Delitto di Arce, gli inquirenti sono entrati nel deserto dell’incertezza

di Pino Nicotri
Pubblicato il 19 aprile 2019 5:50 | Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2019 19:53
delitto di arce serena mollicone

Serena Mollicone, la 18enne di Arce uccisa nel 2001 (foto Ansa)

ROMA – Il criminologo Carmelo Lavorino è considerato il super-esperto del caso di Arce (omicidio di Serena Mollicone) di cui s’interessò sin dall’inizio: fu il consulente che fece assolvere il carrozziere Carmine Belli processato per l’assassinio della ragazza, ora è il consulente del maresciallo Franco Mottola, della moglie Annamaria e del loro figliolo Marco, indagati per la morte di Serena. Criminologo criminalista, profiler ed analista della scena del crimine, vive e lavora fra Roma e Gaeta. È iscritto all’Albo dei Periti Criminologi del Tribunale Penale di Roma, è fondatore e direttore del CESCRIN (Centro Studi Investigazione Criminale). Si è interessato di oltre 200 casi d’omicidio, fra cui i delitti del Mostro di Firenze, di Via Poma, del serial killer Donato Bilancia, di Cogne, del piccolo Tommaso Onofri, di morti equivoche, di cold cases, rapine e violenze sessuali.

Professor Lavorino, cosa sta succedendo? Le indagini sono chiuse e nel mirino investigativo sono restati in cinque: l’ex comandante della Caserma CC di Arce il maresciallo Mottola, la moglie e il figlio, indagati per concorso in omicidio e occultamento di cadavere; il luogotenente Quatrale per concorso in omicidio, l’appuntato Francesco Suprano per favoreggiamento. Quindi, una banda criminale che ha coperto un atroce delitto ed ha depistato?

Il mirino investigativo è stato guidato e indirizzato da chi ha creduto alla veridicità delle dichiarazioni del 2008 rilasciate dal brigadiere Santino Tuzi, suicidatosi dopo qualche giorno. Il brigadiere nel 2008 aveva dichiarato – in modo incerto, confuso e contraddittorio – che Serena Mollicone il primo giugno del 2001 (quindi sette anni prima), verso le 11:30, si era presentata presso la Caserna di Arce dove lui era piantone, era salita dalla famiglia Mottola e poi scomparve. Queste dichiarazioni non hanno alcun riscontro, sono tardive (perché mai lo ha rivelato ben sette anni dopo?), sono illogiche e contraddittorie, sono state ritrattate dal brigadiere per poi essere confermate dallo stesso. Dichiarazioni terribili che sono state per lui una rete terribile che lo ha stritolato – assieme ad altre vicissitudini personali e familiari – sino a farlo suicidare in diretta telefonica.

Scusi, che vuol dire suicidio in diretta telefonica?

Glielo dico fra un minuto. Voglio solo ricordare (1) che il brigadiere Tuzi già dal 2 giugno 2001 era consapevole che Serena Mollicone era scomparsa, (2) che ha partecipato alle ricerche ed alle indagini. Addirittura, quando è iniziato il processo contro Carmine Belli, il brigadiere Tuzi era cosciente che Belli era stato accusato di avere rapito Serena alle 9:30 del mattino del primo giugno, quindi, poteva scagionarlo sin da subito.

Ho parlato di “suicidio in diretta telefonica” perché Tuzi si è sparato al cuore con la sua pistola d’ordinanza mentre telefonava alla sua amante con la quale aveva dei grossi problemi personali.

Quindi, alle dichiarazioni del brigadiere Tuzi io non assegno alcun valore e sono certo che le smonteremo…però dobbiamo avere il quadro completo dell’impianto accusatorio.

A proposito di impianto accusatorio, qui si parla delle eccellenze dell’investigazione quali i Ros e i Ris dei Carabinieri, i migliori investigatori della provincia e il top della medicina legale. Come fa a pensare che qualcosa non quadri?

Guardi , anche quando facemmo assolvere Carmine Belli dall’accusa di avere ammazzato Serena (il poveraccio si fece 18 mesi di ingiusta detenzione) c’erano altre eccellenze, fra cui l’UACV (Unità Analisi Crimine Violento) della Criminalpol, le migliori menti della Squadra mobile di Frosinone e un medico legale che aveva preso lucciole per lanterne: il risultato fu che noi avevamo visto giusto, che noi abbiamo impedito un terribile errore giudiziario e non, certamente, gli inquirenti o le parti civili. Di fatto nella vicenda di Arce ci sono stati già troppi errori d’intuizione, tecnici e investigativi, sono esistite diverse fallaci fissazioni su presupposti sbagliati, i mezzi di comunicazione hanno gridato troppe volte “al lupo al lupo”… senza che il lupo cattivo fosse stato catturato. E purtroppo, anche in questo caso, i familiari delle vittime sono usati da personaggi senza scrupoli pur di farsi pubblicità, di scrivere “un pezzo”, di fare “un’intervistina televisiva” mix di drammaticità e sofferenza.

Quali sono i punti dell’accusa e quali quelli della difesa?

Guardi, attendiamo di leggere tutti gli atti e vedremo. Già ho studiato con attenzione la consulenza medico-legale della prof.ssa Cristina Cattaneo, le relazioni di alcuni esperti dei Ris ed alcuni atti investigativi e, ovviamente, li ho collegati e riportati all’intero fascicolo precedente e ad altro. Ebbene, ritengo che abbiano ipotizzato senza presupposti certi, che siano entrati nel deserto e che lì siamo rimasti. I nostri punti certi e forti sono la confutazione delle loro tesi, confutazione che effettueremo in modo scientifico, logico e rigoroso.

Cosa significa che sono entrati nel deserto?

Significa che si sono infilati nel nulla sterminato delle incertezze, un terribile nulla creato dall’errore d’équipe, dall’innamoramento del sospetto e della tesi, dall’autoconvincimento riverberante. Difatti, nell’impianto accusatorio degli inquirenti mi sembra che non vi siano elementi oggettivi forti e certi, mancano le tracce criminali, i testimoni diretti del crimine, l’arma del delitto e i riscontri scientifici e logici: manca tutto: ci sono soltanto il deserto, col suo nulla e i suoi miraggi!

E gli errori di cui parla quali sono?

L’innamoramento del sospetto e della tesi si verifica quando si parte da un sospetto logico, intelligente e sicuramente legittimo, che, però e purtroppo, poi diviene certezza per motivi di gratificazione psicologica, di immagine, di voglia assoluta di vincere: quindi diviene tesi. Il gruppo investigativo crede fortemente al sospetto ed all’intuizione che lo ha generato, cerca solo elementi a favore degli stessi per dimostrare di “averci azzeccato”, per poi costruire la “tesi”. Tanto si è verificato ancora una volta nel giallo di Arce: 18 anni dopo! Hanno scelto di credere al brigadiere Tuzi e tutto quel che ne segue, hanno cercato riscontri trovando invece frammenti di nulla.

Chiudo ricordando quattro aspetti fondamentali: 1) che qualunque traccia repertata e riferita nella consulenza tecnica dei RIS non dà l’esito di “ASSOLUTA CERTEZZA”, ma di un “certa compatibilità”, cioè…”potrebbe essere oppure no”; 2) non abbiamo la certezza della “catena di custodia della prova” perché i reperti sono stati esposti per troppo tempo a interventi esterni; 3) il DNA e le impronte papillari riferibili all’assassino e/o ai suoi complici non sono riferibili a nessuno degli indagati; 4) le indagini devono dimostrare aldilà di ogni ragionevole dubbio e che…nulla è stato dimostrato in tal senso. Ecco perché ho dichiarato che “gli inquirenti sono entrati in un deserto e non ne vogliono uscire”…a prescindere della verità dei fatti.