Lavoro, futuro nero: mezzi di produzione vecchi come le professioni, disoccupazione, giovani precari. E il Governo…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 16 Febbraio 2019 18:52 | Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2019 14:16
lavoro futuro

Lavoro, futuro a rischio: mezzi di produzione vecchi come le professioni, giovani precari. E il Governo…

Tra ottimismi immotivati sul “bellissimo” futuro dietro l’angolo, gaffe colossali e guerre contro tutti, dalla Francia all’Istat, dal FMI alla Banca d’Italia e alla magistratura, i sempre più incredibili ministri al governo del BelPaese non hanno detto ancora nemmeno una parola su temi fondamentali che ne minacciano il futuro. Temi che evidentemente forse i ministri non conoscono e neppure immaginano. Facciamo un piccolo elenco:

 1) – l’obsolescenza dei mezzi di produzione fino a qualche tempo fa era di più o meno 40 anni, passavano cioè più o meno 40 anni prima di dover cambiare i macchinari utilizzati per la produzione. Oggi invece i macchinari diventano vecchi e superati, da cambiare quindi, dopo meno di 5 anni. L’obsolescenza è diventata quindi OLTRE OTTO VOLTE PIU’ VELOCE. 

2) – Non invecchiano rapidamente solo i macchinari, ma anche le professioni, motivo per cui ne nascono sempre più di nuove, prima del tutto inesistenti, come per esempio le professioni che si occupano di digitale e web. Si calcola che tra il 2013 e il 2017 le nuove figure professionali siano aumentate del 280%. Vale a dire, in un quinquennio sono quasi triplicate.

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3) – Secondo alcune ricerche nel giro di soli cinque anni nel mondo del lavoro un terzo delle competenze oggi ritenute non basilari diventeranno invece centrali.

4) – Entro 20 anni metà dei lavori oggi esistenti verranno automatizzati. Il che significa che i lavoratori oggi addetti a tali lavori saranno sostituiti da macchine.

5) – Entro 20 anni verrà inventata oltre metà dei futuri lavori. Il che significa che si tratta di attività che oggi neppure immaginiamo. 

6) – Nella maggior parte dei Paesi europei lo scarto tra le nuove competenze richieste dal mondo imprenditoriale e le competenze offerte da chi cerca occupazione è del 30%. Ma in Italia lo scarto è più grande.

7) – Abbiamo la maglia nera europea dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Costoro sono infatti più di due milioni, pari all’11% della popolazione in tale fascia d’età.

8) – Sono precari oltre metà dei lavoratori che non hanno ancora compiuto 25 anni. 

9) – Abbiamo la maglia nera europea anche in fatto di occupazione femminile, nonostante sia in aumento il numero di donne che lavorano.

10) – Nel Meridione è ripresa l’emigrazione in cerca di lavoro al Nord e il tasso di disoccupazione è altissimo.

11) – Tutti questi problemi non possono essere più trascurati o risolti alle calende greche. Ci sono infatti delle novità, portate dalla globalizzazione. Le industrie che producevano con basso livello tecnologico e occupazione massiccia si sono man mano “delocalizzate”, cioè trasferite nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, dove la manodopera costava molto meno, come la Cina, l’India, la Romania, il sudest asiatico, ecc. Ma vari Paesi in via di sviluppo hanno investito massicciamente sia in tecnologia che in istruzione di massa, ricerca scientifica e innovazioni, tanto da non essere più in via di sviluppo, ma ben sviluppati e a volte sviluppatissimi, vedasi il caso clamoroso della Cina. E hanno anche preso a fare concorrenza all’intero Occidente. 

È finita la pacchia, direbbe Salvini. ma la fine della pacchia richiede iniziative urgenti per evitarne le conseguenze, pesanti e potenzialmente disastrose. Anziché collezionare spacconate di vario genere, ottimismi a chiacchiere, gaffe imperdonabili e attacchi contro tutti, magistratura compresa, l’ectoplasmatico capo del governo Giuseppe Conte, il vice premier ministro dello SVILUPPO ECONOMICO e del LAVORO Luigi Di Maio e il vice premier ubiquitario, presenzialista e ministro dell’Interno Matteo Salvini meglio farebbero a spiegare come intendono fronteggiare e risolvere i gravi problemi in cui si dibattono e rischiano di sprofondare il mondo dello SVILUPPO ECONOMICO e quello del LAVORO. Anche perché alla lunga il lasciarli aggravare comporterà inevitabilmente problemi anche di ordine pubblico, tipo “gilet gialli” nella migliore delle ipotesi o esplosione di un nuovo ’68-’69 nella peggiore. 

I recenti disordini di Torino non promettono nulla di buono. E per esorcizzare o evitare ribellismi e ribellioni di vario tipo non bastano i video con i quali Salvini mostra le sue colazioni a base di Nutella e neppure le dichiarazioni con le quali ci ha tenuto a far sapere che avrebbe preferito che il festival di Sanremo fosse vinto da Ultimo anziché da un italo egiziano sia pure nato Milano come Mahmood.

Di Maio in quanto leader del M5S lavora per la “DECRESCITA felice”, cioè per il caposaldo basilare delle “cinque stelle” che hanno dato il nome al movimento creato da Beppe Grillo. Il cosiddetto reddito di cittadinanza serve appunto a creare questo tipo di felicità, oltre che ad assicurare a Di Maio e al suo movimento un buon consenso elettorale.  Ma solo un ingenuo incompetente può credere che la decrescita economica e del lavoro sarà felice anziché protestataria e che non diventerà incazzata nera e dilagante nelle piazze se sarà prolungata e senza sbocchi. Le promesse e gli scenari “bellissimi” distribuiti a piene mani rischiano di diventare dei boomerang. 

A proposito di ministri dell’Interno: a suo tempo la Lega ne ha espresso uno ottimo come Roberto Maroni, tanto poco urlatore quanto efficace, che senza farci sapere cosa mangiava a colazione e cosa avrebbe preferito per Sanremo badava a fare il ministro anziché il presenzialista roboante e lo smodato creatore di polemiche. Non si vede quindi perché mai la Lega di oggi all’Interno debba esprimere invece un ministro piuttosto greve come Salvini.  Che oltretutto è in continuo conflitto con organi dello Stato italiano e membri dell’Unione Europea.