Telecom, Alitalia, produttività…campane a morto per l’Italia dei pagliacci

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 25 settembre 2013 16:59 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2013 17:09
Il presidente di Telecom Franco Bernabè

Il presidente di Telecom Franco Bernabè (foto Ansa)

ROMA – Clown, pagliacci: stanca e ripetitiva esibizione di clown e pagliacci quella di politici, sindacalisti e pure giornalisti sull’usurato palcoscenico di Telecom, oppure Alitalia o ancora qualunque altra vicenda seria che coinvolga grandi aziende italiane. Telecom e Alitalia predate dallo straniero e svendute per sottrarle di soppiatto e di sicuro con qualche inganno al sacro suolo e patrimonio nazionale? Filastrocca da clown recitata da pagliacci. Telecom e Alitalia e molto altro come loro sono aziende che sono state gestite malissimo da italianissime mani. Aziende messe in ginocchio o ridotte all’impotenza dalla sacra e nazionale alleanza tra partiti politici italiani, sindacati italiani e italica gente in qualunque modo organizzata. Sono gli italiani ad aver sfasciato Alitalia e ad aver svuotato di valore Telecom.

“Un paese arretra nel sottosviluppo quando le sue élites si coalizzano per difendere dei privilegi a danno della collettività…” scrive Federico Fubini su la Repubblica. E su la Repubblica Alessandro Penati scrive: ” Ci vorrebbe una Norimberga per i crimini contro il capitalismo in Italia…colpevoli lo sono tutti: governi e ministri, banchieri, imprenditori nobili e meno nobili, sindacati…una Norimberga, ma forse l’Europa e i mercati ci stanno già giudicando”. Sommate le due frasi e i due concetti, le élites che si fanno corporazioni e un intero sistema paese che meriterebbe una Norimberga, e avrete la vera storia di Telecom e di Alitalia e del paese in cui vivete.

Quando Telecom viene privatizzata la modernissima e accorta imprenditoria italiana non vuol mettere una lira sulle telecomunicazioni. O meglio, vuol proseguire come da tradizione italica: diventar padrone con i soldi degli altri. Quindi Telecom viene comprata “a debito”. A debito di chi, chi fa il debito per comprare Telecom? Ma è ovvio, Telecom! Chi compra e poi vende e altri che comprano e poi vendono la società sempre mettono al massimo due lire, il resto è debito a carico della società che comprano. Così in un quindicennio prosciugano, dissanguano Telecom cui non restano capitali per investire sulle tecnologie. Una società di telecomunicazioni che non investe in tecnologia. Noi italiani l’abbiamo fatto, nessuno ce l’ha imposto. Ora Telecom vale poco e qualcuno se la compra a poco. Lamentarsene è come  aver lasciato diventare rudere un palazzo e lamentarsi perché qualcuno lo acquista pagandolo come rudere. Ma forse è così che ci piace tenere le nostre cose: come ruderi.

La storia di Alitalia la lasciamo alla sintesi di Penati: “Manager dopo manager, tutti di nomina politica, portano l’azienda allo sfascio…ma i politici non sono ingenui. Dietro gli interessi nazionali c’è la difesa dei sindacati che vogliono l’azionista di riferimento italiano perché meno determinato a ristrutturare e tagliare posti di lavoro, anche se c’è capacità in eccesso., il settore è in declino e l’azienda inefficiente…c’è la difesa delle tante piccole imprese fornitrici che non hanno dimensione e efficienza per essere concorrenziali nel mondo, aziende a rischio sostituzione se arriva lo straniero che vuole standard internazionali…la difesa della capacità di influenzare, se l’azionista straniero non risponde al telefono?”. La difesa “nazionale” è la difesa di quanto storto e comodo c’è nelle imprese e nell’economia. Solo così si spiega come otto anni fa l’Italia, Berlusconi dux, rifiutò sei miliardi di Air France per Alitalia più sei miliardi di investimenti e oggi clowneggia intorno ad Air France che Alitalia se la prende per quel che vale, centinaia di milioni. Cinque anni fa Berlusconi e la Cgil decisero di salvare i troppi dipendenti, i troppi privilegi, le troppe influenze, i troppo “interessi nazionali”. E hanno fatto pagare il tutto in cinque miliardi di tasse.

Telecom , Alitalia…un’intero paese. Dal 2007 l’Italia ha perso il 20% della sua potenza industriale. E non è stata colpa della crisi maligna o della Merkel matrigna. E’ che negli stessi anni la produttività italiana, cioè la ricchezza prodotta divisa per unità di lavoro, ci ha visto procedere più lentamente di Spagna e Grecia. Ovunque imprenditori pavidi ma furbi, imprenditori molto di denaro, occasioni e relazioni pubbliche e molto poco imprenditori di tecnologie e sviluppo. Ovunque sindacati invaghiti dell’immobilità, qualunque cosa contenga l’immobilità i sindacati la difendono allo strenuo. Ovunque politica che fa da sponda e da bancomat, che scambia favori pubblici con consenso miope. E ovunque clown e pagliacci che mimano lacrime sul perduto e amato paese ghermito dagli stranieri.

Eppure alla recita, anche se non ci piace, ci stiamo. Ci stiamo perché vogliamo sentirci dire che la crisi finirà  la ripresa economica arriverà senza che l’Italia debba cambiare la sua idea di come e perché si fa politica, con quali soldi e in che modo si fa impresa, perché e per chi si fa sindacato. Crisi finirà e ripresa arriverà a suon di pernacchie all’Europa, alla finanzia, alle banche, all’euro. Noi resteremo uguali, a lavorare ugualmente producendo meno ricchezza al mondo di molti altri, presto di quasi tutti gli altri. E ciononostante, anzi per questo nostro non cambiare, crisi passerà e ripresa arriverà.

Cantilena da clown, eppur la canta Enrico Letta e mezzo Pd, eppur la suona Sussana Camusso e tutta la Cgil. Ritornello da pagliaccio sempre in bocca a Berlusconi e in cuore al Pdl. Musichetta da circo, eppure al suo suono marcia Grillo e seguono a milioni. Al momento la nostra politica economica consiste nel gonfiare il debito pubblico invece che sforare il deficit, tagliare la spesa o produrre di più. Consiste nello spostare il problema su chi domani…chi gli capita gli capita e se lo piange lui. Cantilena, ritornello e musichetta da clown che sono la sigla musicale di tutta la televisione politica che c’è, dei talk-show. Questi hanno rispetto alla vita pubblica e associata la stessa funzione e ruolo che rispetto al calcio hanno a Roma le radio private che parlano e vivono solo di Roma e Lazio. Ma questa è cosa che al volo possono comprendere in pochi. Semplificando: le radio ci campano nel rendere la passione per il calcio e il calcio stesso talvolta una cosa pessima, oppure volgare, spesso dannosa. Anche i talk-show ci campano e non è certo questo il loro difetto o la loro pubblica nocività.