Taglio aziende pubbliche secondo Carlo. Cottarelli? No, Marx

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 27 Agosto 2014 15:28 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2014 16:44
Taglio aziende pubbliche secondo Carlo. Cottarelli? No, Marx

Karl Marx

ROMA – Tra le ottomila e le diecimila aziende (quante siano davvero nessun lo sa e soprattutto nessuno ce la fa a saperlo). Tra le ottomila e le diecimila aziende in tutto o in parte di proprietà di Regioni, Comuni, Province (sì, anche Province). Tra le ottomila e le diecimila aziende che si occupano di tutto: trasporti, allevamento, gioco d’azzardo, formazione professionale, commercio all’ingrosso e al dettaglio, spettacoli e qualunque altra branca dell’economia vera o inventata che sia. Tre le ottomila e le diecimila aziende partecipate dalla mano pubblica, cioè in tutto o in parte di proprietà di Stato, anche si tratta di Stati finanziariamente irresponsabili come le Regioni e in miniatura come i Comuni e le Province.

Tra le ottomila e le diecimila aziende di cui una su quattro ha il bilancio strutturalmente in perdita: il 25%. Poi un altro 20% di quelle aziende il bilancio lo nasconde. E siamo a metà delle 8/10 mila. Poi ci sono le centinaia che hanno patrimonio negativo, cioè debiti superiori al valore dell’azienda stessa. Poi ci sono quelle che i servizi li forniscono, ma a prezzi superiori a quelli di mercato (quasi la regola nel campo dell’energia). E quelle che forniscono servizi a prezzi politici ma servizi inefficienti se non pessimi (le aziende di trasporto locale). Qualcuno, la Corte dei Conti, ha provato a fa di conto e ha calcolato in 35 miliardi annui il peso economico delle ottomila/diecimila. La metà dei quali, circa 17 miliardi, buttati nel gabinetto. O come si dice, sprecati.

Ma davvero quei miliardi di soldi pubblici sono spreco, sprecati, buttati nel gabinetto, insomma spesi senza ragione e utilità? Che ne avrebbe detto Karl Marx di questo “socialismo municipale”? Si gioca, ovviamente si scherza: Karl Marx ne avrebbe detto nulla in base al principio e alla regola per cui de minimis non curat praetor. Pero, però, giochiamo…

Tra ottomila e diecimila è spallettianamente tanta roba ed hegelianamente la quantità muta la qualità del fenomeno. Prima del vecchio Carlo, giocando, tocca scomodare il vecchio Guglielmo. Otto/diecimila aziende in tutto o in parte di proprietà pubblica, in tutto o in parte di proprietà dei governi e delle assemblee locali non sono una deviazione, uno scostamento. Sono, con tutta l’evidenza della loro quantità, una regola, almeno un’abitudine. Quindi la qualità del fenomeno non è lo spreco. Questo si verifica appunto come deviazione e scostamento dalla regola e dalla consuetudine. Non è spreco, allora cosa è?

E qui potrebbe venir utile almeno un bignamino del vecchio Marx. Un bignamino di economia politica per ricordarsi che una concausa, almeno concausa, di natura economica caratterizza e definisce i fenomeni sociali. Su questo Karl Marx non solo aveva ragione ma questa è la lezione che tutti hanno appreso e tutti gli riconoscono. Non era stato il primo a dirlo o intuirlo nella storia, fu quello che sistematizzò meglio l’idea. Idea che oggi è patrimonio comune di ogni scienza economica e sociale. Dunque quale il perché economico di quello che chiamiamo spreco? Quale il perché economico delle ottomila/diecimila aziende pubbliche di cui la metà almeno da buttare, stanare, chiudere? E quale il perché economico per cui non si fa, per cui questo spreco che tutti lamentano e tutti dichiarano intollerabile poi alla fine resta, ingrossa e ingrassa?

Ottomila/diecimila aziende: mica solo Consigli di amministrazione e presidenti e amministratori delegati composti dagli “apicali” della clientela politica. Sì, la politica piazza e sistema i suoi nel sistema delle aziende spreco, ma diecimila per dieci fa centomila. Centomila sub politici a capo di quelle aziende, certo. Ma anche avvocati, commercialisti, segretarie, ingegneri, autisti, meccanici, impiegati, operai, professionisti, medici, sociologi, mediatori culturali, architetti…pure giornalisti. Cento ad azienda, facciamo cento dipendenti ad azienda di media e 10.000 per cento fa un milione. Un milione e anche se ormai molti vivono single, figli se ne fanno pochi e un milione non può essere moltiplicato per quattro a fare famiglia, un milione di dipendenti dalle aziende dello spreco fa almeno un milione e mezzo se non due di cittadini e italiani. Tutti avvinti come l’edera alle aziende dello spreco.

Ottomila/diecimila aziende e un milione e mezzo/due milioni di cittadini sono uno strutturato sistema economico sociale. Configurano un ceto che non diremo parassitario perché questa connotazione implicherebbe giudizio morale e poi perché questa gente in buona parte lavora e in discreta buona fede ritiene di lavorare il dovuto. Parassitario no, ma poiché lavora e opera in perenne deficit oppure al riparo di sostanziali monopoli, o ancora protetto da tariffe politiche o peggio con in tasca la licenza per offrire servizio inefficiente e pessimo, ceto che può in tutta scienza essere definito non qualificato.

L’interesse materiale di questo ceto non qualificato e inadeguato sia al mercato che al Welfare è quello di non subire lo stress di una qualsiasi riqualificazione. Un ceto che comprensibilmente rifiuta valutazioni, competizione salariale, carriere basate sul merito e ogni qualsivoglia altra aggressione alla condizione in cui presta la sua opera e incassa il suo salario. Non è quindi spreco, è assistenza a questo ceto. Assistenza finanziata dal denaro pubblico. Assistenza pagata dalla fiscalità, assistenza pagata dalle tasse. Assistenza ad un vasto ceto, sussidio come quello di cui godono (in misura fortemente minore) gli agricoltori o i gli autotrasportatori o tante altre categorie.

Le tasse si fanno carico di tutti, anche delle ottomila/diecimila aziende e del milione e mezzo/due di cittadini che ci stanno dentro. Destinare a questo scopo parte rilevante delle tasse è scelta politica che risponde a interesse preciso e massiccio di ceto. Chiunque voglia limitare o eliminare lo “spreco” mai potrà farlo con il consenso o la contrattazione con il ceto assistito. Solo la creazione e l’organizzazione di altro blocco di interessi (cittadini, utenti, contribuenti) contrapposto a quello dello “spreco” potrà in ogni luogo e tempo consentire di non “sprecare” più.

Marx, e anche Hegel e anche Ricardo e anche Keynes insomma chi vi pare, anche formato Bignami e format Wikipedia: senza un po’ di lotta di ceto se non di classe non si riforma un bel nulla. Elementare Engels avrebbe detto il vecchio Carlo, ma no, quello era Holmes e stavolta l’investigatore non serve per scoprire i complici dello “spreco”: sono, siamo milioni.