Fassoni Accetti: tre errori nella sentenza di condanna per la morte di Garramòn

di Pino Nicotri
Pubblicato il 11 Marzo 2014 16:28 | Ultimo aggiornamento: 13 Marzo 2014 11:13

ROMA – Anche se questa volta si tratta di una ciocca di capelli, la conclusione del confronto tra il loro Dna, quello degli Orlandi e dei Gregori ricalca un po’ la conclusione relativa alla perizia sul “flauto di Emanuela”. Le 33 pagine dell’”indagine di genetica forense” firmate dal professor Emiliano Giardina dell’Università di Tor Vergata, si concludono infatti come queste poche righe:

“ANALISI CRITICA DEI RISULTATI

I risultati di questa consulenza tecnica sono inconclusivi. In particolare si è evidenziata una insufficiente riproducibilità del dato analitico che non consente di valutare i risultati ottenuti. Per la personale esperienza di questo Consulente Tecnico tale situazione non consente di discriminare il genuino dato di sequenza dei capelli da quelli eventualmente derivanti da materiale esogeno, contaminazione da manipolazione nel corso del tempo, effetti di trattamenti cosmetici che alterano chimicamente la struttura delle formazioni. I trattamenti chimici normalmente impiegati a fini cosmetici possono facilmente alterare la struttura della cuticola. E’ infatti noto che le tinture possono facilmente penetrare negli interstizi tra le cellule della cuticola e/o essere assorbite direttamente dalle cellule stesse. In particolare il perossido , largamente utilizzato nelle tinture, distrugge direttamente il DNA rompendo i legami fosfodiesterici. Il necessario processo di lavaggio inoltre può comportare ingente perdita di DNA. Ulteriori fattori quali età del prelievo e condizioni di conservazione risultano critici per l’analisi del DNA da formazioni pilifere”.

Come si vede, anche questa volta chi vuole a tutti i costi proseguire la sceneggiata del mistero Orlandi, con annesso mistero Gregori, può dire una cosa e il suo contrario. Esattamente come chi non trovando nessuna traccia delle due ragazze sulla Torre di Pisa, sul ponte di Brooklyn o sulla Grande Muraglia cinese volesse sostenere che una tale mancanza di tracce non esclude che possano entrambe essere state in quei luoghi. La mancanza di tracce è infatti, per gli affabulatori, “compatibile” con una loro passata presenza lei cui tracce purtroppo – destino cinico e baro! – si sono deteriorate fino a perdersi…

In fatto di documenti giudiziari è invece decisamente più interessante rilevare tre grossolani errori nelle 41 pagine della sentenza di condanna di Marco Fassoni Accetti, emessa dalla Terza Corte d’Assise di Roma il 30 maggio 1986. Come è noto, la condanna è dovuta all’avere mortalmente investito il 13enne Josè Garramon, il 20 dicembre 1983 dalle parti della pineta di Ostia, mentre guidava un furgone Ford Transit tra le 19,30 e le 20.

Come abbiamo già scritto, il violento impatto contro il corpo del ragazzo danneggiò il furgone al punto che il suo autista dopo un po’ fu costretto a fermarsi. E a nascondere il furgone nella vegetazione per evitare che glielo potessero rubare prima che lui tornasse da Roma in auto con una sua amica per recuperarlo. E – sempre come abbiamo già scritto – Fassoni Accetti a recuperare il Ford Transit ci tornò guidando la Fiat 127 di suo padre, Aldo Accetti, e accompagnato dalla sua amica Patrizia D. B.. Nel frattempo però un autista d’autobus aveva scorto Josè agonizzante sul bordo della strada e dato l’allarme. Portato in autoambulanza all’ospedale S. Agostino di Ostia Lido, Josè vi giungeva ormai cadavere. Ed è così che, su segnalazione dell’ospedale, i carabinieri di Ostia si mettono alla ricerca dell’investitore.

I carabinieri che lo fermarono al volante dell’auto con a bordo la sua amica, e che in caserma lo dichiararono in arresto, fermarono Fassoni Accetti a bordo della Fiat 127 di suo padre, Aldo, utilizzata durante il pomeriggio dalla sorella di Marco. Nella sentenza invece c’è erroneamente scritto che la 127 era di Patrizia, che la guidava lei e che nel pomeriggio a usarla era stata sua sorella anziché quella di Marco. Questo triplo errore ha probabilmente influito sulle convinzioni della madre di Josè, signora Maria Laura Bulanti Garramon, che Patrizia fosse in realtà complice di Fassoni Accetti e quindi colpevole anche lei.

E’ interessante notare che la sentenza non cita in nessuna delle 41 pagine né il giudice Severino Santiapichi né la presenza della sua abitazione vicino dove i due furono fermati mentre cercavano il furgone. Esattamente come il primo rapporto dei carabinieri, la sentenza cita come motivo dei sospetti per il controllo dei documenti dei due nella 127 la presenza a pochi metri di distanza di una scuola, possibile obiettivo di un’azione da estremisti di sinistra quali i due erano considerati allora. Non trova così nessun riscontro quanto più volte affermato da Fassoni Accetti nelle sue “rivelazioni”, e cioè che a bloccarlo sulla 127 fu la scorta di Santiapichi preoccupata per la vicinanza della casa del magistrato e che lui col furgone stava conducendo, assieme a una misteriosa “bionda straniera”, una “operazione” proprio contro il giudice.

A guardare le foto del furgone Ford scattate dai carabinieri e dalla polizia non appena lo ebbero trovato si capisce come sia improbabile che Josè sia stato investito di proposito: un’ammaccatura come quella che si vede sulla calandra frontale può essere provocata solo da un impatto a velocità sostenuta, impossibile anche per un campione della corsa. E se il furgone fosse stato lanciato a forte velocità per raggiungere Josè fuggito già da qualche minuto a eventuali attenzioni eccessive di Fassoni Accetti è più ragionevole pensare che il ragazzino in fuga non sarebbe rimasto sull’asfalto: per non farsi investire, sarebbe bastato spostarsi oltre il ciglio della strada, talmente costeggiata da alberi da rendere impossibile che il furgone la oltrepassasse. E una fuga per i campi avrebbe reso impossibile qualunque inseguimento.

La presenza del vistoso portapacchi sul tettuccio del furgone indica invece che è impossibile che il corpo di Josè gli sia scivolato sopra per poi cadere alle spalle del Ford. E infatti le perizie hanno appurato che il corpo è scivolato di lato. Dopo essere stato investito non di spalle, come se stesse fuggendo, ma un po’ di lato, come se stesse scappando sì, ma dalla zona a destra della strada attraversandola di corsa.

Guardando le foto è inevitabile porsi la domanda che ancora oggi si pone sulla pagina Facebook “Giustizia per Josè Garramon” la mamma del bambino ucciso: perché tutti quei giornali stesi sul pavimento della parte posteriore del furgone? L’impressione è che possa trattarsi di un giaciglio di fortuna. Un giaciglio dal quale Josè era fuggito mettendosi a correre sulla strada? La sentenza di condanna di Fassoni Accetti non contempla tale ipotesi. E le sentenze vanno rispettate. Il disagio però resta. Anche perché nelle cronache italiane recenti non mancano i casi di indagini fatte in modo troppo negligente. L’esempio forse più clamoroso è quello dell’uccisione , il 10 luglio 1991, della signora Alberica Filo Della Torre: si è scoperto solo dopo una ventina d’anni che giaceva negli archivi della polizia l’intercettazione che avrebbe inchiodato l’assassino nel giro di pochi giorni dal delitto.

Come che sia, i giornali dell’epoca hanno scritto che per trovare il furgone c’è voluto l’impiego di un elicottero dei carabinieri, che lo ha finalmente avvistato dall’alto alle 8 del mattino del giorno 21. I giornali pubblicano anche la foto segnaletica di Fassoni Accetti, dalla quale risulta che aveva barba e baffi. Si tratta di un particolare non irrilevante per far crollare l’accusa che le ammiratrici di Fassoni Accetti hanno lanciato nei giorni scorsi contro la signora Garramon. La donna infatti ha dichiarato di recente che a casa sua qualche giorno prima di quel dannato 20 dicembre si presentò un uomo vestito da prete, che con una scusa cercava di Josè. Da quando è diventato famoso per avere portato “il flauto di Emanuela” alla redazione del programma televisivo di Raitre “Chi l’ha visto?” lo scorso 3 aprile, in tutte le foto e riprese televisive Fassoni Accetti compare privo di barba, anzi ben rasato. Solo giorni dopo l’exploit televisivo è stata pubblicata una foto che lo ritrae con la barba e vestito da prete mentre partecipa a una manifestazione del partito radicale o recita in quello che si chiama teatro di strada.

Le ammiratrici di Fassoni Accetti, Dany Astro, Sara P. ed Elisa S., tre donne che chissà perché pubblicano a loro nome anche su Blitz commenti e comunicati scritti da lui, sostengono di avere studiato a fondo tutti gli atti giudiziari sia del caso Orlandi che del caso Garramon, ma il non essersi accorte di nessuno dei tre grossolani errori della sentenza dimostra che gli atti non li conoscono. E che quindi è vero che scrivono sotto dettatura. Poiché non sono tutte e tre della stessa città è piuttosto arduo che abbiano fatto varie copie della notevole mole degli atti giudiziari di entrambi i casi. Le tre donne affermano inoltre che la signora Garramon parla di un prete con la barba in visita a casa sua solo dopo avere visto sui giornali la foto di Fassoni Accetti guarda caso proprio in abito talare e con la barba. I giornali dell’epoca mostrano invece fin dal 22 dicembre ’83 che Fassoni Accetti aveva davvero la barba. E che un prete con la barba si fosse presentato a casa sua con motivazioni per nulla convincenti la signora Garramon lo ha confidato in Uruguay, dove è tornata da molti anni, a un prete vero già alcuni anni fa. È quindi da escludere che la mamma di Josè questo particolare se lo sia inventato sulla base della pubblicazione l’anno scorso della foto in abito talare e con barba dell’investitore di suo figlio.

Per evitare lungaggini, quando furono fermati dai carabinieri alle 4 del mattino Fassoni Accetti chiese alla sua amica di limitarsi a dire che erano una coppietta che s’era attardata e persa nella pineta. Pressata però da domande per lei prive di senso da un magistrato – Domenico Sica – arrivato apposta da Roma perché la vicinanza dell’abitazione di Santiapichi, all’epoca impegnato in processi di grande importanza anche politica, faceva sospettare intenti terroristici, a un certo punto Patrizia D. B. ha espresso con disappunto tutta la sua meraviglia: “Tanto casino per un furgone infortunato!”. E’ stato così che i carabinieri hanno potuto appurare chi aveva investito a morte Josè Garramon. E Fassoni Accetti, anziché recuperare il furgone e sparire senza poter essere collegato alla morte di Josè, sparire quindi senza conseguenze di nessun tipo, è stato arrestato, processato e condannato a due anni di detenzione. Da allora ritiene Patrizia D. B. responsabile della sua disavventura giudiziaria e questa responsabile degli insuccessi nella vita. Ecco perché la donna teme eventuali desideri di vendetta.