Napolitano né Nixon né Clinton ma il giudizio non conosce privacy

di Pino Nicotri
Pubblicato il 20 Ottobre 2013 7:31 | Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre 2013 0:41
Napolitano né Nixon né Clinton ma il giudizio non conosce privacy

Giorgio Napolitano

Questa storia delle mille cautele per interrogare – o non interrogare? – il capo dello Stato Giorgio Napolitano come testimone sulla presunta trattativa tra Stato e mafia per porre fine alle stragi del 1992 ha assunto toni tutto sommato esagerati, se non grotteschi.

Dopo lunghe attese e polemiche i magistrati siciliani della Corte d’Assise di Palermo hanno infatti deciso che Napolitano sarà ascoltato solo limitatamente alla lettera che gli ha inviato il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, nel frattempo defunto.

Nessuna domanda quindi sui discorsi tra Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino intercettati nel corso dell’inchiesta coordinata dal magistrato un po’ naif Antonio Ingroia, le cui grandi ambizioni politiche sono durate meno dell’éspace d’un matin.

Per sottrarsi all’interrogatorio, Napolitano, come è noto, ha sollevato davanti alla Corte Costituzionale il conflitto di attribuzione, sollecitando di fatto la non divulgazione e la distruzione delle telefonate tra lui e Mancino. Gli argomenti addotti dai suoi sostenitori spaziavano dalla violazione della privacy al grave danno all’Italia sicuramente procurato dalla divulgazione di telefonate presidenziali, il cui contenuto sarebbe stato in ogni caso delicatissimo perché avrebbero potuto contenere considerazioni negative su politici, magistrati e magari capi di Stato esteri.

Strano, ma erano le stesse motivazioni che i sostenitori di Napolitavano deridevano quando venivano a farle erano gli avvocati di Silvio Berlusconi primo ministro a proposito delle sue intercettazioni telefoniche avvenute nel corso delle inchieste giudiziarie a suo carico.

Come che sia, la Corte Costituzionale ha dato ragione a Napolitano e ora ci sono anche i paletti fissati dalla Corte d’Appello di Palermo.   Lo abbiamo già detto a suo tempo e lo ripetiamo oggi: negli Stati Uniti, che citiamo sempre come campioni di democrazia e correttezza istituzionale, il presidente Richard Nixon venne costretto a consegnare agli inquirenti chili e chili di registrazioni delle sue conversazioni alla Casa Bianca in quello che è passato alla storia come lo scandalo del Watergate: le conversazioni cioè con i ceffi che utilizzò per far scassinare gli uffici elettorali degli avversari.

Non solo fu costretto a consegnare chilate di nastri registrati, ma a causa del loro contenuto dovette dimettersi da titolare della Casa Bianca. Altro che privacy! Prima di tutto l’interesse degli Stati Uniti e degli statunitensi.

Un altro inquilino della Casa Bianca, Bill Clinton, ha dovuto addirittura denudarsi e mostrare il suo “coso” a un ufficiale medico incaricato dagli inquirenti di verificare se lo aveva davvero come era stato descritto da una sua “ex” nel corso del Monicagate.

Nel corso cioè del famoso scandalo nato dalle accuse sessuali dell’ex stagista della Casa Bianca, la giovanissima Monica Lewinsky.   I presidenti Usa hanno responsabilità ben più grandi dei nostri presidenti, responsabilità che comprendono guerre in corso da qualche parte del mondo e il dover eventualmente decidere l’uso di bombe atomiche. Infatti deve sempre portarsi appresso un ufficiale con la “valigetta dell’Apocalisse”, quella cioè con la quale può essere ordinato il lancio di bombe atomiche.

Eppure di fronte alla giustizia la loro privacy ha sempre ceduto il passo. In Italia invece…