Pandemia, la Lombardia aveva le procedure, ma Fontana e Gallera non lo sapevano

di Pino Nicotri
Pubblicato il 12 Luglio 2020 14:22 | Ultimo aggiornamento: 12 Luglio 2020 15:10
Pandemia, la Lombardia aveva le procedure, ma Fontana (nella foto) non lo sapeva

Pandemia, la Lombardia aveva le procedure, ma Fontana non lo sapeva

Nessuno ci ha fatto caso, ma un’altra tegola sulla testa del governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, è arrivata da un suo omologo, Jole Santelli.

Eletta anche coi voti della Lega. Jole Santelli è infatti diventata governatrice della Calabria grazie a una coalizione di centro destra composta da sei partiti, Lega compresa. Ma qui finiscono gli allineamenti.

Infatti, il governatore lombardo continuava a ripetere come un disco rotto la favoletta che la Regione non aveva il potere di dichiarare le zone rosse. Perché argomento di competenza esclusiva del governo con sede a Roma.

Intanto la governatrice calabrese il 22 giugno senza aspettare o chiedere nulla a Roma ha dichiarato zona rossa tre quartieri del comune di Palmi, in provincia di Reggio. 

Che Fontana ignorasse l’esistenza della legge grazie alla quale le Regioni ( e i Comuni) per motivi sanitari possono decidere di chiudere come zone rosse tutto o in parte il proprio territorio, è ormai ampiamente dimostrato.

L’esempio di De Luca in Campania davanti alla pandemia

Dimostrato per esempio dal fatto che il governatore della Campania Vincenzo De Luca a suo tempo ha dichiarato zona rossa l’intera Campania. E in seguito ha deciso di dichiarare zona rossa il Comune di Mondragone.

Decisione, quest’ultima, rientrata solo perché il focolaio locale si è esaurito spontaneamente. E due settimane fa a smentire nei fatti Fontana si è aggiunta la Santelli, eletta governatrice da una coalizione di centro destra comprendente il partito di Fontana.

Fontana ha continuato a volere ignorare la realtà giuridica anche quando il suo assessore al Welfare, cioè alla Salute, Giulio Gallera ha candidamente ammesso che quel potere in realtà c’era e che lui non lo sapeva. Questo dopo un mese di dinieghi e una marea di morti.

Motivo per cui lui, cioè la Regione, non ha chiuso in zona rossa il tragico focolaio della Val Seriana, esportatore del Covid-19 anche in vari Paesi d’Europa. Ammissione che Fontana ha commentato contestandola seccamente:

“Per Gallera la zona rossa ad Alzano e Nembro potevamo farla noi? Sbaglia”,

ha infatti insistito a dichiarare.  Tanto che la diatriba tra lui e il suo assessore Gallera, complice anche la mascherina sul viso di Fontana, pareva più che altro una gag degna di Stanlio e Ollio.

Come ha fatto la Lombardia a finire in mano a gente che non sa i suoi poteri in pandemia?

E già qui, come si suol dire, sorge spontanea una domanda. Perché la Lombardia, così orgogliosa di essere la regione più popolata, più produttiva, più ricca e con la sanità migliore d’Italia, è finita in mano a personaggi che ignorano perfino i propri poteri, e quindi i conseguenti doveri, in fatto di salute pubblica?

Fontana e Gallera però non ignoravano solo quali poteri avessero in fatto di zone rosse per motivi sanitari. Ma anche che la Regione già da molti anni aveva approntato dei piani particolareggiati per far fronte a eventuali nuove pandemie. Dopo quella della cosiddetta influenza aviaria del 2005 provocata dal un altro virus, per la precisione quello chiamato H5N1.

Con la Deliberazione del Consiglio Regionale (DCR) VIII/216 del 2 ottobre 2006 la Regione, aveva approntato il piano di risposta a un’eventuale pandemia influenzale (PPR).

E con la successiva pandemia della cosiddetta influenza suina del 2009, causata dal virus A/H1N1v, la Regione si è dotata di un apposito Comitato Regionale Pandemico.

Aggiornato due volte nel 2010 con un dettagliato documento di 13 pagine e 8 allegati, nel 2015 in occasione della pandemia influenzale SARS  è stato anche integrato con le regole di protezione biologica in ambito sanitario.

Le modalità di utilizzo di  tutti i singoli dispositivi di protezione necessari erano descritte in modo dettagliato e illustrate con fotografie. Regole precise e dispositivi particolareggiati. Tutto rimasto sulla carta. Nulla di tutto ciò è stato infatti messo in atto contro la nuova pandemia. 

Pandemia, Fontana e l’ospedale in Fiera

Fontana alle autodifese temerarie ricorre volentieri. Riguardo la scandalo dell’ospedale nell’area della ex Fiera di Milano, il governatore lombardo ha dato ancora una volta la colpa a Roma. Ricordate? È costato 26 milioni di euro, inaugurato con la grancassa e alla fine chiuso perché serviva a poco, 

”L’ospedale in Fiera è stato costruito perché il Governo ci ha chiesto di raddoppiare il numero di letti in terapia intensiva da poco di 700 che avevamo prima del Covid a 1.456”.

Sarà anche vero che il Governo ha fatto quella richiesta, ma è anche soprattutto vero che potevano essere utilizzati ospedali ormai in disuso, uno dei quali aveva ancora il pronto soccorso.

Il governo Conte da Roma non ha certo impartito a Fontana l’ordine di lasciar marcire gli ospedali inutilizzati, ma dotati di attrezzature. E di aprire invece un intero ospedale ex novo solo per far vedere che a Milano non sono meno bravi di Wuhan.

La culla del Covid-19 aveva costruito in dieci giorni un apposito ospedale per mille posti in terapia intensiva per i colpiti dal nuovo coronavirus. Peraltro, nonostante il grande battage l’ospedale in Fiera dagli 800 posti letto previsti ne ha realizzati solo 200, cioè appena un quarto. Per ospitare in totale appena 26 malati…..

In queste ore sia la Regione che Fontana, sotto pressione da mesi per la pandemia, vivono un brutto momento. Anche se la pandemia pare se non domata almeno sotto controllo.

A caro prezzo, anzi carissimo, ma comunque sotto controllo. Un brutto momento non solo per le inchieste giudiziarie in corso per accertare le responsabilità, civili e penali, della strage di anziani nelle case di riposo invase dal Covid-19.

Ma anche per quattro vicende non molto edificanti.  Le vedremo in dettaglio con un apposito articolo.