinque decenni di età non è più buono e che, se cambi il pezzo con uno più giovane, la macchina parte rombando. Sono favole bugiarde e sciocche. Ma Grillo e Renzi, lontano e diversi tra loro, una cosa l’hanno se non capita intuita: l’Italia diventerà un paese civile e vivibile solo se smette di produrre più della metà del suo reddito con denari pubblici intermediati da un ceto politico arraffone per vocazione, cultura ma anche per missione, questa e non altra che gli viene affidata e riconosciuta dalla gente: portare soldi a casa. A casa, proprio a casa propria: gli orridi “batman” della Regione Lazio alle elezioni la gente li vota in numerosa brigata, la stessa gente magari che, “beccati”, li vuole in galera. Grillo e Renzi stanno su questa incerta linea del fronte e possono anche spararsi sui piedi, a dar loro munizioni si rischia. Scalfari e Mieli disegnano esperte e ragionevoli mappe, ma una loro “ricognizione” non guasterebbe, il “territorio” è peggiorato parecchio.

Post scriptum, ne vale la pena. Mi sono ricordato di come ho appreso della storia Fiorito/Batman che metteva sui suoi conti privati i soldi del Pdl, anzi dei contribuenti. Per primo l’ho letto sul Corriere della Sera, ma in “cronaca” di Roma, notizia importante ma locale nella valutazione del quotidiano. E’ la mia una critica al Corriere? Dio me ne guardi, benemerito fu il Corriere ad avere e dare la notizia. Però l’ha data in cronaca locale e lì è rimasta per giorni sapete, sappiamo perché? Perché dirigente politico locale, in somma un “regionale” o “comunale” che fa la cresta o traffica con i soldi pubblici è ormai non solo e non tanto per i giornali e le tv quanto per la gente comune e la pubblica opinione “cane che morde uomo”, insomma una ovvietà o quasi. E questo ci dice, anche questo, quale sia davvero il “territorio”.