Zingaretti e le tasse del Lazio, il pudore perduto

Pubblicato il 20 maggio 2015 13:36 | Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2015 13:44
Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti

Raccontano le cronache di uno scambio polemico tra Matteo Renzi e Nicola Zingaretti, l’uno presidente del Consiglio, l’altro presidente della Regione Lazio. Oggetto del contendere, poi formalmente risolto con un vogliamoci bene, le tasse. Le tasse locali nella fattispecie, le addizionali regionali e comunali.

A farla corta, Renzi in tv  si è volutamente lasciato sfuggire che Regioni e Comuni stratassano (sottinteso fanno male e non è colpa mia). Zingaretti ha capito l’antifona e ha replicato con l’argomento che a Regioni e Comuni appare il migliore a loro difesa: è il governo centrale che ci dà meno soldi e quindi dobbiamo tassare per compensare.

Dispiace per Zingaretti ma, come dicono al Nord, il rattoppo è peggiore del buco. Dove sta scritto che se lo Stato dà meno soldi a Regioni e Comuni questi devono continuare a spendere quanto spendevano prima e quindi sarebbero niente meno che obbligati a tassare e ancora tassare? Sta scritto solo nella testa e nella cultura dei politici e dei governi locali che considerano la spesa, la quantità della spesa, scritta una volta per tutte nella pietra dei comandamenti divini. Anzi, accanto al comandamento che la spesa non si tocca, oltre a quello secondo cui la spesa è sacra, c’è quello per cui la spesa più si incrementa e più fa democrazia.

Tutto non vero: la spesa di Regioni e Comuni è in buona parte assistenziale, clientelare e corporativa. E comunque non è una grandezza fissa come una stella in medieovale firmamento. Se lo Stato dà meno soldi alle Regioni e ai Comuni questi avrebbero l’obbligo di rivedere quantità e qualità della spesa. Non lo fanno, piangono miseria e tassano. Con l’unica buona, fino a un certo punto buona, ragione dalla loro parte: con la loro insopprimibile e incontenibile spesa finanziano decine di migliaia di stipendi senza i quali, oltre ai voti, non ci sarebbe neanche pace sociale.

Inoltre Regioni e Comuni sono complici di una autentica truffa/rapina perpetrata, in nome del federalismo, ai danni di tutti i contribuenti e dello stesso federalismo. Ai tempi fu dato dalla legge e dal governo centrale potere e diritto a Regioni e Comuni di aumentare le aliquote della tassazione locale. In cambio doveva venire attenuazione delle tasse nazionali. Il più tasse locali è arrivato, anzi è stato spinto al massimo. Il meno tasse centrali non è mai partito. Risultato: le aliquote Irpef e Irap sono nella realtà più alte di quelle ufficiali in Italia. A queste vanno aggiunte infatti le aliquote della addizionali locali.

Nel caso del Lazio siamo al 3,3 per cento del reddito come addizionale della Regione e allo 0,9 per cento come addizionale del Comune. Quindi chi paga le tasse a Roma paga il 4,2% di addizionale locale. Se ha l’Irpef tassata al 36, in realtà la tassa è al 40 per cento. Se l’Irpef è al 43, in verità è al 47. Se è al 25, in realtà sfiora il 30 per cento.

Ecco, di fronte a questi dati (e senza neanche voler aprire il capitolo dello in cambio di cosa, della qualità o semplice esistenza dei servizi pubblici erogati in cambio di tale tassazione) il silenzio sarebbe d’oro. Il silenzio di Nicola Zingaretti. Tacere sarebbe una forma di pudore regalata a se stesso e una forma di rispetto per i contribuenti. Invece Zingaretti parla, prima di duettare con Renzi aveva fatto sapere con trionfalistico comunicato che Regione Lazio al prossimo giro non aumenta le tasse, l’addizionale appunto. Non è vero: le tasse restano quelle che sono solo per i redditi bassi e aumentano per quelli medi e alti. Zingaretti e le tasse del Lazio, il pudore perduto.