Corea e Iran, spiegata la strategia di Trump: precedenti, storia e futuro

di Pino Nicotri
Pubblicato il 15 giugno 2018 6:06 | Ultimo aggiornamento: 15 giugno 2018 0:51
Corea e Iran, spiegata la strategia di Trump: precedenti, storia e futuro

Corea e Iran, spiegata la strategia di Trump: precedenti, storia e futuro

La morale della favola è che il possesso di bombe atomiche e di missili intercontinentali capaci di sganciarle anche sugli USA ha convinto Donald Trump a fare quello che il suo predecessore[App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] e compagno di partito George Bush figlio poteva fare nella primavera 2001, ma che ha invece preferito non fare. Bush poteva cioè firmare l’accordo già preparato a fine 2000 da Bill Clinton e fumare così finalmente il calumet della pace con la Corea del Nord, eliminando  un pericoloso focolaio di tensione politico militare che covava dagli anni ’50 e che ha continuato a covare per altri 18 anni.

Vedremo cosa c’è scritto nel trattato firmato a Singapore e se Trump ha parlato e firmato con lingua biforcuta, vedremo se le basi militari USA nella Corea del Sud e la formidabile flotta a stelle e strisce dotata di armi atomiche continueranno a stare dove sono, minaccia permanente per la Corea del Nord, o se invece ha parlato e firmato con lingua non biforcuta, vale a dire se le smantellerà o se almeno le ridimensionerà o trasferirà altrove. Vedremo se davvero finirà la divisione della penisola coreana in due Stati a regimi totalmente diversi e che si guardano in cagnesco.
E soprattutto vedremo se Trump ha firmato per poter meglio affrontare un non improbabile scontro anche militare con l’Iran. Intanto però l’accordo USA-Corea del Nord dimostra due cose:
1) – è sciovinista e un po’ razzista, quindi sbagliato, dipingere “gli altri”, vale a dire di volta in volta i sovietici, russi, cinesi, nordcoreani, palestinesi, iraniani, turchi, siriani, ecc., alla stessa stregua di come  la cinematografia di Hollywood ha sempre descritto, con solo un paio di tardive eccezioni, gli “indiani d’America”, noti anche come “pellerossa”: vale a dire, come pericolosi incivili e selvaggi, sempre  pronti a scotennarci, da tenere a bada anche lanciando all’attacco le Giacche Blue e il Settimo Cavalleggeri.
Nessun Paese, soprattutto se di dimensioni territoriali e di arsenale nucleare non enormi, arde dal desiderio di essere cancellato dalla faccia del pianeta pur di togliersi lo sghiribizzo di lanciare un paio di bombette atomiche contro Paesi enormemente più vasti ed enormemente più ricchi di arsenali nucleari, con testate di potenza apocalittica.
Pensare che gli ”altri” abbiano l’anello al naso (cosa che cominciano a fare i nostri giovani…) e si possano comprare con vetruzzi colorati o tenere a bada col bastone è sbagliato e rischia di costarci prima o poi caro. Al folklore dovremmo sostituire la politica. Come pare abbia fatto coraggiosamente ed egregiamente Trump e come sicuramente ha fatto Kim Jong-un.
2) – Se anche l’Iran avesse le atomiche e annessi missili intercontinentali molto probabilmente si arriverebbe a eliminare finalmente anche quest’altra ancor più pericolosa situazione di tensioni varie, che da troppo tempo cova in Medio Oriente e che pare possa sfociare in una guerra contro Teheran condotta da USA/Israele/Arabia Saudita.
Per quanto riguarda i pessimi rapporti USA/Iran, si tratta di problemi nati quando gli iraniani hanno cacciato lo “scià di Persia” Reza Pahlavi, diventato un brutale burattino nelle mani degli USA fin da quando questi assieme agli inglesi nel 1953 hanno soffocato con un colpo di Stato la democrazia parlamentare iraniana. Quell’anno infatti prima Londra  colpì l’Iran con un blocco navale e l’embargo commerciale, soffocandone così l’economia, poi organizzò con gli Usa l’”Operazione Ajax”, nome in codice del golpe contro il primo ministro liberamente eletto Mohammad Mossadeq, colpevole di volere la monarchia costituzionale – come quella inglese! – e la nazionalizzazione del petrolio, fino ad allora sfruttato a prezzi ridicoli  dalla Anglo-Iranian Oil Company, l’attuale British Petroleum Company.
Dopo il golpe lo scià iniziò una repressione feroce, con centinaia di migliaia di vittime, che alla lunga provocò una indomabile rivolta popolare. La cacciata dello scià a furor di popolo portò ad accogliere a furor di popolo l’ayatollah Rhoullah Khomeini, spalancando così le porte all’attuale regime, controllato purtroppo dalla teocrazia. E poiché è una teocrazia sciita, essendo sciita l’Iran, ecco che viene osteggiata dai Paesi islamici limitrofi sunniti come la Turchia e l’Iraq o addirittura wahabiti come l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo. Osteggiata cioè da Paesi islamici appartenenti alle altre due correnti islamiche impegnate da sempre nella Fitna, nome della plurisecolare guerra intestina islamica che ricorda le guerre di religione cristiane tra cattolici, protestanti, ortodossi, iconoclasti, iconoduli, calvinisti, puritani, catari, patari, mormoni, zwinglisti, ecc.
Non contenti di avere soffocato nel ’53 la democrazia con il golpe contro Mossadeq, gli USA per impedire il decollo economico dell’Iran degli ayatollah dopo la cacciata dello scià hanno favorito lo sfociare delle tensioni di confine Iran-Iraq nella guerra esplosa nell’agosto 1980, durata otto anni e che ha ucciso oltre un milione di iraniani e iracheni dissanguando i due contendenti, soprattutto l’Iran. Per la ricostruzione e il successivo sviluppo Teheran ha dovuto puntare a produrre energia elettrica con le centrali nucleari anziché a petrolio, in modo da poter aumentare le esportazioni di quest’ultimo e incassare così i capitali necessari per finanziare il rilancio e la diversificazione dell’economia, oltre che molte opere pubbliche e infrastrutture civili.
La costruzione di centrali nucleari ha però dato la stura all’accusa, mai dimostrata e supportata anche con prove rivelatesi alquanto sospette, che l’Iran si stia dotando di armi nucleari (con l’accusa supplementare che non vede l’ora di lanciarle su Israele…). Accusa dall’aspetto sempre più strumentale che ricorda l’analoga accusa totalmente falsa che permise l’invasione dell’Iraq voluta da George Bush figlio: proprio lo stesso Bush che nel 2001 ha respinto la disponibilità della Corea del Nord a un trattato di pace con annessa rinuncia al nucleare militare e anche ai missili a medio e lungo raggio. Trump – almeno fino ad ora e almeno per il lungo contenzioso coreano – si sta dimostrando molto più saggio, lungimirante, desideroso e capace di essere ricordato nei libri di Storia senza dovervi figurare per nuove guerre.
Purtoppo però mentre fa il pompiere in Corea Trump rischia di fare l’incendiario in Iran con la recente decisione di ritirare gli USA dagli accordi di moratoria nucleare firmati assieme alla Comunità Europea. Eppure l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che nell’ambito dell’ONU vigila anche sul rispetto del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) da parte dei Paesi che lo hanno firmato, ha appurato che le recenti accuse – israeliane prima e statunitensi dopo – contro il presunto doppiogiochismo iraniano sono sbagliate  e ha ribadito che l’Iran rispetta gli impegni.
Il lato grottesco di questa pericolosa danza attorno all’Iran è che il programma nucleare iraniano è iniziato a fine anni ’50 con un centro di ricerca scientifica a Teheran finanziato dagli Stati Uniti per far contento lo scià, che ebbe anche il permesso di acquistare il formidabile laboratorio di fisica nucleare del M.I.T. (Massachusett Institute of Technology). Il motivo dell’acquisto lo spiegò con orgoglio lo stesso scià:
“Intendiamo arrivare quanto prima alla produzione di bombe atomiche iraniane”.
All’epoca l’Iran era un prezioso alleato USA confinante con l’Unione Sovietica e faceva comodo poter eventualmente disporre di ordigni nucleari a ridosso dei suoi confini. L’acquisto non andò in porto grazie alla decisa ribellione di studenti e docenti universitari, tra i quali primeggiava Noam Chomsky, uno dei massimi intellettuali esistenti al mondo, ebreo in forte polemica con Israele. Sfumata la possibilità di mettere le mani sui laboratori del M.I.T., lo scià nel 1970 venne persuaso dalla Casa Bianca a firmare il T.N.P e a ratificarlo nel giro di un mese. Da notare che se l’acquisto  fosse andato invece in porto il regime teocratico iraniano le bombe atomiche se le sarebbe già trovate bell’e pronte in casa.  Il che dimostra che un Paese dotato di ordigni nucleari può sempre finire in mano a regimi ben diversi da quello precedente, con tutti i pericoli che ne possono derivare.
Disinnescare la questione iraniana potrebbe inoltre portare alla denuclearizzazione dell’intero Medio Oriente – dove è assurdo pensare che tutti accettino felici e contenti il possesso di un arsenale nucleare solo ed esclusivamente da parte di Israele, che oltretutto il T.N.P. non lo ha mai firmato – e potrebbe facilitare la risoluzione del problema palestinese, compreso quello sempre più drammatico e tragico di Gaza. Garantendo così la sicurezza anche di Israele.
Il problema è che il disinnesacre le tensioni in Corea costerà agli USA la perdita dei molti quattrini realizzati con le forniture d’armi alla Corea del Sud e l’eventuale disinnescare anche le tensioni attorno all’Iran comporterebbe sempre per gli USA la rinuncia anche alle enormi cifre realizzate con le colossali forniture di armi principalmente ad Arabia Saudita, Israele ed Egitto, introiti che per il mega debito pubblico USA sono una boccata d’ossigeno. Senza contare che l’apparato militare industriale è una colonna trainante dell’economia USA e quindi condiziona anche la Casa Bianca.
Vedremo se i problemi coreani saranno davvero eliminati, spianando magari la strada all’unificazione delle due Coree. E vedremo se Trump ha voluto eliminarli per poter affrontare meglio un eventuale e non del tutto improbabile scontro militare con Teheran: scontro nel quale avrebbe come alleati entusiasti sia Israele, che voleva già bombardare l’Iran al tempo di Obama, che però oppose il veto, sia l’Arabia Saudita, sede di grandi basi militari USA utilizzate per l’invasione dell’Iraq.

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