Emanuela Orlandi, Mons. Viganò, Quarto Grado e il mistero di una telefonata al Papa

di Pino Nicotri
Pubblicato il 16 Novembre 2019 13:16 | Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2019 13:16
Emanuela Orlandi, Mons. Viganò, Quarto Grado e il mistero di una telefonata al Papa

Pietro Orlandi, alle sue spalle i manifesti della sorella scomparsa

Nel mistero che da 36 anni avvolge la scomparsa di Emanuela Orlandi, anche il programma televisivo Quarto Grado nella puntata di venerdì 15 novembre, ha insistito sulla storia della telefonata dei “rapitori” di Emanuela Orlandi arrivata la sera stessa della sua scomparsa, tenuta nascosta per oltre 36 anni e finalmente “rivelata” da monsignor Viganò in una recentissima intervista ad Aldo Maria Valli.

Ospiti di Quarto Grado ovviamente Pietro Orlandi e il suo avvocato Laura Sgro. Dopo la delusione per la storia delle ossa umane alla Nunziatura Apostolica di via Po e peggio ancora con la storia di Emanuela sepolta nel cimitero teutonico del Vaticano la nuova storia della telefonata provvidenzialmente regalata da Viganò può essere uno spunto interessante.

Trattato invece con fastidio e in modo molto sbrigativo il giornalista Tommaso Nelli, l’unico che oltre a Blitz ha scritto che Viganò, ad essere benevoli, non ricorda bene.

Ma di questa storia della telefonata tirata fuori dal cilindro da Viganò dopo appena 36 anni e mezzo è interessante notare che ne parlava già il 2 giugno dell’anno scorso Andrea Purgatori nella sua rubrica sull’Huffington Post:

“La stessa sera della scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983 intorno alle 20,30 (nemmeno due ore dopo che è stata vista uscire dalla scuola di musica a Sant’Apollinare, dietro Piazza Navona), uno sconosciuto chiama il Vaticano e chiede di parlare urgentemente con il segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli. Ha qualcosa di importante da comunicare, dice. Ma Casaroli è in Polonia con Giovanni Paolo II, per una visita ufficiale. E le suore di turno al centralino non danno gran peso alla telefonata: ogni giorno c’è qualcuno che vuole parlare con il Papa o qualche alto prelato, insomma è pieno di spostati. Dunque, girano la chiamata alla Sala Stampa, ancora aperta. Ma a chi gli risponde, l’anonimo interlocutore consegna un messaggio tutt’altro che vago: Emanuela è stata rapita”.

Come sappiamo e abbiamo già scritto, la sala stampa, che da qualche anno chiude alle 15, a quell’epoca chiudeva prima, alle 14. Un altro motivo per il quale il racconto non sta in piedi. E’ inoltre impensabile che la telefonata di una persona che chiede di parlare con la Segretaria di Stato, cioè col ministero degli Esteri del Vaticano, venga dirottata all’ufficio stampa. E’ impensabile per due motivi. Il primo è che una Segreteria, come dice la parola stesa, tratta cose riservate, mentre invece un ufficio stampa tratta cose da divulgare alla stampa. Il secondo motivo è che l’ufficio stampa in questione NON è l’ufficio stampa della Segreteria di Stato, che per prudenza e riservatezza non ne ha mai avuto uno, bensì l’ufficio stampa dell’intero Vaticano. E’ un po’ come dire che se si telefona al ministero degli Esteri italiano si venga dirottati all’ufficio stampa (chiuso da ben sei ore) di Palazzo Chigi o del Quirinale.

Purgatori scrive anche che al Papa:

“La notizia [del rapimento di Emanuela, ndr] gliela danno sull’aereo che lo sta portando a Roma insieme al cardinale Casaroli e al sostituto alla Segreteria di Stato, arcivescovo Eduardo Martinez Somalo. E qualcuno decide subito di far calare il silenzio su quella telefonata di cui non si è mai saputo nulla per 35 lunghissimi anni, fino ad oggi”.

A parte il fatto che se, come dice Viganò, la notizia è stata data subito ai genitori di Emanuela, allora non è vero che si è deciso di “far calare il silenzio”,  questa storia della notizia data a Wojtyla in aereo è già stata ampiamente usata dall’ex magistrato Ferdinando Imposimato, poi diventato avvocato e legale della signora Maria Pezzano madre di Emanuela. L’ha usata nei suoi libri e nelle sue sue interviste aggiungendo che era “motivo di grande preoccupazione del Papa e del suo seguito a bordo dell’aereo”.

Peccato che il polacco Jacek Palkiewicz, a quell’epoca abitante in Italia, amico mio e di Wojtyla, del quale durante quel viaggio in Polonia in caso di bisogno ha fatto anche da interprete con gli italiani al seguito, era pure lui su quell’aereo e abbia già da anni chiarito – come ho scritto nei miei libri – che il motivo di quella grande preoccupazione era “il timore che le autorità polacche non dessero il permesso di decollo o la tirassero comunque molto per le lunghe”. Jacek ha anche chiarito che riguardo Emanuela non era arrivata né al Papa né ad altri nell’aereo assolutamente nessuna notizia, di nessun tipo.

Facciamo finta che davvero la sala stampa fosse miracolosamente aperta. Visto lo scompiglio a detta di Viganò provocato dalla “notizia del rapimento” è impensabile che a Wojtyla tale notizia non sia stata data già a Zakopane, dove il 22 giugno sera il Papa si trovava con l’intero seguito, compreso Viganò, e che abbiano invece aspettato con tutto comodo di dargliela quasi 24 ore dopo, a imbarco già avvenuto. Bisogna quindi concludere che la notizia è arrivata da terra direttamente in aereo mentre era già in volo. Ma come potrebbe esserci arrivata? Vediamo un po’. 

E’ IMPOSSIBILE che “sull’aereo che lo sta portando a Roma” siano arrivate telefonate di un qualche tipo. Non solo perché non esistevano i telefonini – che comunque in volo non hanno linea, o campo che dir si voglia – ma soprattutto perché l’aereo su cui viaggiano i Papi NON è un aereo di proprietà vaticana e NON viene tenuto in contatto con ua torre di controllo vaticana. Si tratta invece di velivoli dell’Alitalia, che dal 1964, in occasione del viaggio in Terra Santa di Paolo VI, è la compagnia di riferimento del Vaticano per i viaggi apostolici all’estero, che già l’anno scorso, in occasione di quello per Vilnius,  avevano superato quota 170.  Velivoli che NON si tengono in contatto radio con una inesistente torre di controllo vaticana, bensì con le torri di controllo dei Paesi sorvolati e con quelle di partenza prima e di destinazione poi. La “telefonata” a Wojtyla avrebbe potuto essere semmai solo un messaggio radio fatto arrivare alla cabina di pilotaggio, messaggio radio che poteva quindi giungere solo da una torre di controllo, magari quella di Fiumicino dove l’aereo era diretto.

Anche a voler ipotizzare che si sia tratto di un messaggio radio ci sono due problemi insormontabili, riguardanti come sarebbe stato comunicato a Wojtyla. Il messaggio infatti non potrebbe che essere arrivato ai piloti, e da questi comunicato al Papa. Ma comunicato come? Solo ed esclusivamente o dicendoglielo tramite Palkiewicz, che se ce n’era bisogno fungeva da interprete, o chiamandolo in cabina. Ma Palkiewicz nega che gli sia stato detto dal personale di bordo che c’era un messaggio per il Papa. E dell’intero seguito papale non solo Palkiewicz nega che Wojtyla sia stato chiamato in cabina. Quindi…

Ma non è finita. Infatti, chi mai avrebbe potuto dare la “notizia” al personale della torre di controllo perché la trasmettesse al Papa? Nessuno, ovviamente, anche perché la trafila è piuttosto lunga, non è che si può telefonare a una torre di controllo e chiedere che inviino un messaggio al Papa come si telefona in pizzeria per prenotare un tavolo o ordinare una pizza. E anche nell’ipotesi fantascientifica che una torre di controllo avesse davvero potuto ricevere e trasmettere la “notizia” del rapimento della Orlandi la stampa lo avrebbe saputo se non il giorno dopo almeno in uno degli oltre 10 mila giorni di questi 36 anni e passa.

Oltre agli operatori della torre di controllo la notizia, decisamente importante, sarebbe stata inevitabilmente conosciuta dai piloti, che ovviamente l’avrebbero fatta avere – direttamente o indirettamente – alla stampa, dato anche il can can planetario che s’è scatenato dopo il primo appello di Wojtyla la prima domenica di luglio. L’unico modo col quale si sarebbe potuto comunicare la notizia al Papa senza che la sentissero i piloti consisteva inevitabilmente nel dire loro da parte della torre di controllo “passateci il Papa perché dobbiamo dargli una notizia”, nel chiamare poi il Papa in cabina dei piloti e passargli la cuffia – e il microfono – perché la ascoltasse solo lui con le sue orecchie. Ma, a parte il fatto che ovviamente non sarebbe rimasto muto, solo ad ascoltare, si tratta di una procedura e trafila irreali, adatte forse per un film di fantascienza. Fermo restando che l’anomalia del Papa chiamato in cabina, e uscitone certo non di buon’umore, sarebbe stata notata anche da un cieco. Senza contare che nell’intero seguito di ciechi non ce n’era neppure uno… Abbondavano invece, ovviamente, gli occhi – e le orecchie – bene aperti.

Sull’inesistenza dei telefonini in Italia prima del ’90 è cascato anche il supertestimone fasullo e falso “ex 007 col nome in codice Lupo Solitario”, all’anagrafe Luigi Gastrini, quando nell’estate 2011 per la modica cifra di tre milioni di euro mi ha proposto di “andare a Londra a prendere Emanuela e portarla in Italia”. Più, a mo’ di pacco dono, un suo memoriale sulla prigionia di Moro….

A scoprire che il famoso testamento di Costantino, col quale la Chiesa si era intestata Roma, l’Italia, la parte occidentale dell’impero romano e le maggiori diocesi del nord Africa, era un falso è stato Lorenzo Valla, vissuto nel XV secolo. A fargli capire che il documento non poteva essere autentico ha contributo il fatto che vi figuravano parole e termini che all’epoca di Costantino, vissuto nel IV secolo, non esistevano ancora. E’ come se nel testamento di un nostro nonno morto nell’800 ci fosse scritto che lascia in eredità un televisore o un’automobile o un telefonino…. o qualcos’altro che nell’800 non solo non esisteva, ma era anche impossibile che potessero anche solo immaginarselo.

Anche in Vaticano il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Dovrebbero saperlo bene i vari Viganò.  E chi crede in modo non disinteressato alle loro “rivelazioni”… Con pazienza, ricerche e controlli il contenuto delle pentole si può vedere.