Coronavirus, la strage negli ospedali, dalla Baggina la nuova Sanitopoli?

di Pino Nicotri
Pubblicato il 7 Aprile 2020 11:06 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2020 13:45
Coronavirus Milano, la strage negli ospedali, dalla Baggina la nuova Sanitopoli?

Coronavirus, la strage negli ospedali, dalla Baggina la nuova Sanitopoli? (nella foto Ansa, il Pio Albergo Trivulzio)

LISBONA – Gemma Zaffoni, conosciuta nel 1980 a Milano quando lei era alla Lettera Finanziaria de L’Espresso e io a L’Espresso, redazioni sullo stesso secondo piano di via Cino del Duca 5, se l’è portata via il Covid-19.

Era una cara amica, anche se non la vedevo da molti anni.

Se l’è portata via nell’ospedale di Esine, nel Bresciano, dove era ricoverata per tutt’altri motivi da 45 giorni: ciò significa che l’infezione mortale l’ha contratta DENTRO l’ospedale.

E i medici se ne sono accorti per puro caso, grazie a una radiografia a un omero fratturato per essere caduta nella stanza dove era ricoverata.

La radiografia mostrava un polmone invaso dal virus che porta il Covid-19. E che tre giorni dopo l’ha uccisa.

Una delle 49.000 persone uccise OGNI ANNO in  Italia per infezioni contratte DENTRO gli ospedali: persone ricoverate per essere curate da una qualche malattia e uccise da infezioni per tutt’altre malattie.

In media, quindi, ben 134 persone al giorno!

Lo ha reso noto nel 2018 il Rapporto Osservasalute.

Siamo senza dubbio “un grande Paese”, ma tra i 28 Paesi dell’UE deteniamo (anche) il brutto record del 30% di tutte le morti per infezione avvenuta negli ospedali.

Nel presentare il rapporto il direttore Walter Ricciardi di Osservasalute ha commentato:

“C’è una strage in corso, migliaia di persone muoiono ogni giorno per infezioni ospedaliere, ma il fenomeno viene sottovalutato, si è diffusa l’idea che si tratti di un fatto ineluttabile”.

Sta di fatto che Gemma è morta di Covid-19 contratto, appunto, proprio mentre era ricoverata in un ospedale. Della Lombardia.

È andata meglio alla mia amica Isabella Lamarina, medico di medicina generale a Milano, la testa della Lombardia, “capitale europea” che più d’uno vorrebbe “capitale d’Europa”.

Infettata dal Covid è stata ricoverata dal 13 al 27 marzo dopo avere visitato a domicilio almeno tre malati di polmonite senza nessuna protezione, prima cioè che, introvabili nelle farmacie, arrivassero dieci mascherine il 4 marzo. Parlando con suoi colleghi si apprendono cose incredibili:

“Ci sono un sacco di medici ospedalieri ai quali viene la febbre e non fanno il tampone. Perché? Perché altrimenti non tornerebbero a lavorare. La direzione sanitaria se la cava dicendo a ognuno di stare a casa e di tornare a lavorare quando la febbre è passata. Senza tampone!

“Chissà quante infezioni, che avvengono anche queste dentro gli ospedali. La regola dice che dopo 15 giorni sei guarito. E infatti sappiamo di almeno un’infermiera che  dopo 15 giorni  è stata rispedita al lavoro in ospedale.

“Dove però qualche anima pia ad una di loro ha fatto il tampone ed è risultata positiva. Quindi poteva infettare gli altri.

“Le ostentano, ma in realtà non ci sono regole. Per un periodo troppo lungo non ci sono state. I tamponi sono indispensabili, ma non li hanno fatti”.

Ma nessun medico parla. Perché?

“Per non vedersi segare le gambe, rovinare la carriera”.

Sempre a Milano, Gianni Santucci del Corriere della Sera dedica un primo articolo il 23 marzo alla casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio, popolarmente detto La Baggina.

Vi si legge tra l’altro di infermieri minacciati dalla direzione amministrativa se avessero indossato le mascherine protettive.

Con un secondo articolo Santucci il 2 aprile racconta di una presunta guerra contro un professore che voleva indossare le mascherine.

E con un terzo articolo il 6 aprile Santucci racconta la disperazione e le suppliche dei familiari dei ricoverati. Familiari in lunga coda fuori del Trivulzio, ma in inutile attesa: tenuti alla larga dalla Baggina e tagliati fuori dalla possibilità di verificare le notizie allarmanti della stampa.

Sulla Baggina e sulle sue 70 morti non tutte ben chiare il ministero della Giustizia si è detto pronto a mandare gli ispettori.

Il Pio Albergo Trivulzio è già tristemente noto alle cronache. Il 17 febbraio 1992 il suo presidente Mario Chiesa, militante del Partito Socialista Italiano (PSI), è colto in flagrante mentre accettava una mazzetta di sette milioni di lire da Luca Magni, titolare di una piccola società di pulizie, che voleva assicurarsi l’appalto per le pulizie della Baggina.

Stufo delle richieste sempre più esose, Magni va a spifferare tutto a un magistrato, Antonio Di Pietro, e insieme decidono d’incastrarlo. Chiesa sarà così primo della lunga catena di arresti dell’inchiesta giudiziaria passata alla storia come Mani pulite che scoperchierà Tangentopoli, vale a dire il sistema con il quale la gran parte delle aziende italiane, grandi, grandissime e piccole, di quasi tutti i settori si assicurava appalti e commesse pagando il pedaggio ai partiti politici. Si tratta dell’inchiesta che ha portato alla morte dei grandi partiti storici, PSI e Democrazia Cristiana (DC) in testa, e di conseguenza alla morte anche della cosiddetta Prima Repubblica per passare a quella attuale.

Sarà di nuovo la Baggina a dar fuoco alla santabarbara di una nuova Tangentopoli? Il PSI e la DC non esistono più da molti anni. Il loro posto nella gestione della Sanità lombarda è stato preso prima da Comunione e Liberazione e, dopo l’ingloriosa fine per condanna giudiziaria del suo Roberto Formigoni, presidente di lungo corso della Regione, è stato preso infine dalla Lega. Tuttora al vertice sia della Regione sia, tra molto altro, della Baggina.

Sempre in Lombardia, per l’esattezza nella bergamasca Val Seriana, Roberta Zaninoni ha raccolto quasi 30 mila firme per una petizione che chiede giustizia per il suo papà e le altre vittime del Covid-19, il morbo che troppo a lungo ha colpito indisturbato a Bergamo e in Val Seriana.  La petizione è rivolta ai sindaci e gli assessori di Bergamo e della Val Seriana, ai rappresentanti della Regione Lombardia e al Governo che sta a Roma. Senza timori riverenziali verso nessuno la petizione grida:

“A quasi un mese dai primi contagi da Coronavirus accertati in provincia di Bergamo e in particolare all’ospedale di Alzano Lombardo (in Val Seriana), i parenti e i conoscenti delle centinaia di vittime chiedono giustizia.

“Con la presente petizione si chiede che i politici locali e i rappresentati del territorio esigano chiarezza su quanto accaduto dopo la chiusura del 23 febbraio del pronto soccorso di Alzano Lombardo inspiegabilmente riaperto senza alcuna precauzione del caso.

“Si chiede inoltre di verificare perché, nonostante le spinte dei cittadini e degli amministratori, non sia stata istituita alcuna zona rossa che, come a Codogno e Lodi, avrebbe potuto limitare i danni.

“Alla luce dell’aumento smisurato dei contagi e dei decessi, che attestano la provincia di Bergamo la più grave in tutta Europa, si chiede che chiunque sappia qualcosa parli e chi abbia responsabilità faccia la sua parte per permettere alla nostra provincia di rialzarsi il prima possibile.

“Perché la morte di mio padre e di tutte le altre vittime non sia vana. Per tutti i nostri cari che hanno combattuto una guerra che nessuno ha voluto. Che il nostro grido di dolore arrivi lontano!”.