La Catalogna seguirà l’esempio del Kurdistan iracheno?

di Pino Nicotri
Pubblicato il 18 novembre 2017 4:36 | Ultimo aggiornamento: 17 novembre 2017 14:55
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La Catalogna seguirà l’esempio del Kurdistan iracheno?

ROMA – La Catalogna seguirà l’esempio del Kurdistan iracheno? Il governo di Erbil, dopo averla in un primo momento contestata, ha deciso di accettare la sentenza della Corte Costituzionale irachena che ha dichiarato illegale il referendum sull’indipendenza votato a settembre. Nonostante la  schiacciante maggioranza dei curdi iracheni abbia votato a favore della secessione – è andato a votare il 78% dei 5 milioni di aventi diritto al voto e il 91,8%  si è detto favorevole alla secessione – il governo di Erbil ha gettato la spugna. La decisione rinunciataria del governo di Erbil è stata provocata anche dall’esito degli scontri tra l’esercito iracheno e le milizie curde, conclusi con la riconquista della città di Kirkuk e annessa regione petrolifera da parte delle truppe di Bagdad. Ed è stata provocata anche e soprattutto dal coro di “no alla secessione!” che come sempre continua ad andare da Washington, che non ha voluto riconoscere l’esisto del referendum,  fino alla Turchia e oltre.

Qualche giorno fa la spugna l’aveva gettata il presidente Massoud Barzani, dimessosi in modo irrevocabile e dichiarandosi inoltre non disponibile a una eventuale sua rielezione. Una decisione sintomo chiaro e inequivocabile che perfino il leggendario e molto navigato Barzani si è reso conto che l’indipendentismo è ed è destinato a restare un sogno, in un vicolo cieco da troppo tempo. I curdi iracheni cominciano quindi a rinunciare esplicitamente all’indipendenza: restano autonomi, ma non indipendenti. I curdi degli altri Stati (Iran, Turchia e Siria) nei quali è suddivisa la Terra dei Curdi, vale a dire quella parte del Medio Oriente che da secoli va sotto il none di Kurdistan, invece non sono neppure riconosciuti come cittadini di regioni autonome.

L’articolo 1 della Costituzione dell’Iraq, a suo tempo accettata anche dai curdi locali, parla chiaro e non può dare adito a dubbi: garantisce infatti “l’unità dell’Iraq” e ne vieta espressamente “la secessione di ogni parte” del suo territorio,  compresa quindi la regione autonoma del Kurdistan. E la Costituzione spagnola in fatto di unità territoriale parla altrettanto chiaro, per giunta riconosce la monarchia mentre l’ex governo della Regione Autonoma Catalogna e il referendum da esso indetto oltre all’indipendenza vogliono anche che lo Stato catalano sia una repubblica. Doppia incostituzionalità quindi, com’è evidente, lampante e innegabile. E’ come dire che i leghisti lombardi e veneti si mettessero a indire un referendum per far diventare le rispettive regioni non solo Stati indipendenti da quello della Repubblica italiana, ma anche Stati monarchici!

Inoltre, esattamente come per lo Stato curdo, non c’è nessun Paese importante disposto a riconoscere un eventuale Stato catalano così come non lo vuole la stessa Comunità Europea. Per la quale l’eventuale indipendenza catalana sarebbe molto probabilmente la perdita del primo mattone destinata a essere seguita dalla perdita degli altri mattoni dell’edificio europeo, già scosso dall’uscita dell’Inghilterra.

Gli indipendentisti catalani seguiranno l’esempio curdo? Prima di deciderlo è probabile che i loro leader, a partire dal fuggiasco ex presidente Charles Puigdemont (in Belgio per sottrarsi al mandato di cattura dopo essere stato destituito d’autorità da Madrid assieme a tutto il governo catalano), aspetteranno i risultati delle elezioni dell’ormai vicino 11 dicembre. Indette da Madrid per rieleggere il nuovo governo regionale dopo avere dimesso d’autorità quello che ha indetto il referendum secessionista e dopo avere sospeso, ma non abolito, l’autonomia della Catalogna, saranno l’affluenza e il risultato di quelle elezioni a chiarire se oltre al sogno curdo è in un vicolo cieco senza scampo anche il sogno indipendentista dell’orgogliosa parte nel nordest della Spagna, diventata comunità autonoma nel 1979. I maggiori poteri e autonomie riconosciute alla Catalogna nel 2006 sono già stati bocciati dalla Corte Costituzionale spagnola nel 2010.

I sondaggi e l’andamento delle passate votazioni non inducono a grandi ottimismi. Secondo un sondaggio commissionato a luglio dall’ex governo regionale il 41 % dei catalani sarebbe favorevole alla secessione mentre i contrari assommerebbero al 49 %, in maggioranza quindi, però nella consultazione del 2014, puntualmente bocciata dalla Corte Costituzionale,   a dirsi favorevole era stato circa l’80 %. Bisogna però aggiungere che andò a votare solo il 35,9 % degli aventi diritto, vale a dire poco più di due milioni di elettori sui quasi cinque milioni e mezzo di aventi diritto.

A fronte di questi numeri, la cosa strana è che il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy, sia andato in Catalogna per convincerne i cittadini ad andare a votare i più numerosi possibili anziché snobbare la consultazione. Evidentemente Rajoy, che a Barcellona ha dichiarato

 “sono venuto per recuperare la Catalogna con la democrazia”,

è abbastanza sicuro che le elezioni per il governo regionale non vedranno il trionfo dei partiti indipendentisti e che faranno sentire la loro voce anche gli antisecessionisti,  scesi in piazza pure loro per manifestare a favore del mantenimento dell’unità della Spagna. Ma è un azzardo anche quello di Rajoy. Che meglio farebbe ad adoperarsi perché venisse concesso almeno il riconoscimento del catalano come altra lingua ufficiale  della Spagna.

Le circostanze e gli avvenimenti recenti e recentissimi impongono o suggeriscono un paragone con i curdi, bisogna però notare che i catalani non hanno subito tanto meno  in tempi recenti invasioni militari e soprusi su vasta scala dagli altri spagnoli come invece capita da troppo tempo per mani dei rispettivi padroni di casa a tutti i curdi nei vari Stati – Iran, Turchia, Siria e Iraq – nei quali sono stati suddivisi dalla diplomazia e dagli interessi internazionali, in primis quelli europei. Anzi, la Spagna è nata dall’unione paritaria del regno di Castiglia e Leon con quello d’Aragona e Catalogna, tramite il matrimonio dei detentori delle rispettive corone e troni, il matrimonio cioè dei famosi “re cattolicissimi” Isabella e Ferdinando Alfonso, i futuri autori della “Reconquista” della Spagna avvenuta cacciandone gli arabi e finanziatori della “scoperta” dell’America di Cristoforo Colombo.

Ma se pretendono la secessione parte dei catalani memori della grandezza passata dell’impero catalano, nato nel 1134, vissuto fino al 1715 e arrivato a comprendere tra l’altro i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, cosa dovrebbero dire i napoletani e i siciliani? Loro infatti sono diventati italiani con l’invasione militare dei rispettivi regni e l’annessa violenza repressiva colonialista (vedi per esempio la legge Pica, che i testi scolastici spacciamo per semplice “lotta al brigantaggio”). Per non parlare delle regioni dell’Italia centrale, tolte manu militari dallo Stato della Chiesa erede del famoso impero romano.  Da notare che la bandiera catalana era quella anche del regno di Napoli e oggi la si rintraccia ancora nella bandiera sarda.

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