La guerra in Ucraina si combatte dal 2014, intervista a chi c’era: gruppi armati filorussi in azione nel Donbass

Intervista a chi c'era. E che inascoltato ci aveva pure scritto un libro. E' il giornalista grazie al quale in Italia s'è potuto fare il processo sull'uccisione nel Donbas del fotoreporter italiano Andrea Roccelli

di Pino Nicotri
Pubblicato il 17 Aprile 2022 - 19:39| Aggiornato il 20 Aprile 2022
La guerra in Ucraina si combatte dal 2014, intervista a chi c'era: gruppi armati filorussi in azione nel Donbass

La guerra in Ucraina si combatte dal 2014, intervista a chi c’era: gruppi armati filorussi in azione nel Donbass

La guerra in Ucraina si combatte da otto anni nel Donbas: abbiamo preferito non vedere e non sapere nulla. Oggi quella guerra rischia di arrivare sino a noi almeno come conseguenze economiche e politiche.
 
Eppure era una guerra raccontata da vari giornalisti. Raccontata nei loro libri perché ai giornali la tragedia del Donbas non interessava. 
 
Il caso più emblematico – sul quale dovremmo interrogare le nostre coscienze e i nostri mass media – è certamente quello del giornalista Andrea Sceresini, che conosco per la comune attenzione verso i retroscena della strage milanese di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Dato che l’argomento non suscitava interesse e lo si preferiva ignorare, nel marzo 2015 ha pubblicato un libro dal titolo significativo e polemico: La guerra che non c’è. Ora che “la guerra che non c’è” ha fatto esplodere la guerra della Russia contro l’Ucraina, Sceresini ha ripubblicato lo stesso libro, ma con un altro titolo, parimenti significativo e polemico: La guerra che non c’era. 

Quando e perché hai deciso di scrivere un libro sul Donbas, o più esattamente su “La guerra che non c’è”, titolo implicitamente polemico del libro.

Ho scritto il libro, assieme a Lorenzo Giroffi, all’indomani del nostro primo viaggio nel Donbass, che è durato da settembre a novembre 2014. Avevamo documentato un conflitto incredibilmente duro e sanguinoso, e lo avevamo fatto facendo la spola tra i due lati del fronte, cosa oggi impensabile.
 
Ci colpiva il fatto che in Italia si parlasse pochissimo di questa guerra, che pure era scoppiata da pochi mesi ed era nella sua fase più violenta (all’epoca era ancora in corso la battaglia per l’aeroporto di Donetsk, per dirne una). Quindi ci sembrava giusto raccontare la nostra esperienza di giornalisti freelance, anche per dare testimonianza di ciò che stava accadendo, nel silenzio generale, alle porte dell’Europa.

Ci sei andato di tua iniziativa e a tue spese?

Assolutamente sì. Poi io e Lorenzo abbiamo venduto del materiale a vari giornali e ad alcune tv strada facendo. Ma sia nel 2014 che nel 2015 abbiamo fatto tutto a spese nostre. Nel 2016 e nel 2017 abbiamo potuto contare su un crowdfunding per coprire le spese vive.

Quanto tempo ci sei stato e dove?

Da settembre a novembre 2014, circa due mesi. Facemmo Kiev, Sloviansk, Dnipro, Donetsk, Lugansk, Stakhanov, Mariupol, Kharkiv. Entrambi i lati del fronte. 

Ma la guerra c’era o non c’era? E tra chi e chi? Chi erano i nemici che si affrontavamo?

La guerra c’era eccome, anche se l’Occidente sembrava ignorarla. Da una parte c’erano i separatisti, palesemente foraggiati dai russi, dall’altra l’esercito ucraino, palesemente foraggiato dall’Occidente.

Perché tra loro erano nemici al punto da fare una guerra con migliaia di vittime? Qual era l’oggetto o gli oggetti del contendere?

Il punto di fondo è palesemente geopolitico e riguarda il controllo dell’Ucraina da parte delle due potenze in lotta, cioè Russia e Stati Uniti.
Questo scontro, di riflesso, ha generato un’ondata di nazionalismo del tutto insensato e ingiustificato, che ben presto si è trasformato in odio puro, da entrambe le parti della barricata. Russi e ucraini sono sempre stati due popoli fratelli, con la stessa cultura e la stessa religione.
Ci sono russofoni che si sentono ucraini. Il partito secessionista del Donbass, dal quale poi sono usciti i principali leader separatisti, prima del 2014 portava in piazza 30-50 persone al massimo. Se il Donbass non si fosse trovato su una linea di faglia nella lotta tra le potenze, la gente di laggiù avrebbe continuato a convivere in pace.
Chi parla di “guerra per la libertà” o “guerra contro il fascismo” mente sapendo di mentire. La guerra è per Washington e per Mosca, tutto il resto sono solo bugie.

Quando è cominciata la guerra?

Nella primavera 2014, quando i gruppi armati filorussi hanno iniziato a prendere possesso delle principali città del Donbass.

L’episodio più brutto che ricordi?

Nel 2016 sono stato, con tre colleghi, sotto un bombardamento di mortaio. I colpi sono cascati a una decina di metri da noi e hanno continuato a cadere per tutta la notte. Eravamo con dei miliziani separatisti in un villaggio sul fronte che si chiama Spartak e anche loro erano terrorizzati. Eravamo sicuri di restarci sotto.

E quello più bello, ammesso che di una guerra ci possano essere ricordi belli?

 In guerra tutti i piccoli gesti a cui non facciamo più caso vengono amplificati e diventano importanti. Il fatto che la morte sia così presente dona unicità a qualsiasi cosa. Un bicchiere di vino bevuto con un amico, un abbraccio, il sorriso di una ragazza, la chiamata della tua compagna. Impari a godere di tante cose piccole, che di colpo ti sembrano immense. Questa è una cosa che ti resta dentro.

La guerra quindi c’era. E a parlarne erano vari libri più alcuni fotoreporter, italiani e non, che nel Donbas ci hanno vissuto o sostato a lungo  realizzando anche reportage sulla guerra.

Ma allora perché (non solo) in Italia non se n’è mai parlato?

Perché non faceva comodo parlarne. Perché il fatto che ci fosse una guerra in corso alle porte dell’Europa, cioè a due ore di volo dalle nostre case, e che nessuno riuscisse a farci niente, era qualcosa che metteva in luce anche la debolezza e l’ipocrisia del nostro sistema politico.
Inoltre in Italia tutto ciò che riguarda gli esteri finisce automaticamente in secondo piano. La nostra cultura giornalistica (sia come produttori che come fruitori di notizie) è sempre più piatta e rattrappita. In tv trovi solo opinioni, i fatti sono passati di moda. Figuriamoci il racconto di un conflitto come quello del Donbass.

Eppure nel maggio 2014 militari ucraini avevano sparato senza motivo, uccidendoli, a un fotografo italiano, Andrea “Andy” Rocchelli, e al suo interprete russo. Delitto per il quale c’è stato anche un processo a Milano.

Sul caso Rocchelli ho realizzato una lunga inchiesta per RaiNews24, “La disciplina del silenzio”. Io e Giuseppe Borello rintracciammo un disertore dell’esercito ucraino che il 24 maggio era sulla collina di Karachun, luogo dal quale partirono gli spari. Ci raccontò come e perché si aprì il fuoco contro i giornalisti.
Il suo racconto trovò diversi riscontri, sia in altre testimonianze che in dati oggettivi (la dinamica del bombardamento, il tipo di arma usata eccetera). Il responsabile del reparto che quel giorno aprì il fuoco, la 95a Brigata, è poi diventato deputato e membro del Comitato interparlamentare per i rapporti con l’Italia.

Ho trovato un breve servizio del Tg2 che parlava dell’organizzazione paramilitare Azov come dei nazisti utilizzati dal governo di Kiev contro i russofoni del Donbas.

L’Azov sono fascisti, ma ci sono ultranazionalisti, fascisti e suprematisti da entrambi i lati della barricata. Se andiamo a fare la conta delle svastiche e perdiamo di vista gli interessi politici ed economici che stanno dietro la guerra, rischiamo di non capire cosa sta succedendo e di fare semplicemente il gioco di questi o di quelli.

La stessa Azov che oggi viene dipinta come composta da nazisti “buoni”, che leggono Kant anziché il Mein Kampf di Hitler. Tu li hai conosciuti? Se sì, che opinione te ne sei fatto?

I nazisti sono nazisti, ovviamente. Certamente il battaglione Azov è composto da neofascisti, ma ciò non significa che lo sia tutto l’esercito ucraino. Bisogna stare attenti a non cascare nella propaganda russa, che a mio avviso è pericolosa – e fuorviante – esattamente quanto quella opposta. Purtroppo molti giornalisti oggi si limitano a schierarsi di qui o di lì, per ragioni di convenienza o di convinzione. Non credo sia il modo migliore per raccontare una guerra…

 Ho visto che di recente hai pubblicato lo stesso libro con un altro titolo: “La guerra che c’era”, titolo che punta il dito contro il nostro silenzio e disinteresse. Come sotto titolo avresti potuto mettere “E che c’è ancora”.

Assolutamente, hai ragione. Il libro in realtà è lo stesso, “La guerra che non c’era” è la nuova versione – attualizzata – de “La guerra che non c’è”.
 

In guerra la prima vittima è la verità. Ma come mai è esploso un odio contro i russi sfociato nel grottesco delle iniziative contro artisti, scrittori, musei e opere d’arte russe?

Questa è una guerra locale, ma che indirettamente coinvolge l’intero pianeta e che potenzialmente potrebbe allargarsi ben oltre i confini dell’Ucraina. Che ci piaccia o no, anche noi siamo parte di questa guerra, che come tutte le guerre è menzogna e falsificazione.
Restare umani significa individuare come tale la propaganda e concentrarsi sulle vere ragioni della guerra, che sono sistemiche e non vanno confuse con i pretesti. La “cattiveria” dei russi è palesemente un pretesto. Peraltro molto stupido.

Non c’è mai stata una reazione simile per le guerre, invasioni e bombardamenti fatti dagli USA, dalla NATO, da Israele e dall’Arabia Saudita contro una lunga serie di Paesi e territori. Dai bombardamenti su Belgrado alle sanguinose invasioni dell’Iraq e di Gaza.

Certo, perché Russia e Cina non avevano la forza per andare a pestare i piedi agli Stati Uniti e alla Nato. Io non credo che ci siano né potenze buone né potenze cattive. La logica delle potenze è la stessa, cambiano le circostanze e il contesto, ciascuno fa i suoi interessi e cerca di ottenere nuovi spazi di potere.
 

Tutti dicono che questa guerra è più grave perché è nel “cuore dell’Europa”.

A parte il fatto che l’Ucraina, che pochi sanno dove si trovi, è l’estrema periferia ovest dell’Europa e certo non il suo cuore, che penseranno di noi gli altri popoli soggetti a guerre e bombardamenti nel nostro più completo disinteresse? Mi pare inevitabile che ci giudichino razzisti e doppiopesisti.  Acuendo così il solco che ci separa da loro.
 
Assolutamente, vero. Ma è chiaro che una guerra combattuta a poca distanza da casa nostra – in una nazione che conta centinaia di migliaia di immigrati nel nostro Paese – colpisce ed è giusto che lo faccia. Con ciò naturalmente non bisogna dimenticare le altre guerre.

Il papa ha detto che questa guerra è sacrilega. E le altre? 

Sono molto ateo, ma è chiaro – qualunque cosa voglia dire “sacrilego” – che tutte le guerre lo sono.