Il Curdistan che nessuno vuole. Ecco perché Barzani si è dimesso

di Pino Nicotri
Pubblicato il 31 ottobre 2017 5:16 | Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2017 13:59
barzani-curdistan-iracheno-min

Massoud Barzani (Ansa)

ROMA – Il presidente della regione spagnola autonoma Catalogna, Charles Puigdemont, è stato destituito dal governo centrale di Madrid per avere fatto dichiarare unilateralmente al parlamento catalano l’indipendenza dalla Spagna (con una maggioranza di appena due voti).

Il presidente della regione autonoma irachena Curdistan, Massoud Barzani, leader del Partito Democratico Curdo (KDP, per alcuni PDK) s’è invece dimesso spontaneamente – e ha chiesto al parlamento di Erbil di non rieleggerlo – nonostante il referendum del 25 settembre abbia visto la quasi totalità dei voti, 3 milioni, a favore dell’indipendenza e nonostante dopo la vittoria lo stesso Barzani avesse optato per la prudenza: anziché iniziare subito l’iter da concludere con la dichiarazione di indipendenza, ne ha sempre rinviato l’apertura chiedendo negoziati con il governo centrale di Haider al-Abadi. Che però ha risposto, a quanto pare con l’appoggio del maggiore partito d’opposizione curdo, (PUK, Unione Patriottica del Kurdistan) inviando l’esercito a riprendere il controllo di Kirkuk, la principale città del Curdistan iracheno grazie ai 274 mila barili di petrolio estratti ogni giorno nella sua provincia dai pozzi di Avana e Bye Hassan.

I militari inviati da Bagdad hanno rimesso in funzione il 27 ottobre al ritmo di 90 mila barili al giorno la produzione dell’oro nero interrotta il 19 dello stesso mese a causa degli scontri con i governativi e truppe curde, composte dai famosi peshmerga, che letteralmente significa “Di fronte alla morte” ed è diventato sinonimo di “Pronti a morire”, ovviamente per il Curdistan.

Il contributo dei peshmerga è stato essenziale per la recente cacciata dell’ISIS dalla città di Mosul. Termina così a tre anni dal loro arrivo in forze il comando dei curdi su Kirkuk, abitata peraltro anche da robuste minoranze di arabi e turcomanni, e termina anche l’afflusso nelle loro casse dei proventi petroliferi. Da notare che ad addestrare i Peshmerga ci sono anche militari italiani, che con quelli di guardia alla diga di Mosul sono in totale 1.500.

Barzani ufficialmente s’è dimesso per protesta proprio contro la riconquista manu militari di Kirkuk da parte del governo di Bagdad, che avrebbe così violato la tregua, da lui offerta con insistenza per trovare una soluzione pacifica, e la stessa Costituzione irachena, e per il doppiogiochismo degli USA, che in estate avevano fatto pressioni perché il referendum non si tenesse ottenendo come solo risultato il suo spostamento dal 19 al 25 settembre, cioè un rinvio di appena una settimana.

Nel suo discorso alla televisione nella città di Erbil, Barzani ha sostenuto che Bagdad aveva pianificato da tempo l’offensiva militare per riprendersi intanto almeno Kirkuk, che da Erbil dista solo 45 chilometri, e l’ha iniziata a metà ottobre per poter utilizzare il referendum come pretesto.

E mentre in Spagna è il governo centrale che accusa il secessionista Puigdemont di avere violato la Costituzione, in Iraq invece a lanciare l’accusa di violazione della Costituzione è il secessionista temporeggiatore Barzani, che – senza mai nominare i probabili collaborazionisti del PUK – punta il dito contro il governo centrale:

“Il governo di Bagdad sostiene che l’occupazione sia stata decisa per garantire l’applicazione della Costituzione, ma questa vieta l’uso della forza come mezzo di risoluzione delle crisi politiche”.

Barzani nel suo discorso televisivo alla nazione ha accusato anche gli USA, le cui truppe presenti in Iraq sono rimaste alla finestra a guardare senza muovere un dito gli attacchi governativi contro Kirkuk

“mossi alle forze curde grazie ad armamenti fabbricati negli Usa. E dire che senza l’appoggio dei peshmerga l’Isis non sarebbe stato sconfitto in Iraq e Mosul non sarebbe stata liberata”.

Perché Washington vuole punire il Kurdistan?

Perché Washington vuole punire il Kurdistan? Tre milioni di voti per l’indipendenza del Kurdistan hanno fatto la storia e non possono essere cancellati. Ma nessuno si è alzato al nostro fianco a parte le nostre montagne”.

Il problema è che la creazione di uno Stato sovrano curdo non la vuole nessuno: non la vogliono la Turchia, la Siria e l’Iran (i cui pasadran hanno combattuto affianco ai governativi di Bagdad contro i peshmerga nella recente battaglia per Kirkuk) per il timore che poi pretendano di farne parte, dichiarando la secessione da quei tre Stati: infatti il territorio chiamato Curdistan, cioè Terra dei Curdi (con minoranze arabe, armene, assire, azere, ebree, ossete, persiane, turche e turcomanne), è tutto dentro confini altrui, dei quattro Stati in questione.

Tavolette cuneiformi datate tra il 2400 e il 2000 a.C. citano il regno di Guti o Qurti – cioè curdi – come nemico dei Sumeri e degli altri popoli mesopotamici, probabilmente perché i curdi abitavano una vasta regione montagnosa. Dal I secolo a. C. saranno spesso alleati dei romani, e il loro regno, chiamato Beth Qardu, cioè Casa dei Curdi, venne cristianizzato nel IV secolo d. C., per essere infine islamizzato tre secoli dopo.

Oggi i curdi sono sunniti, sciiti e con una non trascurabile presenza cristiana. Uno Stato sovrano curdo non lo vogliono neppure e soprattutto gli Usa anche se considerano i peshmerga un alleato strategico nella guerra contro l’ISIS in Iraq. Gli Usa temono le probabili conseguenze nell’intero Medio Oriente della nascita di uno Stato curdo su territori oggi di ben quattro Stati, con i quali gli Usa hanno già rapporti problematici. Washington teme inoltre che uno Stato curdo espanda l’influenza dell’Iran, Teheran ha infatti il piede in due staffe – non si è opposto al referendum del 25 settembre e non fa nulla contro i pasdaran iraniani che combattono a fianco di Bagdad – inoltre dai vari attriti e scontri anche armati siro-iracheni si aspetta di poter espandere la propria influenza lungo l’asse Baghdad, Damasco, Beirut e raggiungere così il Mediterraneo.

Lo Stato curdo avrebbe dovuto nascere già in base al trattato di Sèvres del 1920, che alla fine della prima guerra mondiale sancì la sconfitta e il forte ridimensionamento dell’impero ottomano, già ridimensionato dal trattato di Londra del 2013 che concludeva le guerre balcaniche.

I confini dello Stato curdo avrebbero dovuto essere definiti da una apposita commissione della Società delle Nazioni, ma il nuovo trattato di Losanna, del luglio 1923, imposto dalla vittoria di Kemal Ataturk nella guerra d’indipendenza turca, cancellò l’argomento, finito nel bidone della carta straccia esattamente come gli accordi internazionali dopo la seconda guerra mondiale che prevedevano elezioni per porre termine alla divisione in due della Corea e la nascita dello Stato palestinese. Nel 1945 i curdi dell’Iran proclamarono la Repubblica Popolare Curda, con capitale Mahabad e presidente Qazi Muhammad, grazie all’aiuto decisivo dell’Unione Sovietica presente militarmente.

Ma già dopo appena due anni, tornati in Urss i militari sovietici, l’Iran riconquista i territori secessionisti e il 30 marzo 1947 impicca Qazi . Se la proclamazione della secessione e dell’autonomia totale è rinviata ancora una volta sine die, potrebbe restare sul tappeto l’ipotesi confederale. Osteggiata anche questa da USA&C per gli stessi motivi, non è comunque realizzabile senza risolvere alcuni problemi:

– la definizione dei confini del Curdistan iracheno. Erbil e Baghdad devono trovare un accordo per definire la annosa questione dei rispettivi confini quanto meno nelle aree oggi contese: Diyala, Kirkuk, Niniveh e Salahaddin. La soluzione confederale permetterebbe a Baghdad di avere un accesso diretto alla Turchia e di usufruire delle fonti idriche che attraversano il Curdistan iracheno.

– La spartizione delle risorse petrolifere. Il Curdistan iracheno potrebbe vendere petrolio e gas a Stati esteri senza dover chiedere il permesso a Baghdad, come lo vende già soprattutto con la Turchia.

– I fondi per la difesa. Al Curdistan iracheno potrebbero essere destinati i finanziamenti per la difesa, ponendo così fine o riducendo fortemente la sua dipendenza nel settore da Stati esteri, USA in testa). In cambio Baghdad avrebbe l’appoggio incondizionato dei peshmerga nella lotta contro le organizzazioni terroristiche.

C’è inoltre il problema delle divisioni politiche e militari tra gli stessi curdi. Il generale curdo iracheno Kamal Karkuki racconta infatti che “Kirkuk è caduta solo per il tradimento di una parte del partito Puk (Unione Patriottica del Kurdistan, il principale partito d’opposizione). Hanno ritirato i loro peshmerga di notte e all’alba gli abitanti si sono risvegliati con le milizie Hashd al-Shaabi per le strade. Se avessimo potuto combattere come abbiamo fatto qui sarebbe ancora nostra”. I collaborazionisti del Puk secondo Karkuki hanno consegnato di fatto Suleyamaya agli iraniani, che a dire sempre del generale la considerano ormai terra loro, e sono i figli dell’ex leader del Puk Jalal Talabani, morto qualche settimana fa.

Karkuki afferma che i “traditori” “hanno preso in mano il partito e si sono accordati con Baghdad e con l’Iran. Non li perdoneremo mai, pagheranno come pagheranno quelli che stanno compiendo crimini a Kirkuk, le milizie Al-Hussein e Al-Khorasan in particolare, sappiamo di civili uccisi, di case bruciate”. E quanto sostiene l’analista Michael Weiss. Dopo alcune settimane passate in Iraq ha scritto su CNN  che i leader dell’opposizione curda, costituita soprattutto dal PUK, si sono messi d’accordo con con il governo iracheno e con i suoi alleati iraniani per organizzare la presa di Kirkuk, che – come dimostrano le dimissioni irrevocabili del presidente curdo – ha finito con il danneggiare soprattutto i loro rivali del KDP e la famiglia Barzani.

All’offensiva hanno partecipato però anche due divisioni regolari di Bagdad, la XXII e la IX, corazzata, cosa che rende ancor più difficili i tentativi di soluzione pacifica, confederale o no. Karkuki si dice sicuro che i governativi da Kirkuk verranno ricacciati, intanto però i civili fuggiti da quella città sono ormai arrivati a quota 150 mila e l’emorragia non si arresta. Inoltre al-Abadi è volato ad Ankara per incontrare il premier turco Erdogan: probabilmente per accordarsi sul che fare per scongiurare la secessione curda in Iraq, e con essa l’effetto a cascata sulle altre minoranze curde negli altri tre Paesi, Turchia compresa.

Un funambolo come Barzani, 71enne in pista da decenni, dal ’79 capo del PDK, presidente della regione autonoma del Curdistan iracheno dal 2005, scampato a mille pericoli, è più probabile che in realtà si sia dimesso perché ha capito che la strada dei curdi verso l’indipendenza è ancora fortemente sbarrata, somiglia troppo a un vicolo cieco. E il politico consumato e dal grande fiuto Barzani preferisce uscire di scena in bellezza anziché nella polvere di una umiliante nuova sconfitta politica e forse anche militare.