Monti e lo spread: stabilità solo dai tecnici? Pericolo crederlo

di Sergio Cofferati
Pubblicato il 12 Dicembre 2012 7:42 | Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio 2020 9:17
Mario Monti e Angela Merkel

Mario Monti e Angela Merkel

ROMA – La decisione del Presidente del Consiglio Mario Monti di dimettersi in presenza di un voto negativo del Pdl ad una sua richiesta di fiducia, voto non trasformato in atto di esplicito ritiro del sostegno all’esecutivo da parte di quel partito, è una presa d’atto del venir meno di condizioni normali per l’attività del Governo ma non è esente da componenti tattiche, certo legittime, ma da non sottovalutare per l´influenza che potrebbero avere nell’immediato futuro, in particolare se si salderanno alle condizioni oggettive presenti nel quadro politico ed economico.

Monti ha impedito così che prendesse corpo una lunga campagna elettorale nella quale la presa di distanza dai provvedimenti del Governo sarebbe stata quotidiana e indipendente dal merito, ma ha anche legittimamente puntato ad evitare il logoramento di immagine di sé e dei suoi ministri.

Allo stesso modo il ripetuto richiamo alle reazioni dei mercati, così temuto e profetizzato, è in contrasto con la decisione rapida di chiudere l’esperienza dei tecnici. Non sfugge a nessuno che agendo così si finisce con l´accreditare l´idea che, paradossalmente e pericolosamente, la stabilità non è garantita da Governi democraticamente eletti ma da tecnici designati.

A questo punto forse converrebbe guardare con attenzione e pacatezza al lavoro svolto dall’esecutivo e ai risultati ottenuti.

La situazione di partenza era disastrosa e non solo per lo spread elevato. Il Governo Berlusconi aveva prima sottovalutato e poi strumentalmente ignorato la profondità e le dinamiche della crisi. I tecnici hanno prodotto una forte terapia di contenimento priva dei necessari elementi di equità, l’emergenza é stata così pagata dai pensionati e dalle parti più deboli del paese.

La mancanza poi, nei mesi successivi, di politiche per lo sviluppo da integrare al contenimento del debito ha ulteriormente penalizzato i redditi più bassi, che hanno perso lavoro e servizi per l’effetto congiunto del rigore monetarista e della recessione, nella quale la nostra economia nel frattempo era caduta.

Bisogna aggiungere il fallimento della riforma sul mercato del lavoro che doveva innescare la ripresa dell’occupazione (in piena recessione!!) e che ha invece solo levato diritti ai lavoratori e mantenuto la pletora di contratti atipici senza intaccare la precarietà.

Poi meglio non parlare degli inesistenti effetti di un contrasto all’evasione fiscale basato su atti mediatici (la finanza nei santuari dei ricchi) in grado di generare, al più, un poco di deterrenza.

Anche in virtù di questa sequenza, la fiducia dei mercati é stata modulata più dalle politiche della Bce che dalle nostre ipotetiche riforme. A fare da contraltare ad una sostanziale difesa (infatti dicono: abbiamo evitato il tracollo) pagata principalmente dai più deboli si è determinato un forte recupero di credibilità internazionale, in particolare in Europa.

Le ragioni penso, siano due. La prima é la credibilità del Presidente Monti, nata in due mandati da Commissario europeo, la sua serietà e la sobrietà nei comportamenti (molti non immaginano quanto valgono nei rapporti internazionali!) ci hanno fatto recuperare immagine e rispetto.

La seconda, che proviene dalla sostanziale condivisione della linea prevalente nella Ue del rigore senza crescita, ha fatto il resto. Ora è difficile prevedere con buona approssimazione il futuro. Troppe le variabili. Proviamo ad elencarne alcune alla rinfusa.

Non verrà cambiata la legge elettorale e nel contempo la necessaria data ravvicinata del voto può impedire la realizzazione delle primarie per la scelta dei candidati al Parlamento, utile a limitare così i danni del “porcellum”. Per la coalizione di centrosinistra e in particolare per il Pd sarà un passaggio stretto che può vanificare il vantaggio acquisito sul piano della pratica democratica nella scelta dei suoi candidati.

La legge attuale lascia nel limbo la definizione della coalizione prima del voto, con le evidenti contraddizioni del caso. Ed ancora, la ripetuta “sorveglianza” dei mercati sul quadro politico del nostro paese che cosa produrrà nella futura geografia politica italiana?

Quanti ministri, a cominciare dal loro Presidente, si candideranno passando da tecnici a politici, o più semplicemente svelando dinamiche già visibili in trasparenza? E le eventuali diverse soluzioni a questi nodi quanto faranno aumentare (o diminuire) populismo ed antipolitica? È bene evitare ardite previsioni, giorno dopo giorno il mosaico si completerà.