I “tweet” di Saviano su Castro, inversione a U: da dittatore a sogno di una generazione

di Pino Nicotri
Pubblicato il 1 dicembre 2016 9:07 | Ultimo aggiornamento: 1 dicembre 2016 9:07
I "tweet" di Saviano su Castro, inversione a U: da dittatore a sogno di una generazione

I “tweet” di Roberto Saviano su Castro, inversione a U: da dittatore a sogno di una generazione (Foto ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Fidel Castro è morto da poche ore e Roberto Saviano, in vena di trasformazione in tuttologo, decide di emettere alle 8 e 30 della sera e poi alle 23:30 due cinguettii online, cioè due twitt, di condanna senza mezzi termini, ripresi da Repubblica con entusiasmo nella homepage, come a dire in prima pagina internettiana, e rilanciati nei social. Vale la pena di leggerli perché suscitano più di una perplessità.

PRIMO TWEET

“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali, che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.

SECONDO TWEET

“Fidel rappresentò i sogni di una generazione. Tutto il mondo amò i barbudos, pronti a sfidare il gigante americano dalla loro piccola isola. “Può sembrare un’utopia. Bene, il nostro compito è dimostrare che non lo sia”.
Così parlava Fidel Castro.
C’è una morte silenziosa che avviene: è quella di smettere di sognare. Smettere di immaginare una realtà diversa dal tuo quotidiano per poter costruire una tua felicità. Il fallimento del regime di Castro è una sconfitta silenziosa come i sogni che perdi lentamente.
Eppure quello di cui abbiamo bisogno è forse proprio di “qualche storia, un po’ di poesia”. Tornare a sognare non facendo gli stessi errori. Non compromettendo mai la libertà in nome di ideali superiori”.

Una inversione a U quasi sorprendente.

Sorprendente, nel primo tweet, la frase “scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare”.

Ridurre Fulgencio Batista, un plurigolpista diventato dittatore militare, a “presidente corrotto” è francamente un po’ troppo riduttivo. Batista nel 1933 con il grado di sergente dell’esercito guidò a soli 31 anni il colpo di Stato contro il governo provvisorio di Cespedes y Quesada per insediare l’intellettuale Ramon Grau San Martin, che per premio lo nominò capo di stato maggiore dell’esercito. A Grau mal gliene incolse: Batista pensò bene di accentrare nelle sue mani il potere effettivo, cosa che gli permise di manovrare anche contro i quattro presidenti successivi ed essere infine eletto lui presidente nel 1940, a soli 39 anni. Nel ’44 venne però eletto presidente Grau e Batista scappò prudentemente in Florida.
Il fuggiasco tornò al potere con il suo secondo golpe il 10 marzo 1952 contro il presidente Carlos Prio Sacarras, eletto nel ’48. Appoggiato e riconosciuto subito come nuovo presidente dagli Usa, Batista instaurò un controllo ferreo e feroce su sindacati e forze armate, reprimendo con violenza ogni opposizione. L’allora giovane avvocato Fidel Castro ricorse in tribunale per far dichiarare illegale la nuova presidenza, ma perse la causa e, visto che le vie giudiziarie e legali non funzionavano, si rifugiò in montagna e diede inizio a quella guerriglia che, dopo alterne vicende – compresa una condanna a 15 anni di Castro amnistiata dopo poco tempo e l’esilio in America del Sud – si concluse nel 1956 con la presa del potere da parte dei guerriglieri castristi.

Come si vede, il maitre a penser Saviano è stato un po’ troppo sintetico e impreciso. Il plurigolpista e feroce dittatore militare Batista, diventato marionetta degli Usa, che fecero di Cuba un bordello per turisti “yankee“, non è stato esattamente solo un “presidente corrotto”. E quanto meno il suo ultimo governo non aveva neppure la parvenza di democraticità e la base popolare, politica, partitica e istituzionale che a Castro e al castrismo, per quanto male se ne voglia o debba parlare, non è invece mai mancata.

Castro col tempo è diventato indifendibile, come pure il regime castrista, ma la morsa asfissiante degli Stati Uniti qualche responsabilità ce l’ha anch’essa. E invece, neppure una parola da Saviano sul lunghissimo tentativo Usa di strangolare fin dagli anni ’60 Cuba e il suo regime castrista ricorrendo al blocco economico politico e a sanzioni ferree più un tentativo fallito di invasione armata di Cuba e una ventina di tentativi di assassinare lo stesso Fidel Castro.

Insomma, un assedio permanente che non ha certo contribuito a far sì che il regime diventasse più liberale e pluripartitico, più accettabile, e che con gli oppositori avesse i guanti bianchi. Del resto gli stessi Usa per molto meno a suo tempo hanno fatto ricorso alla lunga stagione del maccartismo, che i sospetti di comunismo non li trattava certo con i guanti bianchi anche se a onor del vero pur sempre molto meglio di come Castro trattava gli oppositori.

Contrariamente a quel che dice Saviano, non è neppure vero che Castro i suoi ideali non li ha mai realizzati, neppure uno, per il semplice motivo che l’ideale della dignità nazionale e dell’indipendenza dal neocolonialismo economico e politico degli Usa, che con la dottrina Monroe spadroneggiavano in tutto il centro e sud America definito il loro “cortile di casa”, è stato un ideale raggiunto in pieno.

Così come sono stati raggiunti l’ideale di rappresentare per l’America cosiddetta latina un punto di riferimento per il riscatto dallo strapotere degli “yankee”, l’ideale della piena alfabetizzazione e scolarizzazione di tutti i cubani, ai tempi di Batista in gran parte analfabeti, l’ideale dell’Università aperta anche ai figli di poveri, l’ideale di un sistema sanitario eccellente, di medici numerosi e bravi, capaci anche di farsi valere come volontari in tutto il Sud America, l’ideale della diffusione degli sport, compreso quel baseball che è lo sport nazionale Usa.

Tutti ideali realizzati che hanno permesso ai cubani di realizzarsi restando a Cuba e potendoci anche tornare dai viaggi all’estero, anche se è vero che molti sono fuggiti e molti di più lo avrebbero fatto se il regime non lo avesse impedito con controlli ferrei e se gli Usa in fatto di controlli non avessero aggiunto anche i propri.
Saviano si arroga il merito di avere contribuito, col grande successo del suo libro Gomorra, diventato anche film e applauditissima serie televisiva, a far sapere cos’è la camorra e avere così stimolato una miglior presa di coscienza e capacità di combatterla.

Evitiamo di contestare una tale affermazione ed evitiamo di dire che forse è un po’ troppo ottimista e autoreferenziale, ma Saviano abbia la compiacenza, la modestia, l’onestà intellettuale e il realismo di ammettere che Castro e i suoi hanno fatto qualcosa di più di lui in un altro campo, e cioè nel far sapere al mondo intero cos’era il neocolonialismo Usa e l’annesso sfruttamento economico dell’America cosiddetta latina, dove la Cia ha organizzato anche non pochi colpi di Stato per insediare regimi militari che hanno fatto decine di migliaia di vittime, in parte note come desaparecidos, cioè fatti sparire senza che se ne sia mai più saputo nulla.

Ragionando come Saviano, i loro ideali non li hanno mai visti realizzati da vivi né Gesù Cristo, mi si perdoni il paragone, né Spartaco, né Martin Luther King né Garibaldi. Visto che parliamo di America, Cristoforo Colombo è morto senza avere mai capito che non era arrivato in India, ma in un altro continente, al quale è stato dato il nome di Amerigo Vespucci senza che questi abbia fatto in tempo a saperlo. Vespucci infatti é morto nel 1.512, decenni prima che altri indicassero quel continente col suo nome perché era stato quel navigatore il primo a capire che non di India si trattava. Tutti falliti, dunque? Tutti amati da genti e popoli in modo immeritato?

 

Nel secondo tweet, Saviano varca i confini della Storia e della politica ed entra in quelli della poesia…. Al politico cubano Castro, e alla realtà del mondo, che è sempre una realtà problematica, drammatica, mai giusta sotto vari profili, Saviano senza rendersene conto preferisce lo scrittore spagnolo Calderon De La Barca e il suo affascinante e utopico capolavoro La vita è un sogno.

Sorge però spontanea qualche inevitabile e conseguente domanda:
– ma allora, perché mai Saviano, anziché scrivere Gomorra ed ergersi a eroe anticamorra, non si limita a raccontare “qualche storia e un po’ di poesia”? Gomorra e dintorni, film e serie televisiva compresa, cosa hanno a che vedere con la poesia, intrisi come sono di sangue e furiosa violenza criminale? Non solo Gomorra, ma tutta la produzione letteraria e giornalistica savianea. Compreso l’ultimo libro, La paranza dei bambini, che, definito “crudo, violento, senza scampo” viene presentato così:

“Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Quindicenni dai soprannomi innocui – Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop, Drone –, scarpe firmate, famiglie normali e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. Adolescenti che non hanno domani e nemmeno ci credono. Non temono il carcere né la morte, perché sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Sanno che “i soldi li ha chi se li prende””.

Nella Cuba di Castro, ma non in quella di Batista, questi dieci ragazzini avrebbero avuto vita più dignitosa che nella Napoli di Saviano.
Più che una lotta alla camorra quella di Saviano somiglia allo sfruttamento letterario e cine televisivo del filone che da Romanzo criminale in poi sfrutta in modo sistematico la violenza della delinquenza organizzata come occasione di successo per l’industria dello spettacolo, che a partire dal film Il Padrino ha intuito l’appeal e le potenzialità del settore malavitoso per il pubblico di massa.

Forse Saviano i suoi ideali li ha invece visti realizzarsi? Quali? Ideali, si intende, diversi da quello del successo personale.

Castro è diventato indifendibile, e su questo non c’è molto da discutere. Ma non è difendibile neppure buttar via il bambino con l’acqua sporca e ammannire ex cathedra lezioncine morali tanto “politicamente corrette” quanto abborracciate e malamente approssimative. Oltre che funzionali più che altro al proprio successo personale anche in tema di introiti da diritti d’autore.
Meraviglia e delude che il settimanale L’Espresso, cui modestamente ho dedicato 36 anni del mio lavoro e del quale ho vissuto la stagione più bella e eroica, abbia affidato al molto disinvolto Saviano la rubrica L’Antitaliano, varata e gestita per anni da Giorgio Bocca, autore tra l’altro del bel libro Inferno, che con anni di anticipo su quella che poi è diventata una moda faceva capire fin dal titolo di che natura fossero le anomalie del Sud. Bocca, inoltre, dopo essere stato fascista da giovane, come del resto quasi tutti a quell’epoca, si è arruolato tra i partigiani e ha rischiato la vita per contribuire al riscatto dell’Italia, senza voler per questo voler assurgere a maitre a penser e senza pontificare in poltrona scadendo ai pretenzioso maestrino di pensierini.

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