Chi comanda in Val di Susa? Quelli del “Ehi pecorella”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 29 Febbraio 2012 14:48 | Ultimo aggiornamento: 29 Febbraio 2012 15:33

Foto Lapresse

ROMA – “Chi comanda in Val di Susa?” è la domanda di un camionista francese bloccato sull’Autostrada bloccata, la Torino-Bardonecchia. Chi comanda in Val di Susa è la domanda che il cronista del La Stampa usa come filo per tessere il suo articolo e tutti gli avvenimenti dell’ultima giornata No-Tav. La domanda è congrua, l’articolo è preciso e documentato e si conclude con la reiterazione della domanda: chi comanda in Val di Susa? La Stampa lascia la risposta in sospeso. Cautela eccessiva, la risposta è chiara: comandano in Val di Susa quelli del “Ehi pecorella, vuoi sparare?”. Comandano loro, comanda quell’uomo che in faccia al poliziotto urla e sfotte: “Che pecorella sei? Hai un numero, un nome, mi sa che sei illegale, sei venuto per sparare, vuoi sparare? Pecorella, ascolta, io pago anche per te, vi siete divertiti? Noi ci divertiamo un sacco a guardare voi stronzi”. Comandano loro e non solo in Val di Susa.

Comandano anche nella testa e nei pensieri scritti di quella che si è fatta, che è diventata la sinistra contemporanea, la sinistra al tempo della No Tav. Su La Repubblica Adriano Sofri riscopre un’antica categoria della critica sociale e la adatta ai tempi: non più i “compagni che sbagliano” ma i “cittadini che sbagliano”. E chi sono questi cittadini in errore? Ma che domanda? Tutti quelli che non sono No Tav. Sofri esordisce: “La gran maggioranza della gente di Val di Susa, con la migliore conoscenza di causa, e molti nel resto d’Italia, sono persuasi che la Tav sia un grandissimo errore”. Assioma, postulato di fede: chi glielo ha detto a Sofri che la “gran maggioranza” e soprattutto dove scientificamente Sofri appende quella “miglior conoscenza di causa”? Alla dottrina, al diritto, alla scienza innata e immanente della terra e del sangue? Esser nati o abitare infonde per osmosi ambientale competenza? Una volta la sinistra era scienza, anche ottusamente scienza, adesso è fede, anche superstiziosa fede.

Ma il cuore della riflessione di Sofri deve ancora battere i suoi colpi migliori: “che fare quando si crede fermamente di aver ragione e si sente che il proprio avversario, dalla parte del torto, in in buona o cattiva fede, è disposto a tutto pur di non smettere la strada intrapresa?”.  Sta Sofri parlando del problema che ha lo Stato italiano, che hanno due governi e due Parlamenti che hanno scelto e votato la Tav e che non sanno cosa fare di fronte a “chi crede fermamente di avere ragione ed è disposto a tutto pur di non smettere la strada intrapresa”? No, con sublime rovesciamento secondo Sofri questo è il problema del movimento No Tav, al di fuori del quale sono tutto e tutti istituzioni, governi, Parlamenti, leggi e cittadini che sbagliano.

Ma il battito di cuore e intelletto di ciò che si è fatta la sinistra italiana al tempo della No Tav si fa ancor più accelerato quando si arriva alla questione generale, a quella che definisce l’identità. Quale il sogno, l’obiettivo unificante, la battaglia di sistema che farà del movimento No Tav la “classe generale”? Lo si legge su La Stampa, lo si ascolta sulla bocca dei militanti: una manifestazione, una grande manifestazione nazionale contro le “grandi opere”. Le grandi opere sono il nemico di quel che si è fatta la sinistra: lo conferma Nichi Vendola e gli fa eco De Magistris. La parola d’ordine rimbalza a trasvola nelle fila del Pd. Beppe Grillo sinistra non è ma stavolta ci sta: il nemico sono le Grandi Opere. Stabilirà dunque la sinistra un metro sopra e sotto il quale un’opera pubblica è “grande” o no? La misura andrà a chilometri, tonnellate o milioni o miliardi? La grande opera come farina del diavolo capitalista, la piccola opera come semenza della democrazia e del socialismo? E l’opera “media”? Magari sarà accoppiata alla socialdemocrazia. Comandano loro, quelli del “Ehi pecorella” non solo in Val di Susa ma nella testa e nel cuore di quella che si è fatta la sinistra.

Una volta la sinistra era sinonimo di scienza e progresso. Dall’altra parte stavano l’immobilità e l’oscurantismo. Ora la sinistra è contro i cantieri e i laboratori. Contro le “grandi opere” nei secoli passati era la Vandea, la Chiesa che non voleva si guardasse nel cannocchiale, il popolo sanfedista che impiccava gli illuministi. Ora tutto è cambiato: il responsabile economico del Pd Stefano Fassina denuncia il “pensiero unico che uccide la politica” e rivendica, denuncia come solo “di destra” la questione del debito. Infatti sul debito sono almeno due le posizioni possibili e non ci deve essere “pensiero unico”. Si può essere per pagarlo il debito o per non pagarlo, Fassina è per la seconda ipotesi. Meraviglioso percorso quello di quello che si è fatta la sinistra italiana al tempo della No-Tav: denuncia e condanna della finanza assassina dei popoli, assassina perché ha costruito un’economia sul debito. Cui contrapporre un “mondo nuovo” la cui prima pietra è altro debito, stavolta fatto dai governi e non dalla finanza e tanto basta per renderli debito santo.

Comandano loro, quelli del “Ehi pecorella”, hanno nella sinistra quella che una volta la sinistra chiamava egemonia. Comandano non solo in val di Susa e sui giornali della sinistra, rischiano di comandare anche domani, quando la sinistra, questa sinistra, dovesse diventare governo. Un governo contro le grandi opere e per il debito pubblico. Se sarà governo di Pd più Sel più Idv questa egemonia culturale, perché di cultura si tratta, durerà sei mesi e poi sarà travolto dal quella Grande Opera che è la realtà, in associazione, autoritaria s’intende. con la storia.