Emanuela Orlandi: Fassoni Accetti furioso. Pignatone: il flauto di Chi l’ha visto? non era quello

di Pino Nicotri
Pubblicato il 6 Luglio 2015 12:38 | Ultimo aggiornamento: 6 Luglio 2015 12:41
Emanuela Orlandi: Fassoni Accetti furioso. Pignatone: il flauto di Chi l'ha visto? non era quello

Emanuela Orlandi: Fassoni Accetti furioso. Pignatone: il flauto di Chi l’ha visto? non era quello

ROMA – La saga del mistero di Emanuela Orlandi registra un nuovo anche se piccolo colpo di coda. Marco Fassoni Accetti minaccia nel suo blog i magistrati:

“Signori magistrati, io vi accuso. Avete omesso gravemente di ottemperare alcuni atti, che in un processo per duplice omicidio sono assolutamente d’obbligo. E stiamo parlando di duplice omicidio, non di un furto d’auto. La mia opinione, non credendo ad ingenue negligenze da parte di cotanta Procura, è che le vostre decisioni siano state dettate da motivi di opportunità. Io vi perseguirò in ogni sede giudiziaria, civile e politica”.

Con queste a altre parole Marco Fassoni Accetti minaccia i magistrati perché anziché prenderlo sul serio come reo confesso responsabile della scomparsa di Emanuela Orlandi si apprestano a processarlo per calunnia e autocalunnia. Non sapendo più cosa fare per farsi prendere in considerazione come organizzatore del “rapimento consenziente” della Orlandi, Marco Accetti ora “rivela” che l’auto con la quale la ragazza venne “rapita” era la sua!. Non contento, nel suo blog come abbiamo visto spara a zero contro i magistrati, con il rischio di aggravare la sua posizione prendendosi una denuncia per diffamazione nei loro confronti:

Non varrebbe la pena soffermarsi ancora su Accetti se non si trattasse di un caso emblematico e clamoroso di “polpetta avvelenata” e di eccessiva facilità con la quale viene ingoiata da certi mass media amanti della giustizia spettacolo. Siamo in presenza di una vera e propria caduta di una “stella”, passata dalla gloria e dalla fama ottenute con la clamorosa consegna alla redazione di “Chi l’ha visto?” del “flauto di Emanuela” ) alla polvere dell’accusa di calunnia e autocalunnia, con tratti da mitomane. Il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone nella sua richiesta di archiviazione ha infatti letteralmente demolito il “reo confesso”:

“La storia raccontata da Marco Accetti non è credibile ed è frutto di un lavoro di sceneggiatura scaturito dallo studio attendo di atti e informazioni acquisite negli anni da parte di un soggetto ansioso di protagonismo”.

Ansia di protagonismo e vere e propria fissazione maniacale sul mistero Orlandi:

“Il padre Aldo Accetti e la sorella Laura Accetti riferivano che Marco è stato particolarmente colpito dalla vicenda della somparsa di Emanuela Orlandi, tanto da essere stato trovato intento a scrivere lettere anonime ed effettuare telefonate, che era solito ritagliare articoli di cronaca sulla vicenda e che tale ossessione era anche oggetto di discussioni in casa”.

Pignatone rivela che a sua sorella Laura

“Marco aveva detto di sapere tutto della vicenda di Emanuela Orlandi e in particolare di sapere che sia lei che Mirella Gregori erano scappate all’estero”.

E che inoltre la stessa Laura

“ricorda poi che mentre Marco si trovava agli arresti domiciliari le mostrò un flauto di plastica azzurro e un orologino affermando che tali oggetti gli erano stati dati da Emanuela Orlandi. Riferisce [sempre Laura: ndr] di non avere dato particolare peso a questi racconti ritenendoli una delle tante invenzioni e bugie di Marco”.

Che in famiglia Marco fosse ritenuto un tipo particolare, Pignatone lo scrive con precisione a pagina 70:

“Dall’ascolto delle conversazioni intercettate del padre, della sorella e della madre, fra loro e con terze persone, emerge come Accetti sia ritenuto dai suoi parenti poco attendibile e incline a inventarsi storie e situazioni, in particolare riferibili a Emanuela Orlandi, per la quale a dire del padre ha una vera ossessione”.

Alla sua ex moglie Eleonora Cecconi il “reo confesso” disse che

“conosceva la ragazza e che il giorno prima della scomparsa l’aveva seguita dalla scuola di musica a casa, che conosceva anche la Gregori e di aver fatto alcune telefonate relative al caso Orlandi”.

Riguardo il famoso flauto “di Emanuela” che Accetti fece ritrovare a “Chi l’ha visto?” Pignatone è categorico:

“Le indagini svolte, così come poi gli accertamenti tecnici, non hanno permesso di stabilire la corrispondenza tra il flauto che Emanuela Orlandi portava con sé al momento della scomparsa e quello nella disponibilità di Marco Accetti”.

Pignatone a pagina 74 sintetizza:

“Quello che è evidente è che Accetti è stato molto vicino alle carte del caso Orlandi e alle numerose pubblicazioni esistenti sull’argomento, dimostrando una conoscenza puntuale e dettagliata di quanto è stato pubblicato negli anni, soprattutto degli atti processuali del vecchio processo”.

Riguardo invece gli atti processuali ignorati dalla stampa, o riportati solo parzialmente anche nelle carte processuali, Accetti dimostra di non sapere nulla. Un esempio è la telefonata di “Mario”, lo sconosciuto che per primo dopo la scomparsa di Emanuela chiamò casa Orlandi dicendo di essere un barista che aveva visto una ragazzina somigliante a Emanuela. Telefonata riportata dalla stampa solo in piccoli brani, è istruttivo notare che per quanto riguarda invece i brani non divulgati

“Accetti non conosce né durata né contenuto, salvo poi darne una interpretazione in chiave di “codici””.

Il “reo confesso” ha voluto dimostrarsi al corrente perfino del fatto che Emanuela al momento della scomparsa avesse le mestruazioni, e questo particolare forse può portare a capire chi riferiva ad Accetti gli elementi processuali vantati come conoscenza dell’intero mistero Orlandi. Scrive infatti Pignatone:

“Non è dimostrativo di un suo reale coinvolgimento nella scomparsa della Orlandi il particolare, apparentemente inedito, fornito nel corso dell’interrogatorio del 18/6/13 secondo il quale Emanuela Orlandi al momento del sequestro aveva le mestruazioni, circostanza che, anche se è corrispondente al vero, non dimostra nulla in quanto Accetti può essere venuto a conoscenza di questo particolare nei modi più svariati, non ultimo contatti, sia pure indiretti, con l’ambiente familiare di Emanuela”.

Qui c’è da notare che nel libro “Mia sorella Emanuela”, scritto a quattro mani da suo fratello Pietro Orlandi con il giornalista Fabrizio Peronaci, si legge più volte che Pietro è in possesso “di tutti gli atti processuali”. Ovvio che Peronaci per scrivere il libro abbia potuto dunque leggerne più d’uno. Compreso magari il verbale della deposizione del 18 luglio ’83 di Maria Pezzano, madre di Emanuela, nel quale si legge quanto segue:

“Mia figlia è diventata signorina poco prima di compiere i 15 anni, l’inverno scorso”.

Vale a dire, “diventata signorina” poco prima del 14 gennaio. Peronaci ha conosciuto bene Accetti perché lo ha preso sul serio fin dal primo momento, ha poi scritto il libro “Il ganglio”, totalmente basato sulle sue “rivelazioni”, e oggi è l’unico che al “reo confesso” dà ancora corda, per giunta ignorando e facendo ignorare bellamente quanto scritto dalla Procura della Repubblica. Stando così le cose, non si può escludere che in un rapporto così stretto Peronaci abbia messo Accetti al corrente, sia pure in buona fede, di particolari delle carte processuali. Compreso il particolare del verbale del 18 luglio della signora Pezzano.
Una volta appreso il particolare Accetti, sia pure andando a spanne nel carcolarne il ciclo, sulle mestruazioni di Emanuela può avere tirato a indovinare. Azzeccandoci.

Pignatone indica poi un nuovo elenco di personaggi, che arricchisce la lista che già popola il contorno del mistero di Emanuela Orlandi, dai sensitivi ai “testimoni”, uno stuolo affollato nella prima inchiesta (conclusa nel dicembre 1997),

– il detenuto Raffaello Fanelli ha raccontato ai magistrati che Enrico Nicoletti, noto come “il cassiere della Banda della Magliana”, parlando con il figlio si era detto preoccupato che potesse essere scoperto il luogo dove era stata sepolta Emanuela in un suo terreno. Le indagini non hanno portato a nulla.

– I detenuti Nicola Comite e Lamberto Di Lisio, entrati in contatto in carcere con detenuti della banda della Magliana, hanno cercato di rifilare ai magistrati le solite notizie “risolutive” a carico della stessa banda. Notizie rivelatesi chiacchiere elargite con la speranza di ottenere sconti d pena,

– Il giornalista Brunetto Fantauzzi non è un profittatore, ma nel corso di una trasmissione televisiva alludeva al coinvolgimento di prelati nel sequestro Orlandi affermando di averlo saputo dalla pornostar Moana Pozzi. Interrogato come teste, Fantauzzi non ha potuto fare altro che dare ai magistrati le fotocopie del suo libro “Moana la spia nel letto del potere”, dove riportava le ciance della pornostar definite da Pignatone “non suscettibili di riscontro”.

– Una signora romana, Rita Del Biondo, ha raccontato a Pietro Orlandi che una donna molto somigliante a Emanuela era stata vista da suoi amici in Marocco. Donde una richiesta di quattrini da parte di un conoscente della Del Biondo, tale Salih Suferler, di origini turche, per poter andate in Turchia a parlare con suoi amici e rintracciare così Emanuela. Anche in questo caso le indagini hanno trovato solo un pugno di mosche.

– Sempre in Turchia, tale Giorgio Malpetti segnalava per lettera nel 2000 e 2001 la presenza sia della Orlandi che della Gregori. L’unico risultato è stato l’accertamento che Malpetti era anche lui “un soggetto con problemi psichiatrici”. Uno dei tanti comparsi in questa vicenda nel corso dei suoi 32 anni di vita. E uno di loro, Luca Bianchi, “affetto da grave patologia psichiatrica”, servendosi di Facebook ha rifilato una serie di “notizie” a Pietro Orlandi.

– Non manca neppure il comandante pilota dell’Alitalia che ha raccontato al Messaggero di avere visto più volte all’aeroporto parigino Charles de Gaulle una donna che poteva essere la Orlandi. Il comandante ci ha tenuto a specificare che

“quella donna era solita frequentare quella tratta da e per Roma”.

In presenza di una tale marea oceanica composta esclusivamente da chiacchiere, mitomani e visionari di varia estrazione e natura, le cui “piste” sono state tutte verificate dai magistrati con una pazienza più che certosina, non si vede che senso ha l’insistenza di chi grida che le indagini devono continuare, in barba alle stesse leggi italiane. Un manipolo di questi drogati del mistero Orlandi e annessi “scoop” artificiali ha inviato una lettera anche al neo presidente della Repubblica per pretendere che l’inchiesta continui. Ma a carico di chi? Con quale prove? Con quali indizi? Con quali novità?

Troppa gente sente la mancanza delle lapidazioni e dei roghi in piazza e ha un bisogno viscerale, spasmodico, di fare almeno parte di una giuria popolare che emetta sentenze di condanna in base ai “processi” messi in scena ad arte dalla giustizia spettacolo veicolata soprattutto da alcuni programmi televisivi. Il tutto spacciato per sete di verità e giustizia.