Coronavirus a Milano. Anziani e Covid-19, Golgi Redaelli, non solo il Trivulzio

di Pino Nicotri
Pubblicato il 8 Aprile 2020 18:12 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2020 10:52
Coronavirus a Milano. Anziani e Covid-19, Golgi Redaelli, non solo il Trivulzio

Coronavirus a Milano. Anziani e Covid-19, Golgi Redaelli, non solo il Trivulzio

E il Golgi Redaelli? Ora tutti parlano del Pio Albergo Trivulzio, la Baggina con i suoi 70 morti a marzo dei quali all’esterno si sapeva poco o nulla. Ma è dal 20 marzo che la sezione News del sito del Golgi Redaelli non riporta neppure l’ombra di mezza notizia.

Il 10 marzo hanno messo per iscritto che sono vietate le visite ai parenti se non “pazienti gravi o in fase terminale”, e chi s’è visto s’è visto. Nel frattempo il 27 marzo è morta per il Covid-19 almeno una lavoratrice di soli 58 anni. Che ne è dei nostri cari? Quanti sono quelli infettati da questo maledetto virus?

Allarme e domande fatte con insistenza, ma inutilmente, da più di un parente degli anziani che vivono nel Golgi Redaelli, struttura che con il Trivulzio gestisce un totale di circa 3.000 ospiti.

Allarme e insistenza più che legittimi specie dopo che il direttore generale dell’Azienda Servizi alla Persona (ASP) Golgi Redaelli, Enzo Lucchini, ha paragonato la lotta contro i contagi dal coronavirus nelle case di riposo per anziani allo “svuotare il mare con le mani”.

La lavoratrice uccisa dal virus è  l’operatrice socio-sanitaria Rosaria Di Fabio. Ma tutti sono convinti che ci siano altre vittime sia tra gli anziani ospiti sia tra i lavoratori che li accudiscono.

Tanto che il giorno successivo alla morte della Di Fabio l’Unione Sindacale di Base (USB) ha lanciato l’allarme per il rischio di strage nelle case di riposo e in particolare nella Golgi Redaelli, con una lettera al sindaco e al prefetto:

“Dall’inizio della pandemia l’azienda è in difficoltà nel fornire ai dipendenti i dispositivi di protezione individuali necessari per assicurare un’assistenza sicura.

“Difficoltà attribuibile anche alle scelte della Regione Lombardia, che sta facendo arrivare i dispositivi di protezione individuale (DPI) con il contagocce e, come riferiscono i lavoratori, da cinque giorni ha interrotto la fornitura di mascherine.

“Questo sta producendo i primi tragici effetti, sia in termini di contagio che di insicurezza degli operatori, soprattutto dopo la morte di una lavoratrice, avvenuta venerdì 27 marzo per le conseguenze da contagio Covid19”.

La situazione è resa ancora più difficile da una esitante gestione aziendale in relazione ai protocolli di sicurezza per la tutela di ospiti e lavoratori, che il Golgi-Redaelli non ha mai discusso con le organizzazioni sindacali.

“Con le Ooss (Organizzazioni sindacali) anzi ha di fatto interrotto i rapporti formali dall’inizio dell’emergenza, rendendo ancora più difficile l’abbattimento dei rischi per i lavoratori.

“Da dieci giorni l’USB sta pressando l’azienda con richieste di confronto, persino mettendo a disposizione la piattaforma per le videoconferenze, per richiedere

– DPI sicuri ed efficaci per i lavoratori,
– protocolli di sicurezza per ridurre al minimo i rischi di contagio,
– un piano di assunzioni straordinario, immediatamente realizzabile attingendo alla graduatoria concorsuale attiva.

“Una richiesta, quest’ultima, che arriva quasi contemporaneamente alla notizia che il TAR ha bocciato l’appalto per l’esternalizzazione di ben sette reparti, ritenendo l’importo del bando troppo basso.

“Un appalto fatto in fretta e furia dal nuovo direttore generale, dopo che l’USB ha denunciato per anni la somministrazione illecita di manodopera realizzata in modo incontrollato col precedente appalto, rivelatosi “non genuino””.

Questa storia dell’appalto “non genuino” sarebbe da approfondire, perché è negli appalti che non di rado casca l’asino e non solo nelle case per anziani.

Intanto però rileviamo che lo stesso direttore generale Lucchini in una intervista a Il Giorno dopo la morte della Di Fabio ha ammesso: “Il problema è che le mascherine e i dispositivi di protezione sono arrivati centellinati, in misura appena sufficiente, da parte di Protezione civile, Regione e Azienda di Tutela della Salute (ATS)”.

“Ci siamo mossi evitando i tanti “pataccari“ e rivolgendoci solo ad aziende serie, ma è impossibile. Le mascherine vengono requisite, servono agli ospedali”.

Meno nota del Pio Albergo – in sigla PAT ma popolarmente noto come La Baggina – Golgi Redaelli è l’azienda ed ente erede dei Luoghi Pii Elemosinieri che alla fine del Settecento possedevano nel Milanese e nel Pavese circa 4.400 ettari di terreno.

Dotata di piena autonomia statutaria, regolamentare, patrimoniale, contabile, tecnica e gestionale, ma con vertici nominati dalla Regione Lombardia e dal Comune di Milano, l’azienda amministra immobili e terreni donati dai cittadini nel corso dei secoli.

Un patrimonio oggi composto da circa 850 unità immobiliari e terreni con annesse aziende agricole nelle province di Milano e Pavia per complessivi 2.000 ettari.

La maggior parte dei terreni è attualmente affittata ad aziende agricole di medio/grandi dimensioni, con contratti di lunga durata (vent’anni o più). Nello statuto si legge che gli immobili e i terreni la Golgi Redaelli “attraverso procedure trasparenti li affitta a privati e imprese”.

Attuale presidente Stefano Capolongo, sede legale e operativa in via Bartolomeo D’Alviano 78 a Milano e altre sedi operative a Vimodrone e ad Abbiategrasso.

Per vederci chiaro nelle troppe morti sospette al Trivulzio è stata istituita una commissione d’inchiesta. Presieduta da Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell’Azienda Territoriale Sanitaria (ATS) di Milano, ne fanno parte anche gli ex magistrati Giovanni Canzio, presidente dell’Organismo Regionale Anti Corruzione e Gherardo Colombo, diventato famoso per la grande e storica inchiesta giudiziaria nota come Mani Pulite e nata proprio da un caso di corruzione del Trivulzio scoperto il 17 febbraio 1992.

Ci sarà una commissione d’inchiesta anche per il Golgi Redaelli? E ci sarà un’altra danza macabra sul numero delle vittime del nuovo virus dopo quella già avvenuta tra l’assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera, ambizioni da sindaco del centrodestra di Milano, e il Trivulzio?

Gallera ha sostenuto con sicurezza che non ammetteva dubbi che a marzo i morti di Covid al PAT sono stati 18, mentre pare siano 70 visto anche che un documento ufficiale del PAT afferma che nella sola prima settimana di aprile  “sono deceduti 27 ospiti che presumibilmente avevano contratto il virus”.

Anche il presidente della Regione Lombardia Fontana appare sempre più in difficoltà per le accuse della Federazione Medici di Medicina Generale (FIMMG) e del personale ospedaliero, per le indecisioni nell’affrontare l’epidemia, per i ritardi, i balletti con governo Conte, la mancata adozione della zona rossa ad Alzano e Nembro.

Con annessa ecatombe, per la sottovalutazione iniziale dell’epidemia (il 25 febbraio ha dichiarato all’Ansa: “E’ poco più di un’influenza”). Attilio Fontana ha avuto un’idea geniale. Ora che la pandemia pare inizi a frenare, impone la mascherina a chiunque esca di casa anche se è assodato che non serve a nulla se ci si tiene a debita distanza dalle persone.

E, soprattutto, anche se è assodato che mascherine per tutti i lombardi non ci sono. Tralasciamo che, essendo obbligatorie, logica vorrebbe che fossero distribuite o fatte acquistare gratis.

Non si può invece tralasciare la genialità della trovata: grazie alla quale Fontana mette la mani avanti per potersi poi vantare di avere fermato lui l’epidemia imponendo la museruola antivirus a tutti. Lui, che con la mascherina ha avuto un comportamento ondulatorio, o meglio contradditorio, e che non riusciva a procurare quelle giuste neppure per se stesso.
Prima l’ha indossata, peraltro male e del tipo sbagliato dicendo che era in quarantena volontaria precauzionale, poi se l’è tolta, poi se l’è rimessa negli incontri – a distanza e a volte solo virtuali – con la stampa, ma spesso era fotografato senza.

“Per la mascherina sono stato deriso, invece avevo ragione io, che volevo mandare un segnale ai lombardi”, s’è lamentato. In seguito aggiungendo che il video con la mascherina, sbagliata, l’avrebbe rifatto.  

Come se il suo compito fosse mandare messaggi anziché amministrare la Regione anche procurando ai lombardi le mascherine. Possibilmente, del tipo giusto.

Per darsi conforto Fontana ieri, 7 aprile, a Stasera Italia di Rete4 ha dichiarato di avere ricevuto i complimenti dal presidente della Repubblica: “Il capo dello Stato ci ha invitato a continuare su questa strada, ci ha ringraziato per il lavoro, si è complimentato per quello che facciamo”.

A chi chiede conferma al Quirinale dopo un po’ di silenzio arriva un gelido: “No comment”.