Angela Merkel e il sud Europa: capire il nein della Germania

di Pino Nicotri
Pubblicato il 30 agosto 2012 9:14 | Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2012 9:17

Riusciranno l’Italia e la Grecia a far perdere alla Germania la guerra per salvare l’euro, e magari con esso l’Europa, così come sono riuscite a farle perdere, per fortuna, la seconda guerra mondiale? Nel ’41 infatti Mussolini ebbe l’idea balzana di “spezzare le reni alla Grecia” con una invasione tanto fallimentare da costringere Hitler ad accorrere in soccorso del nostro esercito e ritardare così di quasi due mesi, dai primi di maggio al 22 giugno, l’invasione dell’Unione Sovietica. Ritardo fatale perché mise i tedeschi di fronte all’imbattibile generale Inverno russo prima di poter arrivare a Mosca, ritardo che si rivelò fatale per la Germania fino a quel momento vittoriosa su tutti i fronti.

E oggi come stanno le cose? La Grecia “le reni” a quanto pare se le spezza da sole, mentre l’Italia accumula ritardi ed elusioni che possono o far fallire l’euro o convincere la Germania che è meglio sia lei a uscire dalla moneta unica abbandonandola al suo destino, con tutto ciò che ne conseguirebbe anche per il Bel Paese. I cui giornali in questi giorni pare che ripetano gli stessi titoli e gli stessi allarmi di un anno fa. Come se a palazzo Chigi al posto del professor Mario Monti ci fosse ancora il cavalier Silvio Berlusconi… Ma il professore non aveva risolto quasi tutto, a partire dallo spread italo/tedesco, già un anno fa?

Le critiche contro la Germania per la sua rigidità  nei confronti del fondo salva Stati e degli euro bond mi pare non tengano conto di alcune cose. Idem il timore della perdita di sovranità nazionale che si paventa nel caso venissero adeguatamente corretti i meccanismi che oggi non funzionano efficacemente nelle istituzioni europee addette ai cordoni della borsa e agli annessi controlli di spesa degli euro Stati.

Queste critiche infatti non tengono conto che non esiste banca, ma neppure benefattore, che presta soldi, per giunta tantissimi soldi, senza nessuna garanzia certa di come verranno spesi e restituiti. Chiunque presta quattrini vuole in cambio o in pegno qualcosa, ad esempio, almeno un posto nel consiglio di amministrazione dell’azienda o banca che ha chiesto e ottenuto i crediti. In Italia invece le aziende che hanno usufruito di grandi regalie da parte dello Stato ed enti pubblici vari non si contano, dalla Fiat alla Olivetti, ma sempre senza alcuna garanzia concreta non dico di restituzione, ma anche solo di investimento utile e ragionato. E sempre senza che mai sia entrato nei consigli d’amministrazione o comunque nel vertice aziendale un rappresentante di chi ha messo mano al portafoglio.

Siccome si tratta di un portafoglio, quello dello Stato, imbottito solo di soldi provenienti dalle nostre tasche, magari nelle aziende sovvenzionate ci potrebbe star bene un rappresentante di chi in quelle aziende ci lavora e paga le tasse trattenute già con lo stipendio. Il 24 gennaio 2005, l’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni sostenne in una dichiarazione riportata da Repubblica che la Fiat dalla fine della guerra ad allora aveva ricevuto in regalo dallo Stato italiano l’equivalente di un milione di miliardi, teoricamente pari ad almeno 500 miliardi di euro di oggi.

Questo in linea generale. In linea particolare, la Germania è stata capace di assorbire e superare lo shock economico e finanziario dell’unificazione con la Germania Est – avvenuta il 3 ottobre 1990 – provocato dall’avere voluto che un marco dell’Est valesse quanto un marco della Germania Ovest nonostante in realtà valesse meno, molto meno. Poiché l’euro è stato introdotto il 1° gennaio 2001, se ne ricava che la Germania nel giro di quasi 10 anni si è messa in grado di assorbire senza danno alcuno l’enorme peso di entrare nella moneta unica europea portandosi appresso il fardello della sua metà dell’est economicamente ancora molto zoppicante e soprattutto industrialmente piuttosto obsoleta.

Tutto ciò già si presta a una prima considerazione: non si può accusare Bonn di avarizia e tanto meno di grettezza o mancanza di lungimiranza. Se la Germania nell’arco di soli 20 anni è stata capace di tanto – riunificarsi, entrare nell’euro e conquistare l’egemonia economica finanziaria nel Vecchio Continente – l’Italia invece con il suo Mezzogiorno non ha ancora colmato le distanze con il Nord (anche se il paragone regge fino a un certo punto, perché il Meridione d’Italia, partito dal Medioevo,  non è l’est della Germania, una dellezone più industrializzate del mondo) nonostante abbia operato per lungo tempo, dal 195 al 1984, la Cassa per il Mezzogiorno e in seguito l’AgenSud dall’86 fino al 1992. Totale ingoiato dal nostro Sud 279.763 miliardi di lire, teoricamente pari a 140 miliardi di euro (per inciso: la Fiat da sola, se Maroni ha ragione, ne ha divorati quasi il quadruplo). E a quanto pare non si è risolto tutto quello che c’era da risolvere, anzi: come è ben noto, almeno quattro regioni sono in mano alla criminalità organizzata (Sicilia, Calabria, Puglie e Campania), che estende i suoi tentacoli ormai anche nel pieno non solo della Lombardia.

La Germania è uno Stato federale, la cui formidabile banca di Stato, la Bundesbank, è retta da un board composto da rappresentanti dei singoli Stati federali, in tedesco Laender. In Italia sono oltre 20 anni che blateriamo di federalismo e il federalismo che ne è venuto fuori ricorda il famoso “Cambiare tutto per non cambiare niente” perché è rimasta in piedi tal quale la suddivisione in regioni, francamente troppe. Molte delle quali non sono, a differenza dei Laender tedeschi, ex regni o comunque ex veri e propri Stati con una loro storia secolare. Abbiamo messo così in piedi uno pseudo federalismo dai costi probabilmente esplosivi. In nessun caso comunque si potrebbe immaginare, neppure da lontano o per scherzo, la banca d’Italia retta da un board di governatori delle singole regioni italiane….

Il capitalismo tedesco è molto più attento al sociale di quello italiano. Forse è una conseguenza del fatto che la Germania, al contrario dell’Italia, ha avuto ed ha tuttora un partito socialdemocratico degno del nome. In Italia il Partito comunista non ha lasciato troppo spazio ai “socialtraditori”, come venivano chiamati i socialdemocratici, il che potrebbe anche essere stato un bene per le conquiste dei lavoratori. Bilanciate sempre, però, da eccessiva generosità finanziaria dello Stato nei confronti degli imprenditori al fine di metterli in grado di restare in sella resistendo alla pressione crescente dei lavoratori. Il problema è che crollata l’Unione Sovietica e scomparso di conseguenza il partito comunista non c’è stata una corrispondente crescita dei socialdemocratici, neppure dei socialisti, ma solo la penosa deriva da Achille Occhetto a Massimo D’Alema e Walter Veltroni, con capolinea Pier Luigi Bersani. La famosa “Cosa” di Occhetto non s’è mai capito bene cosa fosse, seguita man mano da Quercia e Olivo fino all’attuale PD del volenteroso ma inconsistente Bersani.

La Germania ha investito nel futuro: ha investito cioè sui giovani, sulle scuole, sulla ricerca, sull’ammodernamento tecnologico e sul lavoro. Il gruppo Volkswagen è arrivato al punto di ridurre l’orario di lavoro pur di non licenziare nessuno, e – cosa impensabile in Italia – ha anche aumentato lo stipendio ai lavoratori. In Italia i giovani sono in gran parte senza lavoro e senza prospettive, lo stesso Monti al recente convegno di Comunione e Liberazione ha dovuto ammettere che “una generazione sta pagando troppo”, tacendo però che non di una sola generazione si tratta. Riguardo la scuola, l’Università e la ricerca, in Italia le polemiche si sprecano, ma non gli investimenti, in continuo calo, e i risultati positivi. Anzi, Monti di recente ha dichiarato, cosa impensabile non solo in Germania, che non farà certo mancare i soldi alle scuole private, cioè cattoliche, il cui ruolo è riconosciuto come prezioso e fondamentale. In Italia la politica e la realtà industriali sono tali che la magistratura può o è costretta a interviene mettendo i piedi nel piatto anche delle realtà più grandi, con sentenze che rischiano di far chiudere l’Ilva di Taranto e più di uno stabilimento della stessa Fiat.

In Germania infine polemiche come quelle tra il magistrato Antonio Ingroia e il capo dello Stato Giorgio Napolitano sono impensabili, come la retorica che da noi nutre le tifoserie dei due contendenti. Ingroia viene santificato anche quando sbaglia grossolanamente, come quando si è presentato a parlare con forte passione di parte al congresso dei Partito dei Comunisti Italiani o concede interviste per auto celebrarsi a mo’ di salvatore della Patria o della legalità. Napolitano viene difesa a prescindere, senza se e senza ma, trattando i suoi accusatori e i suoi critici come rei di lesa maestà e, peggio, attentatori alla tenuta dell’Italia. Ci si dimentica che un presidente Usa, Bill Clinton, venne messo sotto accusa senza riguardi da mass media e avversari politici e rischiò l’impeachment per una storiaccia di sesso con una molto disinvolta stagista alla Casa Bianca. Ma ci si dimentica anche che Napolitano in fatto di mafia quando era ministro dell’Interno cominciò a coltivare un’idea che infine diventò legge il 15 febbraio 2001, quando non era più al Viminale, un’idea che non addolorò certo i mafiosi: stabilire per legge che un “collaboratore di giustizia” aveva un tempo limitato, sei mesi, a partire dalla data del pentimento per vuotare il sacco, e che passati i sei mesi le sue eventuali nuove rivelazioni sarebbero finite nel cestino della carta straccia. Una legge che non avrebbe certo fatto soffrire Berlusconi, che il caso vuole sia stato un finanziatore della corrente “migliorista” del Partito comunista, un cui esponente era proprio Napolitano.

Conclusione: poniamoci una domanda. Questa: saremmo d’accordo a far pagare all’Italia a favore di un Paese, che so, come la Slovenia o la Grecia, le cifre gigantesche che la Germania deve pagare per tirare fuori dai guai (anche) il Bel Paese? E saremmo d’accordo a cacciar fuori così tanti quattrini, dalle nostre tasche di contribuenti, per giunta senza contropartite certe?

Resta l’argomento delle sovranità nazionali, forse il più ridicolo e ormai antistorico di tutti. Ci si lamenta che le “pretese” della Germania e la marcia verso un’Europa unita anche politicamente e non solo dalla moneta diminuiscono le sovranità nazionali, quasi si trattasse di una moderna invasione fatto con mezzi diversi da quelli militari. Siamo seri e guardiamoci negli occhi: le sovranità nazionali, decadute a nazionalismi sempre più beceri e malsani, hanno fatto dell’Europa un gigantesco teatro di guerre, un produttore di mari di sangue per tutto il XX secolo, per non parlare dei secoli precedenti.

Forse, è ora che certe sovranità nazionali facciano i conti con la realtà, buttando a mare le tossine dei nazionalismi e sferzando gli elettorati e i parlamenti, sedi delle sovranità nazionali, a guardare avanti anziché indietro. A fronte delle sfide che ci aspettano e che anzi già ci incalzano, con giganti come Cina e India e altre potenze in forte espansione come Brasile, Turchia, ecc., meglio una sovranità sovranazionale europea che tante sovranità nazionali già fallite di fronte alla Storia. Già fallite, ma pronte a mordere ancora in modo feroce se l’unità europea non s’avesse a compiere. E’ bene infatti ricordare che quando anni fa Henry Kissinger, oggi corteggiato ex Segretario di Stato Usa, chiese al presidente francese Charles De Gaulle come avrebbe reagito la Francia di fronte all’eventuale forte crescita del potere economico della Germania, la nemica storica, rispose senza esitazione: “Avec la guerre”. Ed è bene riflettere che la Francia ha un arsenale nucleare, la Germania invece no. Mai come in certi casi vale la regola “Prevenire è meglio che combattere”.

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