Pino Nicotri

Emanuela Orlandi, Francesco Pio Sbrocchi e il revival di un vecchio episodio

Emanuela Orlandi, Francesco Pio Sbrocchi e il revival di un vecchio episodioROMA – Il mistero di Emanuela Orlandi, in mancanza di nuove “rivelazioni” e “supertestimoni”, grazie all’arresto in Puglia di un evaso, Francesco Pio Sbrocchi, registra il revival di un vecchio episodio: quello della tentata truffa tentata nel 1994 da un gruppetto di persone e che vide l’arresto del rappresentante della Caritas di Foggia don Antonio Intiso, e dello stesso Sbrocchi, all’epoca ospite da un anno della Caritas foggiana. Per la bella cifra di 40 miliardi di lire dell’epoca (più o meno 50 milioni di euro di oggi) venne proposta alla Segreteria di Stato del Vaticano l’immancabile “liberazione” della ragazza e la consegna di un fantomatico dossier su asserite attività imbarazzanti d’Oltretevere. Stranamente la trattativa andò avanti per molti mesi, senza che la Segreteria di Stato avvertisse mai le autorità italiane. E solo quando in Vaticano furono ben sicuri che gli interlocutori non avevano in mano nessun dossier pericoloso fece in modo che fossero finalmente arrestati.

Le indagini accertarono che del tentativo di estorsione l’intermediario era Sbrocchi, che si presentava come emissario dell’immancabile “organizzazione internazionale”, rimasta – tanto per cambiare – ignota e senza che se ne appurasse neanche un solo nome. L’”intermediario”, allora 36enne, aveva precedenti penali per truffa, reati contro il patrimonio e millantato credito, ed era uso presentarsi come “segretario particolare” di don Intiso. Ma la trattativa vide il coinvolgimento anche del responsabile della Caritas di Roma, monsignor Di Liegro, che in alcuni incontri si presentò in compagnia di prelati qualificatisi come membri della Segreteria di Stato. Agli interlocutori che chiedevano una prova che la Orlandi fosse viva e in mano alla fantomatica organizzazione Sbrocchi rispondeva promettendo una videocassetta, ma pretendeva un anticipo di 5 miliardi di lire (più o meno 6 milioni di euro di oggi). E, ovviamente per conto dell’”organizzazione internazionale”, minacciava in caso di intoppi nella trattativa di far trovare Emanuela Orlandi cadavere in Piazza San Pietro.

“L’organizzazione internazionale” non si accontentava però dei 40 miliardi di lire, ma pretendeva anche ben “150 posti di lavoro nominativi in Istituti di credito nazionale e il trasferimento di circa 600 impiegati della pubblica amministrazione”: lo ricorda oggi il comunicato della questura di Foggia che annuncia l’arresto di Sbrocchi per un vecchia condanna.

Come si vede, quello del ’94 è lo stesso canovaccio tentato con me per cifre più modeste da un avvocato milanese nel 2012. Il legale mi disse che agiva per conto dell’”ex 007” Luigi Gastrini, che era riuscito a convincere il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, e il giornalista del Corriere della Sera, Fabrizio Peronaci, che “Emanuela è viva ed è chiusa in un manicomio nel centro di Londra” e di essere stato lui, in qualità di “agente dei servizi segreti militari italiani, con il nome in codice “Lupo Solitario”, il “supervisore sul campo del suo rapimento”. Rapimento a dire di Gastrini “eseguito da agenti segreti dei servizi militari italiani e inglesi”. Dalla richiesta di due milioni di euro “per riportare la Orlandi in Italia dal manicomio dove è tenuta prigioniera a Londra”, il tentativo di truffa si ridusse man mano alla richiesta di poche migliaia di euro… Ma non avrei abboccato neppure gratis.

A sua volta l’ex 007 fasullo, condannato a 7 mesi di carcere proprio per essersi spacciato come ex agente dei servizi segreti, è stato un antesignano dell’ultimo, per ora, “rapitore di Emanuela” tra i molti comparsi in questi 30 anni dalla scomparsa della ragazza. Un antesignano cioè del fotografo romano Marco Fassoni Accetti, che come è noto l’anno scorso ha “rivelato” ai magistrati di essere stato lui “l’organizzatore” della sparizione della Orlandi, una messinscena che avrebbe dovuto essere solo temporanea e con la quale a dire di Fassoni Accetti la “rapenda” era d’accordo. Invece che per conto di misteriose “organizzazioni internazionali” che battono pesantemente cassa, Fassoni Accetti afferma che agiva per conto di una non meno misteriosa e fantomatica “fazione vaticana”. Inoltre non chiede quattrini per eventuali liberazioni perché “a partire dal dicembre dell’83 di Emanuela non ho più saputo nulla”. Il 21 dicembre del 1983 Fassoni Accetti venne arrestato e in seguito condannato per avere investito mortalmente con il suo automezzo il 13enne Josè Garramon senza fermarsi a soccorrerlo.

I precedenti giudiziari e le “rivelazioni” di Sbrocchi di suoi contatti con la Nuova Camora Organizzata di Raffaele Cutolo, nonché di un suo coinvolgimento per conto di tale camorra nella trattativa per la liberazione dell’assessore campano Ciro Cirillo, rapito il 27 aprile ’81 dalle Brigate Rosse e rilasciato in cambio di qualche miliardo di lire, possono far sperare agli addict del mistero Orlandi e ai suoi speculatori massmediatici in nuovi fuochi d’artificio e in nuove puntate di programmi televisivi. L’amo al quale fare abboccare il pubblico è bell’e pronto: nel maggio del 2013 Sbrocchi ha “rivelato” che dietro la tentata truffa al Vaticano c’erano “personaggi noti cui si associano nomi di decine di persone che sanno e sapevano, quali l’ex arcivescovo di Napoli, cardinale Michele Giordano”, altro protagonista di una non bela vicenda giudiziaria, tutti nomi che “potevano essere l’ago della bilancia, ma non hanno voluto e si sono portati i segreti con sé”.

La scomparsa di Emanuela Orlandi attira da sempre mitomani, affabulatori e truffatori come il miele attira le mosche. E infatti, caso unico al mondo, fin dall’inizio nell’’83 gli asseriti rapitori man mano succedutisi non hanno mai saputo mostrare neanche una prova di avere la ragazza nelle loro mani. Nella sua requisitoria del 1997 il sostituto procuratore generale di Roma Giovanni Malerba non a caso ha scritto che nel quadro della vicenda, “già estremamente complesso e pressoché indecifrabile, si inseriva una miriade di soggetti che apportavano contributi mai utili e spesso pregiudizievoli per la conduzione delle indagini”. Malerba elenca una moltitudine di “mitomani, visionari, radioestetisti, sensitivi, medium, veggenti, truffatori, sciacalli, detenuti e latitanti in cerca di vantaggi processuali”.

 

 

 

 

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