Coronavirus in Lombardia, incapaci, incompetenti? A dir poco…Medici e sindacati accusano

di Pino Nicotri
Pubblicato il 17 Aprile 2020 10:20 | Ultimo aggiornamento: 17 Aprile 2020 10:20
Coronavirus in Lombardia, incapaci, incompetenti? A dir poco...Medici e sindacati accusano le autorità locali

Coronavirus in Lombardia, incapaci, incompetenti? A dir poco…Medici e sindacati accusano (Nella foto Ansa, l’ospedale Fiera di Milano)

ROMA – Coronavirus, Ospedale in Fiera. La montagna ha partorito il topolino?

O meglio, un topolone piuttosto costoso, 21 milioni di euro fino ad oggi, che però serve a poco o a nulla?

Sta di fatto che del tanto strombazzato progetto dell’ospedale in Fiera Milano City da 500 posti letto per malati di Covid-19 ce ne sono in funzione solo 53 attualmente e di ricoverati ce ne sono solo una decina.

Fortissimamente voluto dalla Regione come punto di riferimento per l’emergenza sanitaria dell’intera Lombardia.

Affidato con grande battage a Guido Bertolaso, messo però fuori gioco perché risultato positivo non appena arrivato a Milano.

L’Ospedale in fiera ha visto velocemente ridurre i 500 posti letto a 200, cioè a meno della metà.

In funzione però ce ne sono poco più di 50 – per l’esattezza 53 fino a qualche giorno fa – nel Padiglione 1, anche se i lavori al Padiglione 2 continuano per mettere a disposizione nei prossimi giorni altri 104 posti.

Stando ai dati noti, i pazienti ad oggi ricoverati provengono di fatto dalla Brianza, la quale conta più o meno 3.500 contagi e non da Milano, che ha il record di ricoveri dell’intera Lombardia, più o meno il quadruplo della Brianza, né da Bergamo e Brescia che messe assieme hanno più di 10 mila malati di Covid-19.

In diretta su Facebook l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera se l’è cavata con disinvoltura dichiarando:

“L’ospedale della Fiera fortunatamente non è servito a ricoverare centinaia e centinaia di persone in terapia intensiva. E di questo siamo contenti: vuol dire che oggi c’è un bisogno sanitario inferiore”.

Stando a quanto dichiarato dal Policlinico, che lo gestisce, nel Padiglione 1 lavorano 50 persone tra medici, anestesisti, infermieri e operatori socio sanitari.

Il bando indetto settimane fa dalla Protezione Civile ha raccolto l’adesione di centinaia di medici, ai quali sono da aggiungere il numero in continua crescita dei volontari provenienti dal resto d’Europa e del mondo.

Dove vengono smistati tutti?

La domanda è doverosa anche perché le polemiche furiose per la oscura mattanza di anziani parcheggiati nelle case di riposo rischiano di far passare in cavalleria alcune cose in tema di assistenza sanitaria che è invece bene non dimenticare.

A partire dal dito puntato di vari specialisti contro la scelta di creare in Fiera una struttura lontana dagli ospedali delle province sommersi dallo tsunami del Covid-19 anziché rimettere in funzione i vari padiglioni in disuso, abbandonati, degli ospedali lombardi.

Per esempio il 16 marzo Riccardo Germani, operatore sanitario presso l’ospedale di Legnano e portavoce del sindacato di base COBAS dell’Associazione Diritti dei Lavoratori (ADL) della Lombardia, inviava la seguente lettera aperta al presidente della Regione Lombardia, all’assessore al Welfare Giulio Gallera, al direttore generale dell’ASST Milano Ovest Fulvio Adinolfi e al riemerso dalle cronache commissario straordinario Guido Bertolaso:

“Raccolgo la proposta di un gruppo di lavoratrici e lavoratori dell’Ospedale e la rendo pubblica.

“Ci rivolgiamo a quanti in indirizzo, perché in questo momento crediamo che l’aiuto di tutti sia un bene prezioso.

“Sappiamo che la Regione ha chiesto di coordinare la possibilità di costruire un ospedale per pazienti di Covid 19 a Guido Bertolaso, che sta cercando di allestire, presso i padiglioni della ex Fiera di Milano, nuovi posti letto.

“Probabilmente il commissario straordinario Bertolaso non è a conoscenza della presenza di una struttura che ha tutte le potenzialità per accogliere velocemente nuovi pazienti proprio qui vicino all’ex zona fiera.

“Non vogliamo entrare in polemica sulle vecchie vicissitudini e lo spreco di denaro pubblico della nostra storia sanitaria regionale.

“Ma, sottolineamo che proprio a Legnano, a poca distanza dalla zona fiera, esiste il “vecchio monoblocco” e ben 2 padiglioni realizzati e predisposti 10 anni fa con tutte le attrezzature.

“Infatti, essendo una brutta pagina politica di questa Regione, sembra che pochi si ricordino ciò che oggi potrebbe essere invece una risorsa per garantire immediatamente, centinaia e centinaia di nuovi posti letto.

“Infatti, ci sono: camere già attrezzate con predisposizione di ossigeno, una rianimazione, reparti di terapia intensiva.

“Sono chiusi, mentre resta aperto e funzionante in una struttura nuovissima un prezioso laboratorio di analisi.

“A nostro avviso sarebbe una soluzione immediata se si rendesse operativa questa struttura con l’investimento di meno risorse economiche che potrebbero, invece, essere utilizzate per materiali, dispositivi e per assumere il personale sanitario che servirebbe a gestire più di 500 posti letto che si renderebbero disponibili senza alcuno spreco di risorse e di tempo.

“Invitiamo per tanto a fare un sopralluogo, a verificare quanto stiamo asserendo sicuri di quanto affermiamo. Abbiamo una risorsa e ci aspettiamo che venga attivata per il bene comune di tutta la regione”.

Il 6 aprile era il turno di Giuseppe Bruschi, dirigente medico di I livello  presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Ospedale Niguarda Ca’ Granda, che si sfogava su Facebook:

“Che dispiacere…. Sono medico, sono lombardo… oggi però con l’inaugurazione dello pseudo “ospedale” in fiera mi sento triste…

“Ringraziando chi ha lavorato e profuso il proprio impegno continuo ed instancabile, chi nel piccolo ha donato perché questo progetto fosse realizzato… 

“Tuttavia l’idea di realizzare una terapia intensiva in fiera non sta né in cielo né in terra…

“Una terapia intensiva non può vivere separata da tutto il resto dell’Ospedale. Una terapia intensiva funziona solo se integrata con tutte le altre Strutture Complesse che costituiscono la fitta ragnatela di un Ospedale (dai laboratori alla radiologia, della farmacia agli approvvigionamenti, della microbiologia all’anatomia patologica); perché i pazienti ricoverati in terapia intensiva necessitano della continua valutazione integrata di diverse figure professionali, non solo degli infermieri e dei rianimatori ma degli infettivologi, dei neurologici dei cardiologi, dei nefrologi e perfino dei chirurghi… 

“Per vivere una terapia intensiva ha bisogno di persone, di professionisti integrati nella loro attività quotidiana multi-disciplinare.
L’idea quindi di creare dei posti letti slegati da questa realtà (senza entrare nel merito di quanti… 600 – 500 – 400 – 250 – 100 – 12!) mi sembra assurda.

“Sarebbe stato più logico spendere le energie e le donazioni raccolte per ristrutturare o riportare in vita alcuni dei tanti padiglioni “abbandonati” degli Ospedali Lombardi (Niguarda, Sacco, Varese…).

“Si sarebbe investito nel sistema in essere e quanto creato sarebbe rimasto in dotazione alla Sanità Lombarda, potendo poi essere utilizzato ancora come terapia intensiva oppure riutilizzabile con altre finalità ma sempre all’interno di un Ospedale funzionante.

“La Lombardia non aveva certo bisogno di dimostrarsi superiore alla Cina costruendo un “Ospedale” in fiera… bastava vedere quanti fatto da tutti i dipendenti degli Ospedali Lombardi che in questi 40 giorni hanno “creato” oltre 600 posti di rianimazione dal nulla, con il loro costante lavoro e sostanzialmente iso-risorse”.

Quattro giorni dopo ecco che su La7 Gino Strada, l’infaticabile fondatore e animatore di Emergency, associazione impegnatissima anche contro il Cocid-19, la mette giù in maniera molto pesante per fornire la sua spiegazione delle strane scelte citate:

“Gli ospedali in Lombardia lottizzati che perfino la camorra sarebbe stata in difficoltà a farlo così, in modo esteso e puntuale”.

A Milano e in regione c’è anche il Gruppo Ospedaliero S.Donato, tra i più grandi poli ospedalieri privati d’Italia, che in Lombardia gestisce un centro diagnostico e 18 ospedali, tre dei quali sono ognuno un istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS).

Con la Regione Lombardia il S. Donato fattura la bella cifra di 1.700 milioni di euro l’anno.

Molti si chiedono perché Fontana e Gallera non abbiano chiesto e ottenuto spazi nelle sue strutture.

E sì che il S. Donato essendo gestito da un ex ministro e vice primo ministro come Angelino Alfano dovrebbe essere particolarmente sensibile anche all’interesse pubblico.

Per la precisione Alfano è stato ministro della Giustizia nel governo Berlusconi IV,  ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Letta, nonché ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del governo Gentiloni.  

Sta di fatto che, come è tristemente noto, alcuni ospedali milanesi e lombardi sono diventati a loro volta covi di infezione del nuovo coronavirus, a causa di varie mancanze di misure di sicurezza per il personale, medico e no, che ci lavora.

Sul tema sicurezza, o meglio mancanza di sicurezza, il 6 aprile i sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno inviato a Gallera una lettera che elenca una serie di magagne e insufficienze a danno di chi lavora negli appalti dei servizi delle pulizie, delle mense e della vigilanza, e pone delle domande:

“[….] Il lavoro in questi giorni è svolto in condizioni estreme, spesso sottovalutando le problematiche legate alla sicurezza che, mai come oggi, assume un carattere di eccezionale priorità.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a strutture sanitarie vicine al collasso, a situazioni limite con lavoratrici e lavoratori impegnati in prima linea.

Ai lavoratori degli appalti spesso non sono stati consegnati i Dispositivi di Protezione Individuali (DPI).

Altre volte sono stati messi a disposizione dispositivi di protezione assolutamente non idonei.

Ad esempio guanti per il lavaggio delle stoviglie per sanificare le camere, altre ancora raramente sostituiti e utilizzati per lungo tempo inficiando la loro integrità ed efficacia.

Inoltre pur in presenza dell’emergenza che stiamo vivendo, il lavaggio e la sanificazione dei camici è rimasto in carico alle lavoratrici costrette a portarli a casa per il lavaggio e la sanificazione.
 
Le indicazioni delle ASST e delle ATS sono state disomogenee.

In alcuni presidi ospedalieri sono state formalizzate le procedure per l’utilizzo dei DPI con l’indicazione delle zone in cui era necessario indossarli.

Escludendo ad esempio le zone comuni di passaggio tra un reparto e l’altro e negli spogliatoi.

Questo non è comprensibile.

In altre le procedure erano e sono inesistenti.

La sanificazione svolta dalle lavoratrici e dai lavoratori delle pulizie nel settore ospedaliero e sanitario è fondamentale per il mantenimento degli standard di sicurezza.

E per arginare il dilagare del contagio a tutela degli operatori sanitari e dei ricoverati.

Una funzione fondamentale che merita rispetto e dignità perché concorre a garantire il bene più prezioso che è la tutela della salute.

“La richiesta è che gli Ospedali, le strutture private accreditate e convenzionate e le imprese siano messe nelle condizioni di dotare tutte le lavoratrici e i lavoratori dei DPI previsti.

E adottino tutte le iniziative necessarie per garantire loro sicurezza attraverso trattamenti omogenei tra dipendenti diretti e indiretti.

Non è mai accettabile, e ancor più in una situazione di emergenza sanitaria una difformità di trattamento tra lavoratori diretti e lavoratori in appalto. [….]

Chiediamo per tutte le lavoratrici e i lavoratori che operano all’interno delle aree ospedaliere un intervento URGENTE volto alla vigilanza e al controllo, compresa l’estensione del Protocollo per la prevenzione e la sicurezza dei lavoratori della Sanità, dei Servizi Socio Sanitari e Socio Assistenziali in ordine all’emergenza sanitaria da Covid-19.

Chiediamo altresì che venga attivata per queste lavoratrici e questi lavoratori la sorveglianza sanitaria, in analogia a quanto avviene per gli operatori dipendenti e che sia monitorato costantemente il loro stato di salute (rilievo temperatura, tamponi).

Diversamente anche le Direzioni Sanitarie dovranno assumersi la responsabilità in caso di danno biologico.

Non è ammissibile considerare gli operatori dei servizi esternalizzati differentemente dai dipendenti diretti delle Aziende Ospedaliera, Sanitarie e Socio Sanitarie”.

Una risposta è arrivata tre giorni dopo, sotto forma delle agognate mascherine, ma pare una presa in giro.

Lo stesso operatore sanitario Riccardo Germani che il 16 marzo aveva denunciato la stranezza del progetto in Fiera Milano City,  il 9 aprile ha diffuso un video di dura denuncia:

“Finalmente sono arrivate le mascherine di Fontana. Ma ecco cosa hanno fatto: una mascherina chirurgica non scende e si può anche parlare. Invece quelle arrivate dalla Regione Lombardia sembrano dei pannolini. Se si indossa, non appena si apre la bocca si sfila dal viso e lascia scoperto il naso. Sono assolutamente inutili. Così si continuano a infettare gli operatori”.