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Carla De Pedis: “Cremazione per Enrico. Con Emanuela Orlandi lui non c’entra”

Pubblicato il 16 Maggio 2012 8:06 | Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2012 9:46

ROMA – La vedova di Renato De Pedis, Carla, ripercorre le sue emozioni di un giorno terribile, il 14 maggio 2012 quando, all’ora di pranzo, hanno aperto la tomba del marito e sbotta: “Ora spero proprio che lo lascino riposare in pace. Finalmente è di nuovo mio e solo mio. Erano anni che aspettavo questo momento, per poter poi finalmente decidere qualcosa io. Con calma, quando mi sarò ripresa dalla sofferenza di questi giorni e dallo stress che dura da sette anni, deciderò cosa fare. Forse lo cremerò così nessuno potrà neppure fare atti di vandalismo. Non accetto certo che me lo deportino con un colpo di mano in un cimitero di periferia scelto chissà da chi, come quello di Prima Porta deciso dal Vicariato e dal Comune, lo riporto nella tomba della mia famiglia al Verano”.

La vedova Carla De Pedis si interrompe. Si guarda attorno un po’ spaesata, trattiene chiaramente l’emozione e la stanchezza, respira profondamente, poi prosegue: “Sono stata male quando ho saputo che se ne sono andati lasciando la bara di mio marito in uno stanzone del sotterraneo, su una specie di treppiede, l’hanno mollata lì come fosse roba vecchia, ormai inutile, di quella che si accatasta per buttarla. La grande mantiglia del giorno delle mie nozze, con la quale avevo coperto la bara di mio marito, l’hanno piegata e messa in una busta di plastica, come quelle della spesa. La bara l’hanno lasciata lì perché a quanto pare i magistrati hanno perforato il muro dove era appoggiato il sarcofago di marmo, nella stanzetta sotterranea, per controllare cosa c’è dietro. Sono rimasti impressionati dalle due piccole grate sopra il sarcofago, si tratta delle prese d’aria dal piano stradale. Le famose altre 200 cassette dell’ossario di un’altra zona del sotterraneo sono state già vagliate quasi tutte, devono controllarne solo altre 30-40. Non faranno neppure per quei morti nessun esame del DNA perché si vede subito che sono ossa centenarie.”.

 Come ha vissuto la giornata di ieri?

“E’ stata una giornata terribile. Io e gli avvocati Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, legali miei e dei due fratelli di mio marito, eravamo stati avvertiti con precisione il giorno prima. Perciò ho anche dormito male. Le confesso che ogni tanto mi assaliva il timore che in questi 22 anni di sepoltura nella basilica, e soprattutto in questi ultimi 7 anni di assurdo can can scatenato da “Chi l’ha visto?” nel 2005, qualcuno avesse infilato di soppiatto qualcosa di brutto nel sarcofago. Mi pareva impossibile, ma ogni tanto questo timore mi tormentava”.

E’ rimasta a casa ad accudire i suoi vecchi genitori?

“No, come sempre sono andata al lavoro. Il mio ufficio è a soli 200 metri dalla basilica di S. Apollinare, la vicinanza è uno dei due motivi per cui nel ’90 l’ho trasferito lì, l’altro motivo è che in quella chiesa ci siamo sposati e andavamo a messa, affascinati anche dal canto gregoriano che, caso unico in tutta Roma, l’accompagnava. Cercavo di tenere la testa completamente occupata dal lavoro, ma ovviamente era impossibile ci riuscissi. Mi veniva da piangere e correre in basilica, l’idea di quello che stavano per fare mi feriva, mi sconvolgeva, mi indignava, ma sono rimasta dov’ero. A lavorare. Come tutti gli altri giorni”.

 Non si è tenuta al corrente di cosa accadeva in basilica? Gli avvocati non la informavano telefonandole?

“Anche avessero voluto, dalla cripta sotterranea non si può telefonare perché non c’è segnale e quando sono stati costretti a salire tutti in superficie, magistrati, polizia scientifica, avvocati, ecc., perché era impossibile svolgere il lavoro nella piccola stanzetta di Enrico, erano troppo impegnati a seguire tutto ciò che veniva fatto per avere il tempo di ragguagliarmi telefonandomi più di una o due volte. Venivo però man mano informata per telefono dai parenti e dagli amici andati nella piazzetta davanti la basilica, dove sono rimasti per ore e ore cercando di capire dai discorsi e dalle telefonate dei giornalisti presenti cosa succedesse”.

A un certo punto tra i giornalisti s’è sparsa la convinzione che stessero già per trasferire la salma di suo marito, la traslazione era data per certa e imminente.

“Sì, è successo quando è arrivato ed è entrato nel cortile di palazzo di S. Apollinare, contiguo alla basilica, il furgone con la scritta Polizia Cimiteriale del Comune di Roma. I giornalisti hanno telefonato ai loro giornali per dire che era arrivato il carro funebre dello sfratto al cimitero di Prima Porta. M’è venuto un colpo! Mi pareva mi stessero strappando le viscere, un sopruso insopportabile. Poi mi sono calmata e ho capito che si trattava degli addetti alle operazioni di apertura e chiusura della bara, anzi delle tre bare una dentro l’altra obbligatorie per legge quando si tratta di un defunto che non riposa in una fossa di cimitero e che ha viaggiato da uno Stato all’altro, in questo caso dal territorio italiano del Verano a quello del Vaticano della basilica. Per fortuna un avvocato mi ha anche tranquillizzato per telefono. E’ stato davvero un brutto momento. Ho vacillato”.

 E adesso?

“Adesso intanto è chiaro che la famosa telefonata anonima che “Chi l’ha visto?” ha lanciato nel settembre 2005 per dar vita a questi 7 anni di accuse e calunnie contro mio marito era oltre che anonima anche bugiarda. “Volete la verità su Emanuela Orlandi? Andate a vedere nelle tomba di Renatino De Pedis….”, diceva quel tale. Bene, nella tomba hanno visto che la Orlandi c’entrava meno del classico cavolo a merenda. Vedremo di chiedere i danni, in ogni caso la Rai dovrebbe mettere la conduttrice dl programma, Federica Sciarelli, di fronte alle proprie responsabilità. Non gliel’ha ordinato il medico di fare puntate su puntate una più stravagante dell’altra per supportare a tutti i costi una telefonata con un’accusa falsa. In un Paese civile certe cose non dovrebbero succedere, è semplicemente pazzesco che la magistratura si sia fatta incantonare restando prigioniera di una lunga campagna a base di frottole di ogni tipo”.

 Però è nata anche la petizione lanciata su Faebook da Pietro Orlandi, che ha raccolto oltre 70 mila adesioni e su Facebook un gruppo di quasi 12 mila persone.

“Anche nei riguardi di Pietro Orlandi dovremo vedere che iniziative prendere. E’ inutile che faccia finta ora di non entrarci nulla nella lunga campagna depistaroria a base di accuse a mio marito. Ieri sera in una intervista ha detto che lui dalla tomba non si aspettava nulla, ma che siccome spera ed è convinto che sua sorella sia viva allora la cerca ovunque. Ma dico: ma come si fa a cercare una persona viva dentro una tomba? C’è qualcosa che non quadra, c’è una contraddizione evidente. E a proposito di persone vive, l’avvocato Ferdinando Imposimato, legale della madre di Emanuela e Pietro Orlandi, da anni e anni sostiene che Emanuela è viva e non vuole tornare in Italia. E’ un suo diritto, visto che è maggiorenne, ma allora perché tutto questo fracasso contro mio marito?”.

 Fracasso che non è detto sia finito. Il Fatto Quotidiano ha pubblicato una intervista all’ex membro della banda della Magliana Antonio Mancini, detto l’Accattone, che insiste a dire che Emanuela è stata rapita da De Pedis per riavere dal Vaticano le centinaia di miliardi di lire prestati dalla banda e mai riavuti.

“Gli avvocati stanno preparando la denuncia, sia contro Il Fatto che contro Mancini. Che è finito in galera per omicidio il 16 marzo 1981 e ne è uscito nel 2002. Se stava in galera, come fa a dire che mio marito nell’83 guidava l’auto con la quale secondo questo sventurato avrebbe rapito la Orlandi? Uscito dal carcere, Mancini ha scritto con Federica Sciarelli il libro “Con il sange agli occhi”, pubblicato nel 2007, nel quale non fa assolutamente cenno a queste frottole. Le ha tirate fuori solo quando Sabrina Minardi s’è inventata un’altra clamorosa serie di cose sul “rapimento”. Evidentemente Mancini ha capito che conveniva prendere parte al tiro a segno. Del resto proprio lei, Nicotri, ha pubblicato le intercettazioni in carcere delle telefonate di Mancini che per poter uscire di galera pregava la sua donna, Fabiola Moretti, di inventarsi qualunque cosa su De Pedis pur di accontentare un magistrato e poter usufruire della casa e dello stipendio di pentita, facendo da apripista all’Accattone”.

 Un certo Sandro Masetti Giannini, del gruppo fondato su Facebook da Pietro Orlandi, ha postato un commento per dire di avere trovato in corso Vittorio Emanuele un volantino che inneggia alla memoria di De Pedis, e di avere immediatamente avvertito un giornalista amico di Pietro Orlandi.

f”Che ovviamente lo userà su un giornale contro mio marito, ammesso che il volantino non sia un altro falso, come la telefonata anonima del 2005, fabbricato ad arte per alimentare ancora certe miserie. Ignoriamole. Preferisco invece dire che spero mi possa capire: aprire la bara di mio marito, controllare cosa indossava, rovistare tra i suoi resti, alzargli un braccio, prendere un campione di pelle per le impronte digitali e scattargli foto come quelle segnaletiche, oltre alle foto ricordo coi telefonini, trattarlo cioè da delinquente anche da morto, e ben 22 anni dopo la morte, tutto ciò è per me una notevole violenza. In quella bara giace mio marito Enrico De Pedis, non il Dandy o qualche altro personaggio da film, romanzo, serie televisiva o fumetto. Ora che vivaddio i terribili 7 anni di sceneggiata sono finiti, la gente può finalmente capirlo”.