Medici e infermieri morti per il covid, solo un Ambrogino come la Ferragni. E senza pensione

di Pino Nicotri
Pubblicato il 22 Novembre 2020 8:08 | Ultimo aggiornamento: 21 Novembre 2020 13:16

Medici e infermieri morti per il covid, solo un Ambrogino e senza pensione. come a Chiara Ferragni (nella foto)

Medici caduti sul fronte del coronavirus. Medaglie d’oro al valor civile per loro? E annessa pensione ai familiari? No! Non se ne parla neppure.

Medici morti per combattere  il covid. Medaglie d’oro al valor civile ai 202 medici italiani fino al 18 novembre caduti sul lavoro nella lotta al Covid-19? Né di loro né degli infermieri né degli altri operatori sanitari. Nonostante più di un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Però almeno per i caduti milanesi, quattro tra medici e infermieri,  un Ambrogino d’Oro sotto forma di Grande Medaglia d’Oro sì. Ovviamente senza pensione per i familiari. E senza specificare chi tra i quattro erano i medici e chi gli infermieri. Tanto ormai…

Un Ambrogino Grande Medaglia d’Oro in compagnia di tutti altri 15 Ambrogini d’Oro – Ambrogini, non  medaglie – per altrettanti milanesi da premiare il 7 dicembre. Giorno di S. Ambrogio, protettore di Milano. Tra i 15 verranno premiati anche i coniugi Ferragnez. Vale a dire, il famoso Fedez lui, al secolo Federico Leonardo Lucia. E la ancor più famosa Chiara Ferragni lei. Generosi donatori a proprie spese di un intero reparto di terapia intensiva per il S. Raffaele. E sempre attivi nella solidarietà ai malati e nel raccomandare soprattutto ai giovani di rispettare le regole imposte dalla pandemia nel tentativo almeno di contenerla.

Da notare che a proporre l’Ambrogino per i medici e gli infermieri che ci hanno rimesso la pelle e per i Ferragnez sono stati i Fratelli d’Italia e Forza Italia. La sinistra, che si sappia, non s’è neppure scomodata.

A chiedere invece al presidente della Repubblica il riconoscimento della medaglia d’oro al valor civile, con annessa pensione ai familiari prevista da tale medaglia, per i medici e per gli altri operatori sanitari falciati dal Covid, mandati spesso allo sbaraglio da direzioni sanitarie e vertici regionali incapaci, sono stati in ordine cronologico:

– l’associazione 6.000 Sardine  il 7 aprile;

– il giorno dopo, 8 aprile, segue il “sentito ringraziamento” del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), dottor Filippo Anelli;

– la Regione Piemonte il 14 aprile;

– noi di Blitz il 24 aprile;

– l’onorevole Renato Brunetta di Forza Italia, che il 19 maggio ha raccolto il nostro appello a Mattarella

E il Quirinale? Silenzio assoluto. Però la sana e gagliarda retorica del BelPaese non manca. Quella non manca. E come al solito va a sostituire i diritti negati. Le famiglie dei caduti? Si arrangino. Si accontentino delle molte parole di ringraziamento e degli applausi.

Il 23 luglio la Camera approva il disegno di legge (ddl) n. 1894 che istituisce la Giornata della Memoria delle vittime del Covid.  Fissata al 18 marzo.  Perché il 18 marzo è stato il giorno in cui a Bergamo è stato necessario inviare una lunga colonna di camion militari. Per poter portar via la grande catasta di bare. Che il Covid stava accumulando a centinaia. Il 18 marzo verranno commemorate indistintamente tutte le vittime della pandemia, dagli anziani sorpresi dalla Signora con la Falce nelle cosiddette Residenze Assistite o Case di Riposo. Fino ai medici, infermieri e tutti gli altri operatori ospedalieri.

“Verranno commemorate”? Calma. Bisogna aspettare che anche il Senato approvi ciò che ha già approvato la Camera il 23 luglio. Che si sappia, martedì 3 novembre  la Commissione Affari costituzionali, nell’ambito della discussione in sede redigente del disegno di legge n. 1894 licenziato dalla Camera, ha fissato il termine per la presentazione di eventuali emendamenti  alle ore 18 di martedì 10 novembre. Sono passati più di dieci giorni.

Non potevano certo mancare le fanfare. Ecco infatti che la banda musicale della Polizia la sera del 12 luglio si esibisce davanti al palazzo del Viminale, che ha la grande facciata tutta illuminata col tricolore. L’esibizione musicale termina accompagnando Claudio Baglioni che canta l’inno nazionale con voce non propriamente solenne. Per chi non lo spesse, l’inno nazionale è l’Inno di Mameli.

Il BelPaese non cambia. A suo tempo abbiamo invaso l’Unione Sovietica facendo sorprendere dal terribile inverno la marea dei nostri 300 mila soldati vestiti con stivali di cartone e la mantellina. Oltre che dotati di armamenti quanto meno inadatti. E camion dai motori che d’inverno non si potevano spegnere altrimenti sarebbe stato impossibile riaccenderli. Con quelle temperature impietosamente sotto zero. Per non parlare dei comandanti e stati maggiori incompetenti.

E così a guerra finita anziché processare i responsabili si è preferito coprire la grande strage dei giovanissimi soldati italiani – le oltre Centomila gavette di ghiaccio con il grande e spesso tappeto della retorica. Tanto onore, tanto patriottismo, tante belle cerimonie. Soprattutto funebri. Con l’inno nazionale. E tutti sugli attenti. E i giovani mandati in massa allo sbaraglio?  Tutti eroi, todos caballeros, e buonanotte ai suonatori. Anzi, eroi e gentiluomini: Italiani brava gente. Mica bestie come i tedeschi…

“Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammece ‘o passato, simm’e Napule, paisà”, dice la canzone napoletana. In realtà, nonostante il dialetto partenopeo, italiana. Italianissima.

E adesso? Adesso ci risiamo. Non a caso Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, e qualche suo emulo mette a tacere critiche e accuse per le stragi da Covid – oltre 20 mila morti nelle sola Lombardia su un totale di quasi 48 mila in tutta l’Italia – gridando a petto in fuori: “Siamo in guerra, siamo in guerra!”.