Volete tagliarci le pensioni? In cambio dateci immobili e azioni…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 19 dicembre 2017 9:58 | Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2017 9:58
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La polemica sulle pensioni d’oro: la richiesta di un pensionato (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Tagliare le pensioni? Non se ne deve nemmeno parlare. Per lo Stato sarebbe ammettere la propria bancarotta. Però voglio lanciare una idea alternativa. Se proprio fosse neccessario per non affogare, si potrebbero tagliare le pensioni dando in cambio azioni o quote di proprietà di beni mobili o anche immobili, insomma garanzie riscuotibili in futuro magari dai figli o dalle vedove o almeno dei nipoti dei pensionati taglieggiati: lo Stato potrebbe trasformare il debito, riconoscendolo quindi come tale, contratto col patto pensionistico, in un debito in titoli di Stato o in azioni di aziende statali per cifre equivalenti future.

L’entusiasmo col quale una larga fetta di più o meno giovani applaude e vorrebbe guidare o almeno partecipare alla presa del Palazzo d’Inverno delle “pensioni d’oro” e del posto di lavoro altrui, cioè dei “vecchi” da mandare in tutti i modi a casa, è una delle tante dimostrazioni dell’imprudenza, inesperienza e ingenuità giovanili. Oltre che della capacità di inganno da parte dei politici e dei loro consiglieri d’assalto improvvisati, faciloni e irresponsabili, per non parlare dei giornalisti come Mario Giordano.

Tra i consiglieri dei politici ha primeggiato in questo campo, praticamente inaugurandolo, il ricco finanziere Davide Serra, 46 anni, fondatore e partner del fondo di investimento Algebris, gestore nel 2013 della rispettabile cifra 1,4 miliardi di euro. Nel luglio 2013 Serra, in una cena milanese per raccogliere fondi a favore delle primarie di Matteo Renzi nel PD, ha dichiarato senza arrossire:

“Abbatti le pensioni d’oro e quelle ordinarie, rendi licenziabili tutti quelli sopra i 40 anni. Così magari i giovani avranno una possibilità: costano meno e, lavorando, un domani potrebbero avere una pensione”.

Serra ha avuto il buongusto di non insistere, preferendo badare ai quattrini di Algebris, a qualche possibile grasso favore finanziario da parte del suo Renzi e alla querela contro Bersani che lo aveva definito “il bandito delle Cayman”, noto paradiso fiscale per nulla ignoto ad Algebris, querela peraltro persa malamente .

Mario Giordano per parte sua, altro autore che ha fatto dello scandalismo, in questo caso pensionistico, la sua piccola Gomorra miniera d’oro, si è esibito con in particolare due libri che pur avendo un qualche buon motivo per denunciare vari casi finiscono per fare di tutte le erbe un fascio. Libri scandalistici e diffamatori fin dal titolo: “Sanguisughe. Le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche” e “Molto più che sanguisughe. Vampiri”.

Giordano ci ha preso gusto ed è diventato il tifoso sfegatato del “ricalcolo”, cioè del ghigliottinare le pensioni ricalcolandole tutte in base ai contributi previdenziali effettivamente versati anziché, come si faceva un tempo, in base sì alla retribuzione percepita durante la vita lavorativa ma con rivalutazioni più o meno virtuali ancorché stabilite dalla legge.

Il primo a introdurre il sistema contributivo è stato il Governo Dini nel 1995, salvaguardando però i diritti acquisiti col retributivo fino al 31 dicembre di quell’anno, e nel 2012 la riforma Fornero ha reso il contributivo l’unico sistema di calcolo delle pensioni, salvi sempre i diritti acquisiti. Giordano vorrebbe invece il ricalcolo basato sul contributivo anche per gli anni precedenti il 1995, cestinando così con un ritardo di oltre 20 anni i diritti acquisiti fino ad allora.

Un altro tifoso del ricalcolo è l’attuale presidente dell’Inps, Tito Boeri, addolorato perché i tecnici della stessa Inps hanno chiuso l’argomento spiegando che il ricalcolo è impossibile perché non ci sono tutti i dati necessari per rivedere qualche milione di pensioni. Boeri però non demorde e vuole il ricalcolo almeno per i circa 1.400 sindacalisti in distacco presso la pubblica amministrazione, sostituendo così una legge con un suo atto amministrativo, sostituendo cioè la sua volontà a quella espressa con un voto dal parlamento!

E’ poco noto che Boeri prima di essere piazzato all’Inps era considerato come possibile direttore del giornale Repubblica, al quale collaborava, ma la sua vena “giornalistica” affiora a ogni pie’ sospinto con il presenzialsimo televisivo e massmediatico in genere per bacchettare anche ministri e Parlamento anziché limitarsi a fare il presidente dell’Inps e spiegare magari cosa vi sta facendo per migliorarlo.

Una cosa che non va neppure a lui, oltre ai vari Giordano, è spiegare bene che NON è vero che la spesa pensonistica italiana si mangia il 17% del prodotto nazionale lordo, il famoso PIL, perché un buon 7% è rappresentato dall’assistenzaialismo. E’ rappresentati cioè dalle pensioni sociali, che come è noto NON sono calcolate in base ai contributi versati e neppure in base alle paghe percepite durante l’eventuale vita lavorativa, ma solo ed esclusivamente in base allo stato di indigenza: quelli che Renzi pudicamente definiva “incapienti”. Si tratta delle pensioni che Silvio Berlusconi, quando era al governo, si impegnò ad elevare ad almeno un milione di lire al mese, pari a 500 euro di oggi più altri euro per la svalutazione che c’è stata nel frattempo.

Ovviamente Giordano, che non spiega mai molto bene come e perché ha avuto il privilegio di entrare alla Rai, epoca Gad Lerner, trampolino di lancio per la sua ricca e movimentata carriera, si guarda bene dal dire quanto prenderà di pensione lui: forse ci rinuncerà in tutto o in parte per devolverla ai poveri o ai colleghi meno fortunati e meno rampanti…

Nel mondo digitalizzato, online, virtuale e “people connected”, gli anziani – sopravvissuti del mondo analogico, reale, concreto, ruvido e palpabile, per nulla virtuale, estraneo all’online e “connected” solo con persone fisiche – non sono più considerati detentori del sapere e dell’esperienza come fino a tempo fa i nonni, gli zii e anche i fratelli maggiori, oltre agli anziani in generale e anche nei luoghi di lavoro. Gli anziani oggi non servono più per chiedere consigli su quando è meglio seminare o mettere il vino in botte o come fare ai primi appuntamenti con coetanei dell’altro sesso, e neppure su come si conserva e si utilizza al meglio un tornio, un motore, una nave, un aereo, e tanto meno un computer o un telefonino. Ecco perché oggi c’è questa voglia di assalto al presunto Palazzo d’Inverno pensionistico e di desiderio di sbarazzarsi dei “vecchi”, anche quando non sono affatto vecchi, ma semmai ancora solo anziani.
Per chi è ritenuto un giovane di primo pelo fino alla soglia dei 40 anni è stranamente naturale ritenere vecchio chi ha appena 20 anni più di lui.

Ma questi “giovani” scalpitanti, desiderosi più di arrembaggio che di conquista sudata e meritata, non si rendono conto – per ora – che come il progresso e la globalizzazione hanno svalutato generazioni e professioni, molte delle quali sono letteralmente sparite (vedi nei giornali i linotipisti e i dimafoni, che un 20-35enne neppure sa cosa siano, o meglio cosa siano stati), così svaluterà anche loro, le loro nuove professioni e lavori e i loro diritti acquisiti. Anzi, data l’accelerazione crescente di ciò che si usa chiamare progresso e che comunque, che si vada avanti o indietro, è il cambiamento, cioè la realtà, se i più o meno giovani di oggi conquisteranno il diritto di calpestare, ridimensionare e cancellare i diritti acquisiti altrui, saranno poi a loro volta svalutati, svalutati più volte e ogni volta di più da chi verrà “dopo”. Vale a dire, da chi sarà più “giovane” di loro.

L’unico modo che i più o meno giovani di oggi hanno per non essere poi fregati a loro volta in futuro è che viga per tutti, e fin da adesso, quella che quando fa comodo viene chiamata “certezza del diritto”, buttata via non appena non fa comodo. Oltretutto lo Stato per svuotare le conquiste, dai salari agli stipendi e alle pensioni, ha vari strumenti, a partire dalla svalutazione, metodo col quale, nonostante l’infinita retorica e ipocrisia usata a suo tempo, sono state ridotte a un pugno di mosche per esempio le pensioni di guerra, specie quelle alle vedove. A proposito di vedove, oggi si trancian via nel silenzio generale belle fette delle pensioni di reversibilità. E se si esce dall’euro, come esigono gli apprendisti stregoncini della politica, ecco che si svuotano di colpo una marea di cose grazie alla mega inflazione conseguente.

Uno Stato che non onora i patti con i propri cittadini, patti pensionistici in questo caso, sarà anche uno Stato di diritto, ma non propriamente uno Stato della tanto invocata – a chiacchiere – “certezza del diritto”. Gli antichi romani usavano dire “Pacta sunt servanda”, cioè “I patti sono da rispettare”. Nell’800 invece è arrivato Bismark a teorizzare che “I patti si firmano per essere stracciati al momento opportuno”: scuola di pensiero, e di azione, che ha avuto e ha ancora notevole fortuna. Da Bismark a Boeri, Giordano, e compagnia cantante, anzi ululante.

Certo ha ragione chi, come Giuseppe Turani, spiega che non ci sono più soldi. Per nessuno. Il problema però è che di soldi ce ne sono e troppi per la massa di dirigenti amministrativi, che di soldi ne sprecano un fiume. Con le tasse che si pagano in Italia, pari per ogni contribuente a quasi sei interi stipendi l’anno – come dire che lavoriamo per lo Stato quasi sei mesi e per noi solo il resto dell’anno – si potrebbe, come fanno nei Paesi del Nord Europa, garantire meglio l’accesso al lavoro a chi è in cerca di occupazione e il reinserimento qualificato a chi il lavoro lo ha perso a causa dell’obsolescenza o delle difficoltà del datore di lavoro e del mercato.