Isis e dintorni di un mostro creato dall’Occidente

di Pino Nicotri
Pubblicato il 22 luglio 2015 7:24 | Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2015 10:50
Isis e dintorni: fenomenologia di un mostro creato dall'Occidente

Isis e dintorni: fenomenologia di un mostro creato dall’Occidente (Foto Ansa)

ROMA – “L’Isis non è un fenomeno nuovo. Lo può essere sotto il profilo della sua definizione, ossia del nome. Ma non delle vicende che lo hanno riguardato da circa il 2011 a oggi.  L’Isis è il divenire del dopo Saddam Hussein”.

A puntare il dito contro l’invasione dell’Iraq decisa dal presidente Usa George Bush figlio, sulla base della gigantesca bugia che  “Saddam produce armi di distruzione di massa anche atomiche”, è il generale Nicolò Pollari, ex direttore dei nostri servizi segreti militari SISMI, che oggi si chiamano AISE. Il generale considera chiaramente quell’invasione come la “madre di tutte le disgrazie” targate in particolare ISIS del cosiddetto califfo Abu Bakr al Baghdadi. Compresi i massacri avvenuti in Francia e in Tunisia, la cui mattanza di turisti europei a Sousse ha finito per far coniare il termine di “11 settembre del Mediterraneo”, con chiaro riferimento all’11 settembre 2001 quando a New York dei kamikaze arabi shockarono il mondo intero facendo crollare le Twin Towers con due aerei di linea appositamente sequestrati in volo per portarli a schiantarsi contro i due grattacieli. Bilancio di quello spaventoso attentato: circa 3.000 vittime.

Intervistato poco meno di un mese fa dal giornalista Gianni Cipriani per il giornale online globalist.it ha spiegato che

 “L’Isis è il divenire del dopo Saddam Hussein, che si è materializzato anche attraverso l’aggregazione e la saldatura di ambiti fondamentalisti che in passato si ispiravano ad altre galassie terroristiche, a partire da Al Qaeda. Si pensi alle espressioni del mondo salafita”.

Pollari prosegue dicendo che

 “Tanto per fare un esempio, in Libano si è registrata concretamente la convergenza e l’aggregazione di gruppi ed esponenti di rilievo nell’Isis. Un caso per tutti: Ahmad Miqati, notissimo alle cronache, dopo aver beneficiato qualche anno fa di un’amnistia è confluito con il suo gruppo nell’Isis. Non in al Nusra o qualche altro soggetto della galassia qaedista. Miqati è stato catturato dalle forze di sicurezza libanesi poco tempo fa dopo un conflitto a fuoco. In quel momento si stava prodigando per creare una sorta di mini-califfato in un’area a cavallo tra Siria e Libano”.

E per quanto riguarda la responsabilità di George Bush figlio, di recente suo fratello Jeb, che intende candidarsi nelle file repubblicane alle elezioni del prossimo anno per la Casa Bianca, mentre nel corso dell’inizio della sua campagna elettorale sosteneva con una ventenne, Ivy Zedrich, che L’ISIS (detta che IS dalle iniziali di Islamic State)

 “è la conseguenza della nostra assenza in Medio Oriente”

è rimasto di sale e privo di argomenti quando la ragazza lo ha messo a tacere con queste parole:

 “Non faccia il pedante con me. Perché dice che l’IS è il risultato della nostra assenza in Medio Oriente quando in realtà è colpa di tutte le guerre inutili che abbiamo fatto là giù, inviando a morire giovani americani in nome dell’ “eccezionalismo americano”? È colpa della politica fallimentare di suo fratello se siamo a questo punto!”.

Forse neppure Jeb Bush è in realtà entusiasta dell’invasione dell’Iraq decisa da suo fratello ingannando il mondo intero con la bufala “atomica”. Jeb infatti ha deciso di  togliere il cognome dal logo scelto per la campagna elettorale.

George Bush figlio ha anche secretato nel 2002 le 28 pagine del rapporto di una commissione del Congresso Usa che riportavano i finanziamenti dell’Arabia Saudita sospettati di essere stati erogati al terrorismo islamista compreso quello responsabile proprio dell’abbattimento delle Twin Tower e annessi 3.000 morti. Il 7 gennaio scorso, mentre a Parigi i giornalisti di Charlie Hebdo venivano massacrati dai terroristi islamisti, l’ex senatore democratico Bob Graham insieme a due deputati e alla co-presidente dell’Associazione delle Famiglie e dei Sopravvissuti dell’11 Settembre, la signora Terry Strada, ha tenuto una conferenza stampa per sollecitare la pubblicazione di quelle 28 pagine, tuttora top secret.

Ma che Bin Laden e i suoi talebani diventati poi Al Qaeda siano una creatura finanziata dall’Arabia Saudita assieme agli Usa, che li hanno anche rimpinzati di armi, lo ha ammesso esplicitamente Hilary Clinton, moglie dell’ex presidente Usa Bill Clinton e molto probabile candidata democratica alle prossime elezioni presidenziali Usa. In pratica, la Clinton ha ammesso pubblicamente quanto viene meglio specificato e ricordato dal sito vietatoparlare.it, e cioè che

“Nella campagna antisovietica in Afghanistan, finanziata da USA e Arabia Saudita, tra i vari capi talebani veniva designato Osama Bin Laden quale leader principale di riferimento per i servizi segreti sauditi. Ai mujaheddin già sotto il suo comando si univano dai 22mila ai 30mila combattenti stranieri. Nel 1989 Bin Laden costituiva degli uffici di reclutamento in 35 Paesi per la creazione di Al-Qaeda, solo negli USA vi erano uffici in 30 città. Gestiva campi di addestramento, sempre con la complicità dei servizi americani e sauditi, in Afghanistan, nelle Filippine, in Sudan e in Somalia”.

Giova ricordare che tra i pochi a opporsi all’invasione dell’Iraq, fortemente voluta anche da Israele, è stato papa Wojtyla, la cui opposizione alla nuova guerra permise un largo sviluppo del movimento pacifista con la bandiera arcobaleno. Bandiera il cui uso venne criticato come pericolo di idolatria dallo stesso rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni con un articolo ricco di riferimenti biblici del 28 aprile 2003 sulla prima pagina del quotidiano La Stampa. Eppure lo stesso Di Segni non ebbe nulla da obiettare quando gli israeliani nel maggio 2004 hanno lanciato l’operazione militare chiamata proprio “Arcobaleno” contro la città palestinese di Rafah (uccidendo almeno 68 palestinesi, molti dei quali ragazzi sotto i 14 anni).

Che l’Arabia Saudita dopo avere finanziato Bin Laden, i suoi talebani e la sua Al Qaeda, finanzi oggi l’ISIS assieme ai petrodollari di alcune monarchie del Golfo non è un segreto per nessuno. Eppure non solo gli Usa non fanno nulla per costringere i sauditi a cambiare registro, ma di recente all’Onu il direttore del ministero degli Esteri di Israele, Dori Gold, si è incontrato con il rappresentante dell’Arabia Saudita per migliorare ulteriormente i già buoni rapporti tra i due Paesi contro il comune nemico Iran. E anche la Turchia è sospettata di strizzare l’occhio all’ISIS in funzione anti Iran.

Insomma, non ha tutti i torti l’intellettuale cattolico Franco Cardini quando nel suo libro “L’ipocrisia dell’Occidente” fa rilevare che l’Occidente non fa altro che soffiare sul fuoco della guerra civile religiosa (in arabo “fitna”) che da sempre infuria nel mondo islamico e che oggi è rappresentata dalla lotta tra sunniti (Arabia Saudita, monarchie del Golfo, minoranza dell’Iraq, ecc.) e sciiti (Iran, gran parte dei curdi, maggioranza del’Iraq, ecc.), per strumentalizzarla per i propri fini di conservazione del predominio. I fanatici dell’Isis, spacciati per “rivoluzionari democratici”, sono stati foraggiati inizialmente da Stati occidentali per andare contro la Siria con l’obiettivo di far cadere il regime laico attuale e porre così fine anche alla concessione del porto di Tartus ai russi. La strategia USA punta infatti tra l’altro a privare la Russia degli accessi al Mediterraneo: con l’imprudente accettazione dell’Ucraina nella Comunità Europea si è tentato di privare la Russia della penisola di Crimea, patria di Nikolai Gogol, il più grande romanziere russo, e unica porta della Russia verso il Mediterraneo tramite il Mar Nero. Il soffiare sul fuoco della situazione Ucraina-Crimea ha intanto già ottenuto un risultato: la cancellazione dell’ambizioso e ottimo progetto russo di oleodotto South Stream, che doveva passare proprio per l’Ucraina. Dopo gli Usa, la Francia.

Già responsabile a suo tempo del sanguinoso tentativo di secessione del Biafra dalla Nigeria per avere un accesso privilegiato al petrolio biafriano, la Francia sempre in nome del petrolio ha voluto e organizzato con il supporto saudita e di altri regni del Golfo il crollo del regime libico di Gheddafi in Libia, precipitata così nel caos nonostante l’instaurazione di un governo che si vorrebbe fosse democratico. La conseguenza è che l’ISIS bloccata in Siria delle forze armate lealiste ha rivolto la sua attenzione anche verso il vuoto politico libico. Al punto che nel luglio e agosto dell’anno scorso è scattata la grande evacuazione degli occidentali, italiani compresi, con chiusura della nostra ambasciata. Per motivi di sicurezza, il nuovo parlamento e il governo di Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, sono stati costretti a trasferirsi a Tobruk, in Cirenaica, mentre le milizie islamiste di Fajr Libya conquistano la capitale e impongono un governo parallelo, guidato da Omar al Hassi vicino ai Fratelli musulmani. Di fatto la Libia a tutt’oggi è spaccata in due: l’avanzata dell’Isis ha raggiunto nei giorni scorsi Tripoli e la Sirte dopo essere partita da Derna, a est, a avere giurato fedeltà al cosiddetto califfo dell’ISIS Abu Bakr al Baghdadi.

Il risultato finale è che in Medio Oriente L’ISIS sta creando una situazione che – sfruttando l’orrore suscitato in Occidente dalle non a caso molto pubblicizzate efferatezze dei miliziani islamisti – si presta sempre di più a un intervento “pacificatorio e umanitario” della Nato, sull’esempio di quanto avvenuto e tutt’ora avviene in Afganistan, intervento che permetta di installare basi militari Nato, di fatto a predominio Usa, non lontane dai confini iraniani. Con la scusa dell’Afganistan, dove per risparmiare hanno fatto intervenire la Nato, gli Usa hanno piazzato enormi basi militari nel fianco sud della Russia, in Kazakistan e in Uzbekistan, anche se  quest’ultimo Paese non ha poi rinnovato il lucroso affitto del territorio usato per la base a stelle statunitense. Così come facendo entrare la Polonia nella stessa Nato è stato possibile piazzare vicino al confine russo potenti basi radar e di spionaggio elettronico.

Questo pericoloso tentativo di avvicinarsi militarmente il più possibile ai confini dell’Iran ha ripreso a far circolare le voci in Israele sulla volontà del primo ministro Netanyahu di sferrare un attacco aereo per bombardare gli asseriti “laboratori iraniani atomici con fini militari” e costringere così gli Usa a intervenire ponendo fine alla distensione con Teheran. Non è un caso se in queste ore in Israele è stato lanciato un appello ai piloti militari perché rifiutino l’eventuale ordine di bombardare l’Iran.