Stabilità: chi guadagna, chi no. Bersani bufala Costituzione

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 19 Ottobre 2015 13:52 | Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre 2015 13:55
Stabilità: chi guadagna, chi no. Bersani bufala Costituzione

Stabilità: chi guadagna, chi no. Bersani bufala Costituzione

ROMA – Angelo Tirelli, lettore del Corriere della Sera, si guadagna il grazie di Sergio Romano. Non altrettanto di certo lo ringrazierà Pierluigi Bersani. Documenta Tirelli: “Il 6 dicembre 1995 furono presentate pubblicamente le Tesi per la definizione della piattaforma programmatica dell’Ulivo…”. Segue il testo delle Tesi nella parte relativa alla riforma del Senato. Nero su bianco le Tesi disegnano, auspicano, impegnano a un Senato che è la fotocopia di quel che è il Senato della riforma Renzi-Boschi. La fotocopia, controllare per credere. Anzi verificare perché ne vale la pena (Corriere della Sera 19 ottobre pagina 43 e comunque le suddette Tesi).

Ne vale la pena perché appare lampante ed evidente, attestato e documentato che ciò che venti anni dopo i Bersani, i Cuperlo, i D’Attorre e tanti altri, insomma la minoranza Pd ma la maggioranza dei custodi della sacra natura della sinistra, oggi dichiarano deriva autoritaria, pericolo per la democrazia, tradimento e travisamento della cultura e dei valori originari…venti anni fa era il programma di riforme istituzionali dell’Ulivo. E nell’Ulivo allora, al vertice dell’Ulivo, c’erano tutti gli anti renziani di oggi.

Cos’è allora che spinge, trascina, ineluttabilmente porta gli attempati Bersani, le arroccate Camusso ma anche i giovani Speranza a sentir odore di regime e dittatura in fieri in ciò che ieri era buona e utile e necessaria riforma della forma dello Stato? Certo, facile: è Renzi. E’ il senso di esproprio che da D’Alema a Bersani provano nel Pd le sconfitte vestali del tempio della sinistra intonsa. E’ il rancore, è la strategia del colpire il nemico principale, Renzi appunto. E’ questo che trasforma ciò che ieri sottoscrivevano i Bersani e i D’Alema come balsamo per la Repubblica in veleno per la Repubblica: il tocco di Renzi.

Lo stesso vortice di disperazione vestita da imperativo politico che porta di fresco Bersani a inventarsi una Costituzione che non c’è, a produrre una bufala da piazzista che neanche Calderoli pur di andar contro Renzi sulla tassazione sulla casa. Bersani ha sostenuto che togliere la tassa a tutti i proprietari di casa è niente meno che anti costituzionale perché l’articolo 53 della Costituzione vuole una tassazione progressiva e cioè crescente con il reddito. Il Bersani inventore della Costituzione anti Renzi è demolito sul Corriere da Michele Ainis che pure è commentatore per nulla tenero con Renzi.

“Non pronunziare il none di dio invano…”. Cioè non chiamare la Costituzione a sproposito. Ainis spiega, ma non c’era bisogno del costituzionalista, che la Costituzione, quella vera, vuole sia progressiva la tassazione, non la singola tassa. E nessuno può negare che l’Irpef in Italia sia progressiva, cioè cresca al crescere del reddito. Questo intesero esplicitamente i Costituenti e questo ha a più riprese confermato la Corte Costituzionale. Altrimenti dovremmo pagare la benzina o comprare le sigarette a prezzi diversi a seconda del reddito. E poi, conclude Ainis, “a rigor di logica si potrà rendere progressiva una tassa, non la sua cancellazione. Mica possiamo cancellarla due volte per i poveri e una volta sola per i ricchi. Ma forse abbiamo deciso che in Italia anche la logica è anticostituzionale”.

Sì, in effetti lo abbiamo deciso: è assolutamente illogico che la qualunque che non piace a qualcuno da questo qualcuno sia subito e sempre dichiarata incostituzionale. Lo fanno i politici, i sindacalisti, i comitati di quartiere, i condomini, i passanti…Lo fanno tutti e tutti partecipano al festival dell’anti logica supponendo, pretendendo, bluffando, mentendo sul fatto che nella Costituzione di 70 anni fa siano state previste e normate tutte, proprio tutte le leggi e regolamenti dell’oggi e del domani. E’ un trucco meschino da imbonitori non eccelsi. Perché vi ricorre anche Bersani?

Sì, certo per i motivi che animano il partito anti Renzi. Ma ora l’opposizione alla legge di Stabilità Renzi-Padoan illumina qualche motivo in più. Non solo la resistenza all’impostore, all’uomo di destra che si è preso il Pd. Non solo la lotta dura e senza paura per riprendersi casa usurpata. C’è qualcosa di più, di molto di più. Diciamola questa qualcosa in più con linguaggio che tutti a sinistra, di diverse generazioni ed esperienze, tutti capiscono: c’è un motivo di classe nel No a qualunque costo e qualunque mezzi e anche qualunque bufala contro questa legge di Renzi. Di classe, cioè di ceto e gruppo sociale. I Bersani e i D’Attorre e i Vendola e Camusso si battono per una classe, una classe sociale. Quale? Qui sta la sorpresa ma neanche tanto sorpresa…

Dalla legge Stabilità ci guadagnano i proprietari di case. Che sono anche oltre che proprietari ovviamente anche impiegati, imprenditori, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, pensionati, talvolta anche disoccupati. Ci guadagnano anche i proprietari di case di lusso secondo Catasto, ci guadagnano 80 milioni su 3,5 miliardi di meno tasse sulla casa. Lo scempio a vantaggio dei ricchi, la vergogna di destra è pari al 2,5 per cento dello sgravio fiscale. Un pretesto, tanto più che la sinistra che dice di essere la sola sinistra era per conservare tutta la tassa, tutti e tre i miliardi e mezzo.

Dalla legge Stabilità ci guadagnano le aziende che se investono in macchinari scalano dalle tasse il 140 per cento di quanto speso, insomma lo Stato paga loro le nuove macchine e dà anche un premio.

Dalla legge Stabilità guadagnano ancora lavoratori precari: chi li assume con contratto a tutele crescenti avrà ancora sgravio sui contributi anche se non così alto come nel 2015.

Dalla legge Stabilità guadagnano i mille che verranno assunti nella carriera diplomatica e prefettizia e i seimila specializzandi in medicina che avranno borsa di studio.

Dalla legge Stabilità guadagna chi lavora in agricoltura, cancellata l’Imu e diminuita l’Iva.

Dalla legge Stabilità guadagnano le partite Iva, quelle piccole: fino a 30 mila euro regime forfettario (era 15 mila).

Dalla legge Stabilità guadagnano i figli di famiglie sotto soglia di povertà, per loro 600 milioni. Qualcuno della sinistra sicura di essere sinistra ha detto: “solo carità, roba da neo con americani”. Preferiva forse consegnare quei 600 milioni all’accorta e sociale gestione di assessori e cooperative sociali?

Dalla legge Stabilità guadagnano tutti, proprio tutti i consumatori e i produttori: la legge elimina 16 e passa miliardi di aumenti Iva e di aumenti accise previsti e fissati se il bilancio pubblico fosse stato particolarmente negativo. Sono 16 miliardi di nuove tasse che la stampa di destra ha dato per sicuri per un anno intero. Quando sono spariti…neanche un sospiro.

Dalla legge Stabilità ci perde…Chi ci perde? Chi ci perde euro? Per chi arriva nuova tassa? Chi viene colpito da nuovo sacrificio? Nessuno.

Dalla legge Stabilità non ci guadagnano i pensionandi. Non i pensionati. Non ci guadagnano i pensionandi e cioè i non pochi che aspirano ad andare in pensione prima dei 66 anni e passa della legge Fornero. E la sinistra sicura di essere sinistra si indigna e si infervora perché il governo non manda in pensione più gente possibile, e anche più del possibile, tra i cinquanta e i sessanta anni di età.

Dalla legge Stabilità non ci guadagnano i pubblici dipendenti per i quali sono stanziate somme che fanno prevedere un rinnovo contrattuale di entità limitata se non misera. I pubblici dipendenti reduci da sei anni circa di blocco dei contratti e delle retribuzioni e reduci anche da un quindicennio in cui le loro retribuzioni sono salite molto più dei lavoratori privati e indipendentemente dalla qualità dei servizi pubblici e dalla efficienza della Pubblica Amministrazione. Ce ne sono ancora le tracce di quegli anni: i dirigenti della Pubblica Amministrazione italiana pagati il doppio se non il triplo del resto d’Europa, le centinaia di contratti e di caveat contrattuali nel pubblico impiego che impediscono, volutamente impediscono di valutare, spostare, utilizzare le risorse umane.

Pensionandi e pubblico impiego: questi i due gruppi sociali che non guadagnano qualcosa dalla Legge Stabilità. E questo il “blocco sociale” della sinistra che si vuole vera sinistra. L’idea fatta sindacato e talvolta fatta governo che sia equo, giusto e giustizia sociale mandare in pensione più che si può più presto possibile, l’idea che la classe operaia va in pensione e quello è il suo paradiso. Nel frattempo, magari, aspetta in cassa integrazione. Classe operaia poi? Operaia mica tanto, gli operai quando possono votano allegramente Lega o M5s. L’idea dei pensionandi come classe generale che perseguendo il suo interesse di gruppo persegue e realizza l’interesse generale è il cuore del Cgil pensiero, molto meno quello dei lavoratori in carne e ossa.

A meno che non siano nel pubblico impiego, qui i pensionandi sono obiettivamente ceto generale. Il pubblico impiego, milioni di lavoratori spesso a basso reddito, mortificati dalla routine, schiavi della procedura e insieme torturatori in nome della procedura. Boicottati dal loro datore di lavoro, lo Stato, che non dà loro modo di lavorare con utilità per la collettività e sospinti, convinti dai loro innumeri sindacati a rifiutare anche con violenza ogni innovazione, valutazione, produttività, perfino modifica del tran-tran burocratico.

Pensionandi e pubblico impiego…Matteo Renzi come svela sua legge Stabilità merita la qualifica di “interclassista” che per la sinistra sicura di essere vera sinistra è quasi anatema, antico anatema. Ma pensionandi e pubblico impiego…se questo è il blocco sociale è blocco sociale dei “ceti parassitari” tanto per usare il vocabolario della sinistra. Vero, ricordi…sinistra? Dalla falce e martello al libretto Inps, che pena veder presentare questo processo, questo declino niente meno come la difesa dei “veri valori della sinistra”. Che dramma dover constatare che dietro e dentro l’anti renzismo viaggia e si nasconde, ormai neanche tanto, anche la strenua difesa dei ceti parassitari.