Emanuela Orlandi, odio in rete su Pignatone. Facebook passivo, perché

di Pino Nicotri
Pubblicato il 7 Ottobre 2019 9:48 | Ultimo aggiornamento: 7 Ottobre 2019 9:48
Emanuela Orlandi, odio in rete su Giuseppe Pignatone. Facebook passivo, perché

Emanuela Orlandi, tutti i protagonisti della vicenda in una foto d’archivio Ansa

ROMA – Passo falso o gaffe di Papa Francesco? Sta di fatto che i sostenitori della responsabilità del Vaticano nel mistero Orlandi, cioè nella scomparsa di Emanuela Orlandi, hanno rialzato la cresta e si sono scatenati ancora di più, da Facebook fino alla televisione. 

Dopo la nomina dell’ex procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone a presidente del tribunale vaticano, piovono non solo nei social accuse e calunnie ancor più pesanti del solito: tanto violente ed esplicite su Facebook da rendere molto strana, se non sospetta, l’inerzia dei controlli.

Sempre pronta a censurare, rimuovere, oscurare e sospendere per molto meno in altri argomenti e in altre occasioni, Facebook non ha mai mosso un dito sulla marea di diffamazioni che corrono da anni contro la Procura della Repubblica di Roma e personaggi del Vaticano, compresi gli ultimi tre Papi.

Pignatone nel 2012 in qualità di procuratore della Repubblica di Roma ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta sul mistero Orlandi nata dalla bufala rifilata nel settembre 2005 a “Chi l’ha visto?”, programma televisivo di Raitre, con la famosa telefonata anonima che indicava nella tomba dell’asserito boss malavitoso Enrico De Pedis la risoluzione del mistero. 

“Boss” in realtà sempre assolto in tutti i processi, e con la faccenda della tomba già esaminata ben sette anni prima dalla magistratura che non ci aveva trovato nulla di illegale. Quando la magistratura ha assodato che si trattava solo di una bufala, l’inchiesta giudiziaria è stata rilanciata dalle “rivelazioni” auto accusatorie del fotografo romano Marco Fassoni Accetti, arrivate come il cacio sui maccheroni a rianimare un’inchiesta di fatto moribonda, tenuta in vita con inutile accanimento terapeutico. 

In soldoni, Accetti ha “confessato” ai magistrati che Emanuela e la sua famiglia erano consenzienti per un finto rapimento di breve durata, che lui ha compiuto su incarico di una “fazione vaticana” per screditare “la fazione opposta”. Cosa sia successo dopo lui però non lo sa. Il tutto senza mai fare il nome di neppure un membro di queste fantomatiche fazioni. 

La richiesta di archiviazione fatta da Pignatone provocò polemiche furiose da parte degli ossessionati amanti del “gomblotto”, convintissimi che Emanuela sia stata vittima di qualcuno tra gli alti gradi vaticani. 

E a gettare benzina sul fuoco è stato il rifiuto del sostituto procuratore Giancarlo Capaldo, che aveva condotto l’inchiesta assieme alla collega Simona Maisto, di sottoscrivere la richiesta del capo della Procura. Polemiche dilagate su Facebook e dintorni con una marea di accuse terribili, la più gentile delle quali diceva che Pignatone era succube o al soldo del Vaticano.

Linea passata, pur se con toni più prudenti e meno da querela, anche in alcune puntate di programmi televisivi e avvalorata di fatto da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. 

Pietro è inoltre inviperito perché sostiene che Papa Francesco gli ha rivelato che “Emanuela è in cielo”, aggiungendo “preghiamo per lei”, mentre in realtà gli ha solo detto “Se Emanuela è in cielo, preghiamo per lei”, come del resto lo stesso Pietro ha sostenuto per varie settimane prima di ripensarci e far sparire quel “SE”.

Insomma, da un parte il Papa che parla di Emanuela “in cielo”, anche se con il “se”, e dall’altra il magistrato che ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta che almeno in teoria doveva appurare se quel “se” fosse fondato o no e le responsabilità comunque connesse. 

Così stando le cose, chi storce il naso per la recentissima nomina vaticana di Pignatone decisa da Papa Francesco non ha tutti i torti: qualche motivo di inopportunità si direbbe proprio che c’è ed è anche evidente.

“E perché mai?”, mi chiede la mia fonte vaticana.

Beh, la faccenda dell’archiviazione dell’inchiesta sul mistero Orlandi c’è, mica se la sono inventata.

“Certo, però i soliti diffamatori si sono dimenticati che l’archiviazione è stata confermata a tutti i livelli, fino a quello della Cassazione. Tutti magistrati venduti? E in blocco? Inoltre da ormai ben 15 anni di fila i soliti noti si sono inventati contro il Vaticano ben altro. Una diffamazione in più, cosa vuole che sia…”.

Sì, ma…

“Ma mi lasci finire. Lei sa bene che in Vaticano attorno allo IOR ci sono da molto tempo manovre varie, tanto da renderlo anche una banca purtroppo chiacchierata. Il pontefice ha dato via libera alla recente inchiesta giudiziaria che vede indagate cinque persone, un sacerdote e quattro laici, per una non ben motivata domanda di notevole finanziamento a favore di una società estera. 

Il dottor Pignatone si è già occupato dello IOR quando era in servizio a Roma, quindi la materia non gli è del tutto estranea. Inoltre ha un curriculum di tutto rispetto, non dimentichiamo che in Calabria ha tenuto duro contro la ndrangheta, insomma  non è certo il tipo che si lascia condizionare. Inoltre è in pensione, quindi non ha da temere danni alla carriera se pesta qualche piede eccellente”.

E’ vero che a segnalare al Papa la richiesta di finanziamento di 150 milioni di euro per una società londinese è stato il direttore dello IOR Gianfranco Mammì, che il pontefice conosce bene fin dai tempi di Buenos Aires?

“Lasciamo stare. Piuttosto, dica ai suoi colleghi che gridare “Pignatone apri i cassetti e tira fuori la verità su Emanuela Orlandi” è alquanto diciamo grottesco. Ma potrei  usare termini molto più duri. E appropriati. Anche perché chi lancia di queste esortazioni ha collezionato finora solo scoop fasulli. Sono certi suoi colleghi a dover aprire i loro cassetti e rendersi conto di quanta inutile carta straccia e bufale vi hanno accumulato”.