Don Vergari su Emanuela Orlandi, De Pedis e S.Apollinare: “Un mucchio di bugie

di Pino Nicotri
Pubblicato il 6 giugno 2012 8:23 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2013 11:38

Con i controlli ordinati dalla magistratura nell’intera cripta della basilica di S. Apollinare e nella bara di Enrico De Pedis, il preteso capo della banda della Magliana, è esplosa la tempesta sul capo di don Piero Vergari, che della basilica è stato rettore negli anni ’80 e fino al ’91. Contro di lui si è letto e detto di tutto: che è stato destituito da rettore come punizione per avere patrocinato la sepoltura di De Pedis, che a causa di cose emerse dai controlli nella cripta è stato indiziato di concorso nel sequestro e uccisione di Emanuela Orlandi, che organizzava per un nutrito giro di adulti orge con minorenni nella basilica, che ha fatto portar via il cadavere di Emanuela da un uomo di De Pedis raccomandandogli che fosse sepolta “in terra consacrata, al cimitero di Prima Porta”, e accusato perfino di avere rubato un quadro dalla sua chiesa.

Don Vergari dice la sua, rispondendo alle nostre domande, in questa che finora è l’unica intervista da lui concessa.

DOMANDA – Quando è andato via da S. Apollinare e perché?

RISPOSTA  – Il primo settembre 1991 perché il palazzo e la basilica di. S.Apollinare furono dati dai Superiori del Vaticano all’Opus Dei e io non potevo restare, essendo sacerdote diocesano della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Non mi ha cacciato proprio nessuno.

D – Nel 1983 da chi era frequentata la basilica? Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dice che era frequentata da “pezzi della banda della Magliana”. A me risulta fosse frequentata invece anche da Oscar Luigi Scalfaro, diventato ministro dell’Interno poche settimane dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi.

R – La Basilica era frequentata da tanti fedeli anonimi, circa centomila all’anno, da tantissime Suore, che andavano a scuola in via Zanardelli, e veniva spesso anche l’onorevole Scalfaro, che aveva il suo ufficio privato al quarto piano del palazzo di S. Apollinare, dove aveva sede anche il pontificio conservatorio Ludovico da Victoria frequentato tra gli altri da Emanuela Orlandi. Mai visto in basilica persone strane.

D – In che anno il conservatorio ha cambiato sede?

R – Lo stesso anno che lasciai S. Apollinare, nel 1991.

D – In che hanno è andato a Turania ed ha fondato la Regina Apostolorum? Cos’è esattamente la Regina Apostolorum?

R – Lasciato S. Apollinare, andai al Vicolo delle Vacche poi a S. Lorenzo in Panisperna. Mentre ero a S. Lorenzo in Panisperna un sacerdote che avevo aiutato mi disse che a Turania c’erano state delle suore che avevano lasciato il paesino. Così pensai di farmi dare in uso da esse la casa per andare fuori dai rumori di Roma nei fine settimana, siamo nel 1993-1994, con i giovani che avevo con me. Già quando stavo a S. Apollinare in alcuni locali sulle cantorie avevo accolto 4 o 5 giovani, che non sapevano dove andare e volevano essere aiutati per trovare un vescovo che li prendesse per diventare sacerdoti. Avevo informato il cardinale Vicario Poletti di questa iniziativa e lui ne era contento. L’Associazione Regina Apostolorum è stata istituita per aiutare dei giovani poveri e con difficoltà varie a trovare un Vescovo che li accogliesse. Non era però un seminario, ma un luogo di discernimento dove le persone erano valutate se potevano intraprendere il cammino vocazionale vero e proprio in una diocesi. Ho ospitato tutti gratuitamente, fino a una trentina di giovani. Tra quelli che ho aiutato, ora quasi 130 sono sacerdoti, sparsi in tutto il mondo.

D – E’ vero che l’associazione Regina Apostolorum è stata chiusa dal vescovo?

R – Essendo soggetto a diversi superiori, c’era chi lodava l’iniziativa e chi non comprendendo bene lo scopo che avevo dato all’opera la pensava come fosse una parallela al seminario. Premuto da più parti e per alcune circostanze sopravvenute nel frattempo, nel 2001 non accolsi più giovani.

D – E ‘ vero che S. Apollinare era l’unica chiesa a Roma nella quale la domenica veniva cantato il canto gregoriano, che attirava anche Scalfaro?

R – Credo di sì. Iniziai la celebrazione nella chiesa piccola, poi nella basilica vera e propria con un bel coro del canto Gregoriano. La messa con quel coro era molto partecipata. Avevamo preparato per i fedeli un libretto con le melodie gregoriane da usare per seguirle meglio e poiché venivano anche stranieri tantissimi libretti li portavano via per ricordo.

D – Era molto frequentata quella basilica ? Anche da personaggi noti, oltre a Scalfaro?

R – Quando iniziai nel febbraio 1978 nel giorno delle Ceneri eravamo solo due sacerdoti e nessun fedele, poi venne una vecchietta, poi due, piano piano era frequentata da oltre centomila persone all’anno. Le Sante Comunioni erano circa sessanta mila l’anno, Venivano ambasciatori, molti vescovi, cardinali. Alcune volte venne anche il professor Ettore Paratore, che si rallegrò dell’iniziativa.

D – Come ha potuto realizzare un tale rilancio? Con l’aiuto di chi?

R – Le sante comunioni arrivarono a circa sessanta mila l’anno, come ho detto. Mi aiutavano per il servizio i sacerdoti di Santa Maria dell’Anima e del Collegio Germanico-Ungarico e come ministranti gli alunni del Germanico, alcune volte anche i Seminaristi del Seminario Romano.

D – Nell’83 la basilica era sempre aperta o aveva degli orari di apertura per le Messa?

R – La Basilica si apriva alle ore 6 del mattino si chiudeva alle ore 12, si riapriva alle 16 e si chiudeva alla 19,30. Fuori orario delle Messe, la chiesa si chiudeva dal di dentro con un grande catenaccio e un lucchetto e si usciva dalla parte del cortile chiudendo pure due porte. Queste due porte, verso il cortile, quando la chiesa era aperta al pubblico erano sempre chiuse per evitare che dal cortile si infiltrassero i ladri. Tutti quelli che erano nel palazzo di S. Apollinare, che ospitava molte associazioni, di cui anche una araba, se volevano venire in chiesa, ma erano pochissimi, solo qualche suora, dovevano entrare sempre dalla piazza, che si chaima anch’essa di S. Apollinare. Alle ore 6 suonavo il giorno nella maniera tradizionale. I padri di altre chiese vicini protestavano perché era troppo presto. Lo dissi al cardinale titolare Pericle Felici, che da grande latinista mi disse di dire ai padri ” Si Romae vives, vivas ut Romanus”.

D – Dopo il ’91 a un certo punto lei andò a Turania: in totale, dove è stato e cosa ha fatto nel frattempo?

R – Sono trascorsi 21 anni dal 91, per 3 anni ho continuato a fare lavoro alla Segnatura (palazzo affacciato su corso Vittorio), aiuto in parrocchia a Casalbertone, visita alle carceri il sabato, giornate per il seminario nelle varie parrocchie di Roma e confessore di comunità religiose. Ho cercato inoltre di essere molto vicino ai giovani che erano con me.

D – Lei è accusato dal programma televisivo “Chi l’ha visto?” di avere rubato un quadro della basilica che raffigura la Madonna. Qual è la sua versione dei fatti?

R – E’ una grande balla! Per due anni, insieme con alcuni sacerdoti studenti che erano con me, i superiori ci hanno pregato di seguire la pastorale di 7 piccole parrocchie nell’Alta Sabina, tra cui Turania. La gente di Turania mi diceva che la loro chiesa, un tempo ricchissima di arredi, era stata spogliata di tutto, avevano rubato perfino la statua quattrocentesca e dorata della Madonna del Carmine, un busto in bronzo di S. Filippo Neri e un quadro della Madonna che era nella chiesa, di grande valore, dono di monsignor Lenzi, un prelato pontificio del Seicento, originario di Turania. La chiesa era ridotta a uno squallore, inoltre ci pioveva dentro. I giovani che erano con me imbiancarono subito l’interno. Un giorno andando a vedere cosa ci fosse nella soffitta sopra la sagrestia, tra tanta robaccia, vidi appoggiata al muro una qualche cosa quadrata ricoperta da carta di giornali e chiusa con lo spago. L’aprii: era il volto di una Madonna, molto rovinato e scolorito. Alla Santa Messa del pomeriggio alle persone presenti feci vedere il quadro e, “coro unanime”, riconobbero il quadro che pensavano rubato o venduto. Con il consenso della cittadinanza decidemmo di farlo restaurare, dato che una signora del posto lavorava a Rieti alle Belle Arti. La gente generosamente offrì i denari occorrenti, il quadro fu restaurato e riportato a Turania. Si fece una festa particolare perché con il quadro portato a mano da due giovani dalla chiesa parrocchiale, con numerosissimo popolo che seguiva, si arrivò al Santuario del Carmine, situato tra i castagneti a un chilometro dal paese. Poi si ritornò in parrocchia e si decise di far conservare il quadro in sicurezza nell’edificio comunale, dato lo stato precario della chiesa e della canonica abbandonata anche essa da anni. Il sindaco di allora, Enrico De Angelis, accettò l’iniziativa. Da quanto mi risulta il quadro è rimasto sempre in comune, ma la sala che doveva essere sicura e anche preservata dagli agenti atmosferici risultò invece umida, tanto che alcuni mesi fa il quadro è stato fatto di nuovo restaurare a spese del popolo.

Ecco la vera storia del quadro, fatta tutta “coram populo”.

D- Sia pure per un atto formale, cioè per poter procedere alle perquisizioni del 2010 a casa sua e sequestrarle il computer e di recente per poter fare ciò che hanno fatto nei sotterranei della basilica, lei ha ricevuto una informazione di garanzia che parla di concorso in sequestro di persona. E’ stato interrogato per questo asserito sequestro? Dicono che lei sia indagato, ma in cosa l’hanno indagata fino ad oggi?

R – Tramite fax il 15 dicembre 2009 ho ricevuto l’invito a presentarmi a piazzale Clodio [a Roma, dove ha sede la Procura della Repubblica] quale ” persona informata sui fatti” nell’ambito del procedimento penale n.33188/08. Vollero sapere il motivo della sepoltura di Enrico De Pedis, mi fecero anche domande sulla Orlandi e gli risposi come è vero e sempre detto: ” Mai vista, mai incontrata, mai parlato con lei”. Posso ora aggiungere che della scuola di musica frequentata dall’Orlandi non ho conosciuto nessun alunno o alunna, solo la preside suor Dolores e qualche professore perché io sono stato segretario generale dell’Associazione di Santa Cecilia Italiana per due anni. Gli alunni della scuola, circa 600, quattro o cinque volte all’anno venivano giù in chiesa, a S. Apollinare, per la festa di Santa Cecilia, per il concerto di Natale, la festa della Madonna e la Stazione Quaresimale, ma in massa venivano e in massa ripartivano e subito mi preoccupavo di chiudere dietro loro loro le porte del cortile, sempre per paura dei ladri.

A me non risulta di avere ricevuto altro dai magistrati, tant’è che non ho neppure un avvocato.

D – Pietro Orlandi, sulla base di una lettera anonima che parla anche di morte di Emanuela in basilica, l’ha pubblicamente accusata di abusi su sua sorella, aggiungendo che a lei, don Vergari, per quegli abusi “facevano capo molte persone”.

R – Fantasie di bassa lega. Questo signore mi fa molta pena per le stravaganze che dice e compie. A dire il vero, non seguo neppure ciò che raccontano i giornali di questa sua tragedia. Ringraziando Dio nei 12 anni in cui sono stato rettore di S. Apollinare con l’aiuto di tante brave persone ho potuto fare cose meravigliose. Il cardinale Pericle Felici, correggendomi le bozze per un articolo-relazione della festa di S. Apollinare il 23 luglio, a mia insaputa aggiunse ” lo zelante rettore”. Dunque? Anche il cardinale Felici era tra gli “abusanti”? Ho avuto anche sempre la benevolenza del Cardinale Vicario e dei Cardinali Titolari di S. Apollinare.

D – L’esorcista ufficiale del Vaticano, don Gabriele Amorth, sostiene che Emanuela è stata uccisa nel corso di riti sessuali a sfondo satanista e parla anche di orge organizzate da una guardia svizzera che reclutava ragazzine per il sollazzo di diplomatici. Cosa ha da dire in merito?

R – Anche qui, mi sembra che perdiamo il controllo delle fantasie. Non mi pare che Amorth abbia incarichi da parte delle Autorità Vaticane, tutt’al più del Vicariato di Roma. E’ da controllare. Però ciò che dice, se è vero che lo ha detto, non mi interessa. Per il semplice motivo che non mi riguarda. E poi non amo correre dietro alle vociferazioni morbose.

D – Mi scusi la franchezza della domanda, ma se Emanuela è morta in situazioni imbarazzanti per qualche prelato o diplomatico, come si insiste a insinuare ora, non potrebbe essere stato chiesto a lei di fare intervenire De Pedis perché facesse sparire il cadavere?

R – Impossibile. Mi pare che Emanuela sia scomparsa nell’83 e io Enrico l’ho conosciuto solo più tardi, se non sbaglio nell’86. Ero in visita nel carcere di Regina Coeli e mi dissero che un detenuto di nome mi pare De Bellis voleva parlarmi, ma per errore dovuto alla somiglianza dei cognomi mi portarono De Pedis. Ecco come l’ho conosciuto. Ben dopo l’83. Altro che chiedergli di fare il becchino per conto terzi!

D – Lo stesso Pietro Orlandi dice che la direttrice del conservatorio frequentato da Emanuela, suor Dolores, aveva vietato alle sue alunne di entrare in S. Apollinare. E’ vero?

R – Mai saputo né mai immaginata una cosa simile. La scuola era, mi pare, solo il pomeriggio, e ho visto qualche suora alunna della scuola, che veniva per la Santa Messa delle 19, dopo il rosario e il canto delle Litanie dell’Arco Oscuro alla Madonna del Portico, la Regina Apostolorum.

D – Risulta però che gli studenti del conservatorio, maschi e femmine, venivano condotti a Messa non in S. Apollinare, come sarebbe stato molto più comodo, ma in un’altra chiesa. Perché?

R – Non mi risultano queste cose. Mi sembra che degli alunni della scuola quasi nessuno andasse a Messa all’infuori delle circostanze di cui ho parlato sopra ordinate dalla preside Suor Dolores.

D – Sui giornali si è letto che “fonti informate del Vaticano” affermano che i De Pedis per poter tumulare il loro congiunto in S.Apollinare hanno versato mezzo miliardo di lire e di recente le stesse “fonti bene informate” hanno parlato addirittura di un miliardo, in parte andato a missioni africane. Premesso che tali “fonti informate vaticane” farebbero meglio, visto che sono così informate, a dire cosa sanno della fine di Emanuela, qual è la sua versione dei fatti riguardo eventuali offerte dei De Pedis?

R – Non mi risulta nulla di tutto questo, solo so che i parenti chiedendo per mio tramite il permesso di avere per Enrico De Pedis “una sepoltura riservata” ( solo visitabile dai familiari e più stretti parenti) in una delle antiche camere mortuarie di S.Apollinare, ristrutturarono parzialmente la cripta e la stanzetta che accoglieva la salma di Enrico. Il tutto fu eseguito da operai specializzati del Vaticano. Promisero di aiutare in futuro una delle chiese povere di Roma.

D – Può precisare in cosa sono consistiti gli aiuti di Enrico De Pedis alla basilica o alle sue mense dei poveri? E può spiegare meglio cosa fossero queste mense?

R – In certe circostanze si facevano per i poveri di Roma degli incontri con il relativo pranzo festivo, lui dava tutto il necessario e se avevo necessità per i libri o altro per i giovani, lui mi metteva la sua offerta in una delle quattro cassette nella cappella della Madonna.

D – Enrico De Pedis ha versato soldi anche al Vicariato? E ha fatto dei favori al vicario? Fonti assai vicine al vaticano mi hanno detto che fu il cardinale Felici a spiegarle che quei soldi spettavano al Vicariato e non al Vaticano.

R – Forse con una seduta spiritica, visto che Felici era già morto da un bel pezzo! Non so nulla di questa storia dei soldi versati, mai Enrico me ne ha parlato. Dello Ior di cui si parla tanto a sproposito, mai una parola, mai una richiesta in merito Non credo che Enrico avesse contatti con ecclesiastici all’infuori di me; per lui ero il suo “padre spirituale”. Per il suo matrimonio, indimenticabile, che io ho presieduto in S. Apollinare, ha fatto una intima e seria preparazione. Sa perché indimenticabile? Perché dalle prime parole del saluto iniziale agli sposi e ai tanti invitati, chiesa piena, si andò avanti come un cuore solo per tutta la celebrazione !

D – Una volta lei ebbe a dirmi che quando le venne chiesto di poter seppellire De Pedis in basilica lei intravvide la possibilità che i vecchi sotterranei della cripta in disuso potessero essere utilizzati per altre sepolture di privati, cosa che avrebbe contribuito al rilancio di S. Apollinare. Ebbe modo di sviluppare quella sua idea, magari parlandone con qualcuno, o l’arrivo dell’Opus Dei nel ’91 rese subito impossibile quella sua idea?

R – Secondo i miei desideri, se avessi potuto realizzarli, oltre Enrico si sarebbero potute sistemare altre sette salme, non di più. Le famiglie dei defunti avrebbero avuto per i loro cari quella riservatezza concessa per Enrico e sarebbe stato un modo per unirle alle tante iniziative che si sarebbero svolte in Basilica. Mi hanno detto che nella cripta della chiesa di S. Anna in Vaticano è sepolto il padre di Pietro Orlandi, una sua zia, una nonna e una bisnonna. Perché non avrei potuto fare in S. Apollinare ciò che si fa in Vaticano? O il “parce sepulto” vale solo per chi ci è parente?

D – Ecco, le è stato duramente rimproverato anche di avere detto a proposito di De Pedis “parce sepulto”.

R – Pazzesco. Lo si dice, giustamente e doverosamente, per tutti i morti, compresi quelli degli Orlandi. Già il grande poeta romano Virgilio nell’Eneide quando si avvicina al sepolcro di Polidoro strappando degli arbusti, sente il lamento e l’invocazione di parce sepulto, così Omero nell’Odissea racconta che Ulisse rimprovera la sua governante che rideva soddisfatta per la morte dei Proci, de mortuis nisi bene. Questo non è un difendere un certo defunto, ma rispettare la sacralita del corpo di tutti i defunti di ogni tempo; la Chiesa Cattolica tanto considera sacro il defunto che lo incensa e lo cosparge di acqua benedetta. Gli antichi erano tanto attenti al rispetto dei defunti per cui si trovano molte iscrizioni dettate in protezione dei sepolcri. Eccone una significativa: si quis sepulcrum hoc violare voluerit, partem habeat cum Juda ( se qualcuno pensasse di violare questo sepolcro, si ricordi, farà la fine di Giuda, morirà impiccato)

D – Ora viene lanciata la pista dei “preti pedofili di Boston? Lei cosa ne sa?

R – La pista di cosa? Boston? Ma mi sta prendendo in giro?