Donne in Israele. Allarme diritti, minaccia dagli ultra ortodossi

di Pino Nicotri
Pubblicato il 23 Novembre 2011 0:57 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2011 0:57

Una ondata di ostilità contro le donne si sta diffondendo in Israele per l’azione degli ultra ortodossi. A Gerusalemme, per evitare che le ballerine di una scuola di danza possano essere viste dalla strada mentre provano una nuova piece, “Babilonia”, gli ultraortodossi, che ormai tengono in scacco lo Stato di Israele, hanno ottenuto che il municipio imponesse di coprire con le tende interne la parete di vetro affacciata sulla strada, hanno stracciato i manifesti pubblicitari del balletto, minacciando di violenze fisiche il corpo di ballo.

La scuola è il Kolben Dance Group, che nelle scorse settimane ha iniziato le prove del suo nuovo lavoro, “Babilonia”, presso la sua sede nel Centro di Bechar Gerard Nahlaot, sito in Bezalel Street, zona centrale di Gerusalemme dove si affacciano i quartieri Nachlaot e Rechavia, nei quali abbondano gli ebrei ortodossi e ultraortodossi.

Prima di diventare un centro per le arti dello spettacolo, l’edificio ha ospitato il processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann e qualche anno fa il muro che dava su via Bezalel è stato sostituito da una ampia vetrata per permettere ai passanti di vedere cosa si svolge all’interno.

Un modo per fare pubblicità “live” alle proprie attività, che sono varie. Il Gerard Bechar Centro è infatti dotato di due sale per spettacoli, una da 650 posti a sedere e l’altra da 200, come la biblioteca centrale del Comune di Gerusalemme, ed è multidisciplinare: ospita gallerie per mostre d’arte, due compagnie di danza, la Vertigo e la Kolben, concerti di musica classica, jazz, musica pop, laboratori teatrali e l’annuale Gerusalemme Arts Festival.

Un grande display in costante rotazione offre al pubblico le immagini di mostre internazionali di arte moderna e fotografia. Per la scuola di ballo Kolben, provare lo spettacolo davanti agli occhi dei passanti della trafficata via aBezalel è anche un modo per portare la dnnza in strada.

Ma non appena hanno avuto inizio le prove, gli ultraortodossi, non contenti dell’azione sul municipio, hanno anche cominciato a protestare in modo violento e rumoroso, strappando dai muri i manifesti pubblicitari con le date delle rappresentazioni di “Babilonia”. Qualcuno è arrivato a minacciare i membri della compagnia.

“La chiusura delle tende è stato un colpo insopportabile contro la nostra libertà, oltre che un danno economico”, ha detto Stern Tzafira Asal, direttore della scuola della Kolben. “E’ come volerci mettere il burka!”, hanno protestato alcune ballerine, per le quali “nessuno ha il diritto di escluderci in questo modo”.

Il direttore Stern Tzafira Asal, che è molto preoccupato per le reazioni degli ultraortodossi, spera in un ripensamento da parte del municipio, perché “questa è la nostra casa, non stiamo andando fuori, in strada, ma vogliamo stare tranquilli in casa nostra, questa è una questione di cultura e non abbiamo motivo di vergognarci e nasconderci.”. Intanto però ha fatto sentire la sua voce anche Yerushalmim, il movimento leader della protesta contro l’esclusione delle donne nella capitale, che vuole la rimozione quanto prima del sipario fozato. Nel frattempo i nuovi manifesti pubblicitari di “Babilonia” per evitare altre grane con gli ultraortodossi hanno dovuto fare a meno di utilizzare immagini di corpi umani. Alla fine ha fatto sentire la sua voce a sostegno del no al sipario tra la strada e la scuola di danza anche il vice sindaco e assessore alla cultura Pepe Alalu. E così il municipio ha dovuto chiarire che “la leadership della città non è a conoscenza di un divieto contro l’apertura delle tende tra il Centro e Bezalel Street” e che “il Comune continuerà a sostenere la libertà artistica e culturale non solo nel quartiere, ma nell’intera Gerusalemme”.

Ma il ruolo e la visibilità delle donne sono al centro anche di un’altra polemica, anche questa dovuta agli ultraortodossi. C’è infatti il rischio che per la prima volta le donne siano escluse totalmente dal comitato che nomina i giudici della corte rabbinica, che in Israele sentenzia in molti campi, specie in quello matrimoniale e divorzista. La posizione reazionaria e misogina del partito Haredi, ultraortodosso, pare infatti che abbia guadagnato consensi riuscendo a emarginare i gruppi che si sono battuti per i diritti della donna nei tribunali rabbinici.

E’ da anni che infuria la battaglia tra i sostenitori del no alle donne e i rappresentanti delle fazioni liberali all’interno del movimento religioso sionista, guidato da gruppi come Kolech, Mavoi Satum, il Centro per la Giustizia delle donne, Ne’emanei Torah Va’Avodah e altri. ancora. Al centro della battaglia l’approccio rigido e umiliante di troppi giudici della corte rabbinica nelle sentenze riguardanti le donne in fatto di divorzi, conversione all’ebraismo e riconoscimento di diritti vari. Secondo il giornale Haaretz, la situazione è tale che le donne quando hanno a che fare con i tribunali rabbinici sono “costrette ad attraversare una valle di lacrime”.

Situazione leggermente migliorata da quando 12 anni fa la rappresentanza femminile ha avuto accesso nel comitato che nomina i giudici rabbinici e a volte è riuscita anche a contrastare la nomina di giudici famosi per la loro posizione particolarmente dura, cioè avversa per principio alle donne. La tela per escludere di nuovo le donne dal comitato è stata tessuta dal ministro della giustizia Yaakov Neeman, che ha iniziato concedendo ai giudici dei tribunali religiosi poteri straordinari, da molti ritenuti nocivi, e che ora tira le fila di numerosi accordi politici che coinvolgono il sistema giudiziario.

Gli ortodossi scatenano però polemiche perfino a New York, dove pretendono di potersi comportare anche sui mezzi pubblici come si comportano in certe linee loro riservate a Gerusalemme. La linea di autobus B-110 che attraversa il cuore di Booklyn da Williamsburg al Borough Park è infatti utilizzata dagli ebrei hassidici della zona, rimasti non solo nel vestiario e nelle acconciature alle usanze dei ghetti ebraici del primo Novecento, ai tempi di Franz Kafka.

La linea B-110 è gestita da una società privata, ma grazie a una concessione di pubblico servizio. Per quieto vivere e rispetto per le tradizioni altrui anche i non ebrei hanno accettato di buon cuore che le donne non stiano nella parte anteriore dell’autobus, ma, come in certe linee di Gerusalemme, se ne restino zitte e quiete confinate nella parte posteriore. E che la linea sia sospesa dal venerdì sera alla domenica mattina per non turbare le celebrazione del sabato ebraico, lo shabbat, che non permette attività di sorta.

Nei giorni scorsi però una donna newyorkese, della quale per prudenza non è stato reso noto il nome, s’è ribellata a tale usanza segregazionista e ha osato salire e sedersi nella parte anteriore dell’autobus, quella cioè riservata ai maschi, che hanno protestato energicamente.

Ne è nata una tale polemica che alla fine ha dovuto intervenire lo stesso dindaco di New York, Michael Bloomberg. Benché anche lui ebreo, ma dell’ebraismo riformato, Bloomberg non ha avuto dubbi, mettendo bene in chiaro che “la segregazione sessuale nella nostra città non è consentita”.

Pare incredibile che ancora oggi debbano ripetersi scene e segregazioni che ricordano il divieto dei neri americani di salire sui mezzi pubblici riservati ai bianchi, con la famosa ribelione anche in quel caso di una donna che osò finalmente sfidare quel titpo di apartheid segnandone l’inizio della fine.

La cosa strana è che questi episodi di misoginia e prepotenza verso le donne vengono accolti in Occidente senza eccessivo sdegno, quasi con indifferenza, come fossero espressioni di innocuo folklore anziché intollerabili residuati della millenaria volontà di dominio dell’uomo sulla donna.

Se però episodi e usanze simili si verificassero nel mondo islamico – o magari in quello cristiano – lo sdegno e le proteste dilagherebbero anche sulle prime pagine dei nostri giornali.