Coronavirus, perché in Italia ha fatto tanti danni, due nuovi libri spiegano la crisi della Sanità

di Pino Nicotri
Pubblicato il 7 Giugno 2020 10:21 | Ultimo aggiornamento: 13 Giugno 2020 15:08
Coronavirus, perché in Italia ha fatto tanti danni, due nuovi libri spiegano la crisi della Sanità

Coronavirus, perché in Italia ha fatto tanti danni, due nuovi libri spiegano la crisi della Sanità

Coronavirus, perché in Italia ha fatto tanti danni? Due nuovi libri spiegano la crisi della Sanità.

“Target: il polmone! Ecco cosa ha voluto colpire, deciso a uccidere, e cosa ha combinato questo diavoletto di coronavirus di pochi millesimi di millimetro. Ha messo a soqquadro il pianeta e mandato all’altro mondo un mare di persone. Ed ecco perché in Italia ha avuto la possibilità di dilagare più che altrove. Queste poche parole, caro Nicotri, sono il succo degli ultimi due libri frutto anche del mio lavoro”.

A parlare è il dottore e – tra molto altro – docente specialista in malattie dell’apparato respiratorio Aldo Ferrara, coordinatore, ma di fatto anche coautore, di due volumi in arrivo in libreria pubblicati entrambi dalla Società Editrice Universo: “Target polmone”, il titolo del primo; “Salute e ambiente, diritti feriti”, il titolo del secondo.

Gli autori del primo libro sono il noto virogolo Giulio Tarro e il giornalista investigativo Leo Sisti, una vita come inviato de L’Espresso, oggi direttore esecutivo dell’Investigative Reporting Project Italy. Nonché membro dell’ International Consortium of Investigative Journalists.

Con il quale Consortium ha condotto inchieste internazionali premiate con tre Investigative Reporters and Editors Awards (nel 2008, 2009 e 2011).  Gli autori del secondo libro sono invece Ferrara e la docente di diritto costituzionale Lara Trucco. Prefazione a cura di Pasquale Costanzo, anche lui docente di diritto costituzionale. Entrambi i lavori sono pubblicati dalla Società Editrice Universo, a proposito della quale giustamente Ferrara fa rilevare: “E’ da anni fonte di diffusion e scientifica non solo italiana. Per fortuna esiste infatti tuttora un’Editoria Italiana, le maiuscole sono dovute, ancora al servizio della cultura scientifica”.

Due volumi, un vero team allargato e interdisciplinare. Cosa vi ha indotto a scrivere sul Covid-19?

“Vede, Nicotri, il coronavirus è stato improvviso ma non improvvido e ci ha svelato una realtà che non conoscevamo. E innanzitutto, per quanto mi riguarda, rispolverato concetti sulla sanità italiana e anche mondiale che ripetevo da anni. Sullo stile di Catone, mi perdoni il paragone azzardato, “pubblica sanitas deleta fuit”.

“E dopo aver scritto tre volumi sul surrettizio cambiamento di destinazione d’uso della nostra sanità pubblica, assieme alla Scuola di Diritto Costituzionale dell’Università di Genova, rappresentata dai professori Costanzo e Trucco, abbiamo eviscerato le questioni di ordine giuridico e costituzionale della “Sanità negata” a fronte di quella “erogata”. Così è nato il volume “Salute e ambiente, diritti feriti”. 

Ma non si diceva che il nostro impianto sanitario fosse adeguato e tra i migliori d’Europa?

“Si così era. E purtroppo fu. Già all’epoca della Costituente, il solco era chiaro: sanità, scuola, servizi pubblici costituivano nelle loro molteplici declinazioni momenti di cambio di passo. Nel disegno dei Padri Costituenti, doveva esserci il segno di una Costituzione Democratica in cui il crinale tra collettività statale e funzioni derogate, surrogate o demandate al privato, era netto, senza possibilità di fraintendimento.

“La cultura di quella Costituente era impregnata, tra l’altro, di valori socialisti da un lato e di solidarietà sociale cristiana dall’altro e quindi non poteva non emergere il ruolo primario della collettività come promotore dei servizi pubblici e del loro controllo. Fu lo schema, poi non sempre adeguatamente applicato, delle Partecipazioni Statali.

“E venne il 1968 con la riorganizzazione degli ospedali voluto dal Ministro Socialista Luigi Mariotti ( L.12 Febbraio 1968, n. 132) dando loro dignità nazionale, scorporando le postazioni ospedaliere dell’INPS, inglobando gli ospedali a carattere caritatevole, riassettando il sistema mutualistico.

“Poi diede avvio alla vera realizzazione dell’art. 32 della Costituzione, rendendo al Paese un Servizio Universale, fondato sulla gratuità, anticipatore dell’attuale jus soli, perché accessibile a chiunque fosse sul territorio nazionale. Sfortunatamente la Riforma D.Lgs 833/78 fu firmata da Tina Anselmi che gli successe alla Sanità, nel Governo Andreotti. La vera applicazione dell’art.32 della Costituzione. Offerta di Sanità per tutti sul territorio nazionale, anticipazione dello ius soli”.

Poi cosa succede?

“Poi progressivamente si fa strada politica il concetto della privatizzazione. L’idea assurda che il capitolo di spesa più alto del nostro bilancio, ora 113 miliardi, non basti. E da qui la corsa alla sussidiarietà, al privato. Diminuzione degli investimenti nelle strutture sanitarie pubbliche.

‘Trascinamento’ della sanità verso un regime di semi privatizzazione, rappresentato da accordi o convenzioni con entità private. La prima regione ad attuarlo è stata la Lombardia seguendo il modello Formigoni.

La vicenda Covid19 terribile con i nostri 33 mila decessi ha il sapore amaro della pessima previsione. 5140 posti letto in terapia intensiva sono la goccia nel mare di dolore di 33 mila famiglie. Avere sostanzialmente trasferito funzioni pubbliche ai privati ha costituito un atto di resa e di abbandono.
“Le liste d’attesa sono un problema”.

Che relazione c’è nella attuale pandemia da coronavirus?

“La relazione è strettissima. Avere aziendalizzato ha significato aver centralizzato l’offerta sanitaria diagnostica e terapeutica, disertando l’offerta di prossimità, territoriale. Concentrare ha significato mettere sullo stesso piano clinico il trapianto di fegato con la colecisti, il trattamento delle grandi ustioni con la dermatite.

“E quindi per un problema risolvibile ovunque vi sia un piccolo ospedale il malato è costretto a viaggi disarmanti, attese infinite e un trattamento di 3 minuti perchè fuori c’è la fila. Dove sono i medici condotti, i medici di Medicina Generale ridotti al ruolo amministrativo di compilazione delle ricette?”.

E le sue di ricette?

“Potrei dirle con falsa modestia che non ne ho. Invece non è così. La proposta per quanto articolata è semplice e non riduttiva. Per uscire da una crisi che va oltre il coronavirus. Riattivare il volano della Medicina territoriale che si è perso nei meandri. Mentre nella grande Azienda o meglio nelle Aziende della grandi metropoli, le liste d’attesa elefantiache creano disastri, nel territorio si chiudono i piccoli ospedali che possono fungere da primo o secondo centro di rilevamento diagnostico e terapeutico.

“Perché farsi curare un’appendicite all’Ospedale Gemelli di Roma anzichè a quello di Velletri? Insomma restituire al territorio quella valenza di investigazione epidemiologica, diagnostica e terapeutica. 

“Giace dal 1993 in Parlamento una proposta di legge presentata dall’On. Gambale, medico, allora deputato della Rete, con il quale scrissi un articolato molto dettagliato in cui si proponeva un’inversione di tendenza a 180°. Con ripristino dei centri di primo intervento territoriale e di assistenza primaria  che avrebbe consentito la elisione dell’attesa. Naturalmente fummo presi per matti! Dobbiamo alla legge 180 che non ci abbiano internato”.

Nel titolo del libro si parla di ambiente. Perché, cosa c’entra col coronavirus?

“La società è cambiata. Ci hanno negato i diritti fondamentali: salute, ambiente, energia e trasporti per una politica di demonizzazione della Cosa Pubblica, della Res Pubblica. I target invocati sono tanti, come elencato in appresso. Iniziamo da Salute e Ambiente, sempre più legati da rapporti di causa-effetto. E l’urbanizzazione con Megalopoli sempre più invivibili dove i trasporti, spostamenti e flessibilità economica dipendono dai fossili mentre si invocano risorse rinnovabili.

“Infine l’emergenza cancro polmonare, legata a cause ambientali quali l’inquinamento urbano, le malattie professionali e lo stile di vita, ove l’abitudine al fumo di sigaretta si rivela tra i più incidenti. Oggi in Italia fuma un cittadino su sei, 12 milioni circa, abitudine che si estende al sesso femminile sempre più compromesso. E che coinvolge 1.5 mln di giovani al di sotto dei 15 anni. Giova ricordare, a mo’ di esempio eponimico che, in Italia nel 1951 gli ammalati di cancro polmonare (allora morbosità coincideva con mortalità, oggi le curve per fortuna divaricano) erano 7/ogni 100 mila abitanti. Nel decennio 2000-2010 sfioriamo i 100/100 mila.

Mi pare che però le malattie ambientali non siano molto studiate.

“Le pare giusto, purtroppo. Tale drammatico incremento epidemiologico delle malattie respiratorie – segnatamente cancro del polmone, broncopatie croniche ostruttive e asma – ha posto di prepotenza in primo piano il ruolo degli inquinanti e la loro diffusione nelle aree metropolitane. E ha reso prioritaria l’attenzione verso uno dei grandi problemi attuali. La qualità dell’aria che si respira.

“L’attenzione a questo problema ha portato a 25 conferenze mondiali, dal 1995 al 2019, passando per quella più nota, di Kyoto (dicembre 1997. 

“Salute e ambiente sono indissolubili tanto da far cambiare la nosografia o classificazione di molte patologie in malattie d’ambiente. Eppure non c’è nessuna Specializzazione in Malattie Ambientali. E sono diritti primari inalienabili una dotazione da Bene Comune  non ancora riconosciuta”.

Così ha spiegato perché il titolo parla anche di diritti negati. Che ruolo hanno giocato l’Università e l’Accademia nella pandemia da coronavirus?

“Ah, povera e nuda vai mia cara Accademia. Oggi l’Università a causa di leggi perverse è stata ridotta al ruolo di ancilla. Altro che Baroni, direi vassalli siamo. Si è disposta una diversa allocazione del comparto universitario nei confronti del SSN.

“L’aziendalizzazione, con la figura principe del Direttore Generale, ha spostato i rapporti di forza dall’Università alla decisione manageriale. Quest’ultima, a sua volta, discende, bene o male, dal potere politico-amministrativo. Dipendendo direttamente, per nomina e funzione, dal competente Assessorato alla Sanità.

“In pratica la politicizzazione della Salute che, malgrado i correttivi imposti dal Decreto Balduzzi (governo Monti 2012), ha creato una condizione di difficoltà e talora anche sofferenza delle Facoltà di Medicina rispetto al concerto non solo direttivo ma di programmazione scientifica.

“La legge Gelmini (Legge del 30.12.2010 240/2010) ha completato l’opera, con la costituzione dei Dipartimenti Universitari che sostituissero le antiche e storiche Facoltà e che sono dei doppioni di quelli Ospedalieri. Pensi questo: un tempo le Scuole di Specialità laureavano 15-20 specializzandi per anno, oggi al massimo 3. Dove li troviamo 300 anestesisti?”. 

Eppure ci servono, no? La vicenda Milano lo ha dimostrato. 

“Certo, puoi comprare 100 postazioni di terapia intensiva, ma chi le fa funzionare se non coltivi, addestri, scolarizzi i giovani medici di oggi? Il default lombardo si è visto nella crisi emergenziale. I letti di terapia intensiva in Lombardia, destinati ai pazienti di Coronavirus, sono attualmente 610.

“Solo ora si sono ricordati di aprire altri 223 letti di terapia intensiva in prima istanza ed in seconda altri 43. Un totale parziale di 266 che si aggiunge a quello storico d’inizio emergenza. Il totale definitivo sale a 876, con un incremento del 30% circa.

“Incremento che sconta la necessità del reclutamento di personale medico e paramedico affatto specializzato, operazione più complessa rispetto alle Grandi attrezzature (ventilatori portatili, o da terapia intensiva e sub intensiva) il cui acquisto e utilizzo richiede pochi giorni.

“Il piano emergenziale per il coronavirusprevedeva un’area di 20 mila mq dove installare una Unità Intensiva capace di 500 posti letto. In realtà sembra che detto piano debba saltare e quindi non resta che implementare le strutture ospedaliere esistenti ( S. Paolo, Niguarda, etc).

“Comunque, per 500 letti di rianimazione e assistenza ventilatoria, sono richiesti almeno 750 medici specialisti in Anestesiologia e Rianimazione, in tre turni di 8 ore/die e 1200 unità di personale paramedico specializzato. Reclutare un tal numero di Specialisti è compito improbo e richiede molto tempo data la carenza sia di personale specializzato sia di Specialisti del settore. Si paga cioè un ritardo di programmazione su emergenze straordinarie alle quali si sarebbe potuto far fronte in tempo utile con adeguati investimenti”.

Insomma, le daranno retta?

“Sicuramente no! Vox clamans in deserto. Ma abbiamo fatto il nostro dovere contro quello che il professor Pasquale Costanzo, Emerito di Diritto Costituzionale, chiama “il tradimento””.