Pensioni. Meloni: no ai privilegi, ma lei ne ha 2. Da giornalista non ha versato

di Pino Nicotri
Pubblicato il 17 febbraio 2014 9:03 | Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2016 18:08

Pensioni. Meloni: no ai privilegi, ma lei ne ha 2. Da giornalista non ha versatoROMA – Come mai c’è la caccia al pensionato “d’oro”, soprattutto a quello che di oro non ha nulla, ma non c’è la ben più importante caccia agli stipendi davvero d’oro e spesso di platino e diamanti? Caccia ben più importante perché oltretutto si tratta di stipendi che daranno diritto a pensioni più che d’oro. E come mai tra tutti coloro che per poter colpire i pensionati “d’oro” si riempiono la bocca con la “maggiore equità sociale” nessuno si accorge che, (s)ragionando come loro, non è certo equità sociale l’esistenza di chi possiede la casa dove abita e di chi invece vive in appartamenti in affitto oppure si arrangia in camere subaffitto o vivendo da barbone sui marciapiedi? In questo campo la maggiore equità sociale non viene invocata neppure a proposito di chi possiede non uno, ma più appartamenti o interi immobili, quartieri e società immobiliari.

Come mai questi “equitatori sociali” non invocano la maggiore equità sociale tra chi può vivere di rendita e chi invece deve lavorare? Lavorare per giunta, come oggi accade troppo spesso, accettando quel che trova e se lo trova.

Le risposte sono semplici. Premesso che la spremitura fiscale italiana è tra le più massicce e la peggio utilizzata e investita d’Europa – questo ceto politico di incapaci, opportunisti, arraffoni pro domo propria e corrotti in parte significativa, NON ha il coraggio di tassare le retribuzioni di chi ogni mese o ogni anno intasca X ed è ancora al lavoro perché questi possono reagire nei luoghi appunto di lavoro, rallentando o bloccando la produzione, i servizi, i trasporti, le telecomunicazioni, ecc. Motivo per cui preferiscono colpire i pensionati che prendono anche loro la stessa cifra mensile o annuale X, perché essendo fuori dal mondo del lavoro non hanno la possibilità di reagire in modo organizzato e comunque di incidere sul tessuto produttivo. Dov’è la “maggiore equità sociale” in questo uso dei due pesi e due misure? C’è invece una maggiore iniquità sociale! E una maggiore cialtroneria se non mascalzonaggine del nostro ceto politico.

Lo stesso ceto politico, di qualità sempre più bassa se non indecente, che non ha neppure il coraggio di trattare a pedate come i pensionati “d’oro” chi la stessa cifra X la percepisce come rendita, sia essa azionaria, immobiliare, finanziaria, ecc. Perché accarezzando questi privilegiati – che oltretutto non percepiscono solo la cifra X, ma troppo spesso notevoli multipli di tale cifra X – si ricevono non solo voti, ma anche quattrini: sotto forma di contributi elettorali, contributi al partito, al candidato e sotto forma di coinvolgimento nei grandi affari, nel grande business, negli appalti e annesse bustarelle. Che spesso sono bustone e non bustarelle.

I cialtroni che ci governano non hanno inoltre il coraggio di alzare l’età dell’andata in pensione. In un’epoca in cui la vita media di un uomo è di 79 anni e di una donna di quasi 83, che senso ha mandare la gente in pensione a 65 anni di età? La pensione è un istituto creato per assicurare la sussistenza agli ultimi tre o quattro anni di vita degli ex lavoratori, quando le persone vivevano molti meno anni di noi oggi. Poi il suo ruolo è stato però stravolto. Dai politici in cerca di voti che per conquistare un posto, ben retribuito con stipendio prima e con pensione dopo, in parlamento hanno distribuito pensioni a pioggia, studiando tutti i trucchi per poter abbassare l’età pensionabile a livelli scandalosi, creando tra l’altro il fenomeno dei baby pensionati. Oggi però anziché punire quei politici, magari tagliandogli il vitalizio o i contributi pubblici ai partiti, o quei baby pensionati, si vuole punire chi non ha nessuna colpa né responsabilità perché non ha né rubato né locupletato né usufruito di privilegi, ma versato per l’intera vita lavorativa contributi previdenziali, e tasse, davvero d’oro.

Chiarito tutto ciò, procediamo.

Pagare le tasse va bene, anche pagarne di più per far fronte a emergenze. Ma è documentato che i soldi delle nostre tasse finiscono troppo spesso nelle tasche dei corrotti e profittatori vari: politici, parlamentari, manager, dirigenti di banca, finanzieri, imprenditori, ecc. Il recente rapporto dell’Unione europea sulla corruzione parla chiaro: ci costa 60 miliardi di euro l’anno, pari al 4% dell’intero prodotto nazionale lordo! La cifra che viene divorata dai corrotti del BelPaese e pari alla metà di quella divorata dai corrotti dell’intera Europa!! La nostra nuova legge contro la corruzione, adottata nel novembre 2012, “lascia irrisolti” troppi problemi: “Non modifica la disciplina della prescrizione, la legge sul falso in bilancio e l’autoriciclaggio e non introduce reati per il voto di scambio”.

E se anche la stima di 60 miliardi di euro calcolata dagli uffici studi del dipartimento della Funzione Pubblica e fatta propria dalla Comunità Europea fosse “esagerata” come sostenuto dalla Corte dei Conti, il suo valore resta molto alto rispetto a quello degli altri paesi europei. Il rapporto della Comunità parla chiaro anche su un altro tema: “In Italia i legami tra politici, criminalità organizzata e imprese, e lo scarso livello d’integrità dei titolari di cariche elettive e di governo sono tra gli aspetti più preoccupanti, come testimonia l’alto numero di indagini per corruzione”.

Ho contribuito a fondare un paio di mesi fa l’Unione dei pensionati per l’Italia. Ora mi darò da fare perché le proteste incidano come quelle di chi è ancora al lavoro ispirandosi a quelle dei disoccupati. Bloccando per esempio i binari nelle stazioni ferroviarie e quelli dei tram in città, le autostrade, l’ingresso negli aeroporti e nelle sedi del parlamento, i festival del cinema e non solo, le inaugurazioni di manifestazioni culturali, mostre e fiere.

E a proposito di fiere, senza imitare i No Tav, bloccare di tanto in tanto i lavori per l’Expò di Milano, la cui inaugurazione avverrà a tempi brevi, l’anno prossimo, potrebbe essere un’iniziativa ottima. E di grande risonanza.

Veniamo ora ai nostri politici vili e opportunisti, forti con i deboli e deboli con i forti.

A spremersi le meningi per vincere la gara a chi stanga meglio i pensionati “d’oro” ci si sono messi in molti, ma quelli di maggior spicco sono tre parlamentari. Per non far torto a nessuno e cercare di guidare l’intero arco politico nella carica contro i pensionati che non fanno la fame si sono lanciati al galoppo un parlamentare di destra, uno di centro e uno si sinistra. Per la precisione: l’onorevole Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, formazione di destra; l’onorevole Enrico Zanetti di Scelta Civica, formazione di centro; l’onorevole Marialuisa Gnecchi, del Partito Democratico, formazione di sinistra.

Tutte le altre proposte, dalla Lega a 5Stelle, sono state bocciate, ma sono state schierate in campo anch’esse. La stessa “proposta Meloni” ha subito l’onta delle bocciatura nella Commissione Lavoro della Camera, che ha ritenuto “troppo basso il tetto a 3.300 euro netti” oltre il quale stangare e punire. E’ stata infatti rinviata in aula il 5 febbraio, a fare pollice verso è stata l’altra aspirante castiga pensionati, Maria Luisa Gnecchi, che evidentemente deve essersi vergognata dell’asticella posta dalla Meloni a quota 3.300.

La carica però la guida l’ormai incombente primo ministro Matteo Renzi. Ad agosto hanno aperto il fuoco i suoi consiglieri economici Yoram Itzhak Gutgeld, persona assai privilegiata per censo, famiglia e professione, parlamentare del PD nato e laureato in Israele, con master negli Usa, e Davide Serra, altra persona assai privilegiata per censo e professione, fondatore e amministratore infatti della società di gestione del risparmio con sede a Londra Algebris, quello sì d’oro. I mesi passano, ma a metà gennaio Renzi ci ha tenuto mettere il suo cappello sul tema dichiarando: “Sulle pensioni d’oro a breve ci sarà una posizione unitaria del Pd, che indicherà una soluzione che sia tecnicamente percorribile”.

Se passa il blocco della perequazione delle pensioni “d’oro”, nel giro di 15 anni la busta paga del pensionato che non muore di fame sarà dimezzata: un taglio del 40-50%. Nel frattempo gli affitti per chi non è proprietario della casa dove abita saranno incrementati del 100%, cioè raddoppiati! Tutti alla fame quindi. E molti sul marciapiedi.Come sempre i nostri politici predicano bene – anche se in questo caso predicano in realtà malissimo – ma razzolano male. Il lato comico, o vergognoso, è che la stessa Meloni anziché battersi per l’eliminazione del privilegio della doppia pensione dei parlamentari e consiglieri regionali – quella derivante dalla propria professione e quella aggiuntiva derivante dal fare il parlamentare o il consigliere regionale – ha proposto solo di fissare quest’ultima a 5.000 euro lordi mensili, pari a 3.100 euro netti. Il lato assurdo, o particolarmente vergognoso, è che Giorgia Meloni essendo giornalista ha il diritto, come lo hanno avuto Massimo D’Alema, Valter Veltroni e decine di altri parlamentari giornalisti, ai contributi figurativi pagati dall’istituto di previdenza dei giornalisti, in modo da vere anche la pensione per questa professione oltre quella da parlamentare. Inoltre anche Meloni, come i suoi colleghi eletti prima del 2012, ha il vitalizio calcolato dal 2006 al 2011 con il sistema retributivo, al quale neppure lei rinuncia e per il quale neppure lei almeno fino a metà gennaio non ha chiesto il ricalcolo secondo il metodo contributivo. Due pesi e due misure rispetto ai cittadini comuni. Alla faccia della “maggiore equità sociale”.

E visto che la caccia al pensionato viene condotta proprio in nome della “maggiore equità sociale”, non sarebbe socialmente più equo eliminare dallo Statuto dei Lavoratori il diritto dei parlamentari e dei consiglieri regionali a farsi pagare per la professione di provenienza i contributi previdenziali dall’Inps e dalle Casse professionali autonome? Non basta il vitalizio come parlamentari?

In ogni caso, facciamo qualche esempio con i parlamentari di altri Paesi europei. Dopo 5 anni di mandato un parlamentare italiano prende 2.486 euro, uno francese appena 780, uno tedesco 961 e uno inglese fra i 530 e i 755 euro. Dopo 10 anni di mandato un parlamentare italiano prende 4.973 euro, uno francese 1500, uno tedesco 1917 e uno inglese fra i 1060 e i 1588 euro. Ma nessuno arriva a guadagnare gli oltre 9 mila euro al mese dei parlamentari italiani. Dopo 40 anni di mandato un deputato francese arriva a 6.300 euro mensili, un parlamentare tedesco non supera il tetto massimo di 5.175 euro e un parlamentare inglese non va oltre i 2.381 euro. Come è noto, sono oltre 2.200 gli ex parlamentari ai quali paghiamo la pensione. Compresi coloro che hanno magari passato un solo giorno in parlamento. A questi 2.200 privilegiati andranno aggiunti non si sa quanti consiglieri regionali.