Monti: “O così o Stato insolvente”. Lega e sindacati: “Non ci riguarda!”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 5 Dicembre 2011 15:24 | Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre 2011 20:33

Mario Monti (Lapresse)

ROMA – “O così oppure Stato insolvente” e poi, domenica mattina prima del varo del decreto, prima di battezzarlo il “Salva Italia“, Monti aveva spiegato che “l’insolvenza” non era un concetto astratto: “entro due, tre mesi lo Stato potrebbe non avere più si soldi per pagare gli stipendi, si fermerebbero i treni e i bus…”. Da quel momento e su queste parole il governo ha avuto varie incerte risposte: un discreto assenso, un po’ consenso, molta rassegnazione, qualche inespressa incredulità, perfino qualche soffusa speranza.

E due risposte invece certe e nette, quelle venute dalla Lega e dai sindacati. La Lega ha fatto sapere “Non ci riguarda”. I sindacati hanno detto: “Sarà… ma non è affar nostro”. Due risposte che hanno più di una qualche similitudine, sono entrambe a loro modo “secessioniste”, l’una dal paese, l’altra dalla logica. A uno che ti dice che tra due, tre mesi si chiude bottega si può rispondere che esagera, sbaglia e che quindi è stato un errore dargli in mano le chiavi del governo. Legittimo e infatti la Lega con coerenza, sia pur fantasiosa, si chiama fuori da ogni cosa che riguarda l’Italia. Oppure a uno che dice così gli credi e allora il “salto logico” sta nel giudicare “insopportabile” ciò che impedisce che tra due o tre mesi si chiuda bottega.

Per ora, al primo colpo, a Monti hanno creduto i famosi “mercati”. Lo spread è sceso a quota 375, cioè  quasi 200 punti in meno del picco toccato a quota 570 il giorno delle dimissioni “al rallentatore” di Berlusconi. Per ora, solo per ora. Perché i famosi “mercati”, quelli che nei prossimi mesi devono dare all’Italia i soldi per pagare gli stipendi e far camminare i treni…aspettano che la Germania della Merkel creda davvero a Monti, che Berlino sciolga le briglie alla Bce, che i 17 paesi dell’Europa o almeno i più importanti tra loro comunichino a fine settimana l’avvio della “unione fiscale” con relativi controlli e garanzie. E aspettano che il decreto battezzato “Salva Italia” diventi legge operativa prima di Natale senza essere troppo corretto e smangiucchiato. Aspettano di sapere se dell’Italia ci si può fidare davvero, indotti a aiutati a qualche robusta diffidenza da molte antiche e recenti esperienze.

Esagerano i mercati che devono finanziare l’Italia nella strategia e nell’umore del San Tommaso che se non vede non crede davvero? I parametri e gli elementi di giudizio dei mercati non sono solo e tanto gli articoli e i provvedimenti della manovra. Sono anche se non soprattutto le reazioni della politica e della società italiana. E, di fronte al decreto, la politica italiana per ora “tiene”, eppure scricchiola e geme.

Tiene il Pd di Bersani inteso come partito e posizione ufficiale. Ma scricchiola e geme la sua base sociale e il suo mondo di riferimento. Il Pd accetta il decreto, crede che l’alternativa sarebbe stata lo “Stato insolvente”, ma la sua gente crede anche che le pensioni di anzianità andavano in qualche modo conservate, che si poteva fare senza mandare le donne in pensione a 62 anni e gli uomini a 66. E crede soprattutto che esistano dei “grandi patrimoni” che dovevano loro pagare non solo più degli altri ma per tutti gli altri. “Grandi patrimoni” al di là della casa, della prima casa, al di là della rendita finanziaria che pure il decreto tassa, al di là delle auto di lusso e delle barche pure toccate, al di là dell’uno e mezzo per cento di sovrattassa sui patrimoni “scudati”.

La gran parte della gente del Pd crede giustamente che evasione e patrimoni si sovrappongano fino a coincidere ma crede anche ad una tassa sull’evasione che per definizione è tanto giusta quanto impossibile. Il “patrimonio” lo tassi quando assume una forma concreta tassabile, se è evasione la puoi inseguire e perseguire, non tassare. Ma la gente del Pd ci crede. E la Cgil è pronta allo sciopero per difendere il diritto o l’abitudine, scegliete voi, di andare in pensione a 60 anni. E la sinistra di Vendola e il partito di Di Pietro si oppongono e tirano il Pd ad opporsi. Non appena il governo Monti è diventato decreto Monti è il mondo della sinistra ad essere entrato in sofferenza, sofferenza perfino maggiore di quella del Pdl e del centro destra. L’alleanza politica Pd più Sel più Idv nel decreto Monti non ci sta, non c’entra. Tiene il Pd ma scricchiola e geme il suo mondo.

Tiene il Pdl. Per una volta l’impolitico Berlusconi ha avuto un’intuizione politica: “Soffriranno più loro a sinistra che noi”. Così sta andando. Certo il Pdl scricchiola anch’esso. Se Monti ha ragione e se il decreto funziona, allora il Pdl deve cambiare natura e connotati, diventare destra “responsabile”. Geme anche l’elettorato del Pdl ma, se non vuole votare Lega, non può che “starci” sia pure mugugnando. La Lega…neanche due settimane fa era al governo, al governo da quasi dieci anni, di un paese, di una nazione che in dieci giorni ha deciso e proposto di dividere in due come la ex Cecoslovacchia. Quelli che oggi gridano “l’Italia ha fallito, approfittiamone per fare la Padania” erano dieci giorni fa i ministri della Repubblica italiana. Legittimo, ma questo dovrebbe “sterilizzare” la possibilità per chiunque di allearsi domani con la Lega per un governo dell’Italia.

Tiene il Terzo Polo ed è l’unico che non scricchiola e neanche geme. Non “tiene” e neanche si sogna di “tenere” il mondo dei sindacati e delle “Corporazioni”. Prima tra tutte le “Corporazioni”, la politica dei governi locali, quelli che non a caso maneggiano e distribuiscono la gran quantità del denaro pubblico. Hanno ottenuto più accise sulla benzina per finanziare il trasporto pubblico e più addizionale Irpef per finanziare la Sanità. Dicono di non poter “tagliare”. Mai che prendano neanche in esame la possibilità di aziende e servizi pubblici che non debbano essere in eterna perdita e quindi necessitati ad esser finanziati. Non “tiene” la Corporazione di Regioni e Comuni, questi ultimi fingono di non incassare buona parte del, futura Imu. E “geme” la Corporazione delle Province che vuol ricorrere alla Corte Costituzionale perché si vede “tagliata” nei posti in palio. Non “tiene” e non vuol tenere ogni sigla  della “corporazione sindacale”. Non la Cgil ma neanche la Cisl e la Uil. Non vuol “tenere”, anche se resiste di rimbalzo e di nascosto la “corporazione parlamentare”: ci proveranno a non avere una pensione con le regole degli altri. E dieci, cento, mille altre “corporazioni” sono al lavoro per provare a fare come sempre: svuotare il decreto, rinviarlo, scaricarlo sul vicino di banco.

Per ora, solo per ora, il vasto mondo politici e sociale che scricchiola, geme e fuori si chiama non può coagularsi e diventare reazione. Perché è purtroppo vero che “o così o Stato insolvente”. Ma per dare all’Italia i soldi per pagare se stessa ai mercati non basteranno due, tre settimane di Italia che “tiene”. Vorranno vederci così per un lunghissimo biennio. Dovremo “tenere” per un biennio, sempre che la Merkel si accontenti del primo “mattone” italiano e non faccia comunque venir giù la casa. Due lunghissimi anni in cui l’Italia può rimbalzare come un elastico all’Italia di prima oppure cambiare i suoi connotati, anche politici, sociali ed elettorali. Diciamo cinquanta e cinquanta per cento.