Pino Nicotri: “Triplo inganno”. Emanuela Orlandi, documenti inediti sul mistero

di Pino Nicotri
Pubblicato il 16 settembre 2014 7:42 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 21:58
Pino Nicotri: "Triplo inganno"

Pino Nicotri: “Triplo inganno”

ROMA – La prima copia del mio ultimo libro l’ho voluta inviare a Papa Francesco con la seguente dedica: “A Papa Francesco con sincerità e lealtà. Senza nulla nascondere e senza nulla esagerare”. Il libro si intitola “Triplo inganno”, è basato in gran parte su documenti giudiziari totalmente inediti e arriva in libreria in questi giorni con Kaos Edizioni. Il sottotitolo elenca gli autori e l’oggetto dei loro inganni: “Il Vaticano, gli apparati, i mass media e il caso Orlandi”. La quarta di copertina spiega in dettaglio:

“Il primo inganno è quello del “rapimento politico”, la fantasiosa tesi imposta a colpi di appelli da papa Karol Wojtyla impegnato nella lotta anticomunista nell’Est europeo. Il secondo inganno è quello delle autorità e degli apparati, vaticani e italiani, impegnati ad assecondare la messinscena del “rapimento politico” della Orlandi. Il terzo inganno è quello di stampa e tv, che non solo hanno assecondato la grande menzogna papale, ma hanno anche trasformato il caso Orlandi in uno show mediatico di supertestimoni fasulli, false rivelazioni e notizie inventate”.

Kaos non usa dotare i suoi libri di fascette di copertina, motivo per cui ha rinunciato a stamparne una con le parole scritte apposta da Giancarlo De Cataldo, il magistrato autore di “Romanzo criminale”:

”Nessuno, in questi anni, ha scavato più a fondo di Pino Nicotri nella tragica vicenda di Emanuela Orlandi”.

Un riconoscimento che mi ripaga del non poco che ho dovuto subire da parte dei non disinteressati cultori delle verità di comodo.
Per gentile concessione dell’editore ecco alcuni stralci:

INTRODUZIONE
Risolvere l’enigma della quindicenne Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983, avrebbe potuto essere agevole. Sono stati la messinscena vaticana del “rapimento politico”, i depistaggi dei servizi segreti italiani, e la grancassa mediatica nazionale, a rendere impossibile la soluzione del caso.
Attraverso una serie di inopinati appelli papali, il Vaticano ha subito spinto la vicenda sui binari dell’affaire politico internazionale, connesso all’attentato di piazza San Pietro al Papa. Il ministro dell’Interno italiano Oscar Luigi Scalfaro (la cui segreteria particolare, per singolare coincidenza, era attigua alla segreteria della scuola pontificia di musica frequentata dalla Orlandi nel palazzo di Sant’Apollinare) ha avallato e assecondato la tesi del “rapimento politico” divulgata da Papa Wojtyla a partire dal 3 luglio 1983.
All’ingannevole commedia messa in scena da Giovanni Paolo II (forse su input della Segreteria di Stato vaticana), e assecondata dal ministro dell’Interno Scalfaro, hanno partecipato attivamente i giornali ieri, e partecipano ancora oggi soprattutto le tv. Infatti i media hanno avvalorato provocazioni, depistaggi e presunti supertestimoni che le verifiche hanno poi dimostrato essere ingannevoli.
La sceneggiata, con regia vaticana, del “rapimento politico” di Emanuela Orlandi (e di Mirella Gregori) è stata posta in relazione con l’attentato subìto due anni prima da Papa Wojtyla, quando l’estremista turco Ali Mehmet Agca aveva tentato di assassinare Giovanni Paolo II sparandogli in piazza San Pietro. Si era trattato di un attentato molto maldestro: Agca era arrivato a Roma con documenti autentici, non aveva predisposto vie di fuga, aveva sparato senza silenziatore e senza coprire l’arma per non essere subito individuato e catturato, e non aveva ucciso ma solo ferito il Santo Padre.
Il dilettantesco attentato di piazza San Pietro era stato trasformato in un complotto politico, prima sovietico e poi islamico, teso a eliminare il Papa anticomunista. E due anni dopo si è tentato di far passare la scomparsa di Emanuela Orlandi per un «rapimento finalizzato allo scambio con Agca». Poi, sfumata quella tesi balzana, si è ripiegato su un non meglio precisato «rapimento per colpire il Papa ricattandolo».
La messinscena del “rapimento politico” di Emanuela è stata un incendio estivo che ha bruciato la possibilità di condurre indagini approfondite. Il primo magistrato, impegnato piuttosto a seguire la pista del delitto a sfondo sessuale, è stato subito sostituito da un altro magistrato arcinoto per le sue inchieste sul terrorismo.

E oggi, benché siano passati tanti anni, e sebbene nel 1997 un giudice istruttore abbia stabilito che quella del “rapimento politico” è stata una messinscena depistante, è ancora molto forte la propensione dei mass media ad accreditare la versione del rapimento per colpire papa Wojtyla.

La scomparsa della Orlandi è l’unico caso al mondo di rapimento per il quale i rapitori non hanno mai dimostrato di avere in mano l’asserito ostaggio. E nessun caso di cronaca italiana ha mai visto tante messinscene, supertestimoni, cambi di trama, sussurri e grida, “svolte decisive”, ritrovamenti fasulli e gossip pruriginosi, come il caso Orlandi.
Infatti nel 1997 il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba scriverà che nel quadro della vicenda, «già estremamente complesso e pressoché indecifrabile, si inseriva una miriade di soggetti che apportavano contributi mai utili e spesso pregiudizievoli per la conduzione delle indagini». L’alto magistrato elencherà una moltitudine di «mitomani, visionari, radioestesisti, sensitivi, medium, veggenti, truffatori, sciacalli, detenuti e latitanti in cerca di vantaggi processuali». Elenco che, dopo il 1997, si è ulteriormente arricchito.
Già pochi giorni dopo la scomparsa della ragazza, emergeva lo strampalato teorema del “rapimento politico”: la liberazione di Emanuela in cambio della scarcerazione di Ali Agca (il turco condannato all’ergastolo per avere attentato alla vita di papa Wojtyla).

Trent’anni dopo è emersa la strana e grottesca vicenda del presunto “flauto di Emanuela”, fatto ritrovare con grancassa mediatica il 3 aprile 2013.

La scomparsa della Orlandi è un mistero sempre meno glorioso, diventato anzi parecchio imbarazzante anche a causa dei livelli da pochade al quale lo hanno degradato il sensazionalismo di vari giornali e di taluni programmi televisivi, a colpi di cosiddetti supertestimoni e di mitomani variamente assortiti.

Lungo l’arco di un trentennio c’è stato di tutto. Dopo i “Lupi grigi” di Ali Agca sono arrivati:

Enrico De Pedis con la sua cripta nella basilica di Sant’Apollinare;

i ricatti allo Ior della banda della Magliana;

l’ex agente segreto Luigi Gastrini;

la superteste Sabrina Minardi con la betoniera tritacadaveri a Torvaianica;

il “superteste” Maurizio Giorgetti e le sue ricerche di «Emanuela viva in Turchia»;

il Liechtenstein rifugio segreto della Orlandi;

i «preti pedofili di Boston»;

il satanismo e le messe nere in Vaticano evocate dal decano mondiale degli esorcisti, don Gabriele Amorth;

le orge con diplomatici e la successiva uccisione della ragazza a dire di monsignor Simeone Duca.

Ancora, a seguire: l’innamoramento di Emanuela per uno dei “rapitori” e conseguente vita di moglie e madre felice a Parigi, in Ungheria, in Iraq, in Turchia o «in altri Paesi del Medio Oriente»;

la sua chiusura forzata in monasteri di clausura a Peppange in Lussemburgo e a Sabbiona in Alto Adige;

il rapimento voluto dall’Iran, e annessa chiusura in un convento con la complicità del Vaticano.

Fino al finto rapimento, con Emanuela consenziente, a dire dell’immaginifico artista Marco Fassoni Accetti che se ne è proclamato l’organizzatore, e alle «importantissime rivelazioni» che il mafioso pentito Vincenzo Calcara avrebbe preteso di fare di persona a Papa Francesco.
Per tacere del periodico tentativo di legare alla scomparsa di Emanuela quella della sua coetanea Mirella Gregori, benché la sentenza istruttoria del dicembre 1997 del magistrato Adele Rando (in accoglimento delle richieste del sostituto procuratore generale Giovanni Malerba) abbia stabilito che i due casi, oltre a non essere affatto rapimenti politici, non sono neppure collegati tra loro.
Nel caso Orlandi ha avuto pieno successo il più classico dei depistaggi, cominciato già il giorno successivo alla scomparsa della giovane.

Il tentativo è stato quello di far passare la sparizione di una ragazzina per un sequestro di persona a fini estorsivi, o comunque attuato da ignoti, estranei alla cerchia delle amicizie e delle frequentazioni familiari e ambientali (leggi Vaticano).
L’anno successivo alla scomparsa di Emanuela Orlandi, il 20 ottobre 1984, sparì a Roma la studentessa liceale Stefania Bini. Mentre la ragazza aspettava in piazza Cavour l’autobus per andare a scuola, passò con un furgoncino suo zio, Mario Squillaro, che le offrì un passaggio e la portò invece nella propria abitazione.

Sabrina venne uccisa dallo zio quella sera stessa e sotterrata nel pavimento dell’abitazione, un sottoscala.

Ispirandosi proprio al caso Orlandi, l’assassino simulò poi con i genitori di Stefania un rapimento da parte di «una banda di turchi», che per liberare la giovane volevano un riscatto di 600 milioni di lire.

Arrestato mentre intascava la prima rata del riscatto, Mario Squillaro confessò tutto, e finirà condannato all’ergastolo.

*A proposito dell’aspetto mediatico della vicenda Orlandi, è opportuno rilevare due questioni. La prima è il fatto che giornali e tv hanno costantemente ignorato il lavoro dei magistrati che se ne sono via via occupati, benché abbiano esercitato – e continuino a esercitare – una forte pressione mediatica sulla magistratura in relazione al caso Orlandi. La seconda questione è il fatto che la tragedia Orlandi è stata trasformata in un teleshow, in uno spettacolo televisivo da audience del tutto estraneo al giornalismo e all’informazione.

I fatti e i documenti raccolti in queste pagine ricostruiscono e denunciano il “triplo inganno” del caso Orlandi. La scomparsa della ragazza è stata utilizzata dalla Santa sede, guidata dal Papa polacco impegnato nella lotta anticomunista, per un doppio scopo: propagandistico nell’ambito della “guerra fredda” allora in corso contro i Paesi comunisti, e per allontanare le indagini dal Vaticano.
L’inchiesta giudiziaria sul caso Orlandi non si è mai conclusa, ma la verità, col passare degli anni, si allontana, anche perché i media sollevano polveroni e di fatto intralciano e condizionano l’operato della magistratura. Per questo è sempre più probabile che la sparizione della giovanissima cittadina vaticana rimanga uno degli innumerevoli misteri ingloriosi che costellano la recente storia italiana.

LA FAVOLA DELL’AVVISTAMENTO DI EMANUELA DAVANTI AL SENATO DA PARTE DI UN VIGILE E DI UN POLIZIOTTO
Alle 7.50 dell’indomani, 23 giugno 1983, Natalina Orlandi si reca nell’ufficio dell’ispettorato generale di Pubblica sicurezza presso il Vaticano per denunciare la scomparsa della sorella:
«Verso le ore 16.30 di ieri, mia sorella, Orlandi Emanuela, nata a Roma il 14-1-1968, convivente, è uscita dalla nostra abitazione, per recarsi alla scuola di canto, sita in piazza Sant’Apollinare, nella scuola “Ludovico da Vittoria”, senza fare più ritorno in casa. La medesima, verso le ore 19 successive, ha telefonato nella mia abitazione dove ha risposto l’altra mia sorella Federica, di anni 21, alla quale ha riferito di avere incontrato un uomo, non meglio descritto, il quale le aveva proposto se voleva fare una propaganda per una ditta di cosmetici, e precisamente per la ditta Avon, con sede, anzi mediante una sfilata a Palazzo Borromini o via omonima, unitamente alle sorelle Fontana, concludeva, però, nella detta telefonata, che tra qualche minuto sarebbe tornata a casa, tuttavia a tuttora non si è vista.
Durante la notte decorsa abbiamo interpellato, telefonicamente, la direttrice della predetta scuola di canto, Suor Dolores, la quale ha riferito che mia sorella è uscita da quella scuola, dove si era recata ieri pomeriggio, alle ore 19-19.15, e quindi è da presumere che la telefonata fatta a mia sorella nella nostra abitazione sia stata appunto fatta dall’interno della scuola stessa, e cioè prima che Emanuela sia uscita dalla scuola di canto. La stessa direttrice ha interpellato una ragazza, compagna di scuola di mia sorella, a nome Monzi Raffaella, su nostro suggerimento, e costei le ha riferito di essere rimasta in compagnia di mia sorella fino alle ore 19.20 circa, dopo di che, adducendo che doveva aspettare il predetto uomo col quale aveva appuntamento, mia sorella è rimasta alla fermata dell’autobus della linea 70, mentre la sua amica se ne è andata a casa.
Dalla mia abitazione, invece, mia sorella Federica ha telefonato a un’altra compagna di scuola di Emanuela, Casini Maria Grazia, la quale ha riferito di aver lasciato mia sorella verso le ore 19.20 alla predetta fermata dell’autobus in compagnia di altra coetanea, della quale non si conosce il nome. Il telefono di Monzi Raffaella è il seguente…
Mia sorella Emanuela, prima di ieri, non aveva mai manifestato propositi di allontanarsi da casa, quindi è da avvalorare che possa essere stata allettata dalle proposte dell’uomo del quale non siamo in grado di dare alcuna indicazione. Mia sorella Emanuela corrisponde ai seguenti connotati: alta 165 cm circa, corporatura snella, viso regolare, capelli lunghi, lisci e castano scuri, occhi marroni e indossava pantaloni blue jeans con camicetta bianca».
Interrogata il successivo 21 luglio dalla sezione omicidi della Squadra mobile, Natalina Orlandi dichiarerà:
«Come è ormai noto Emanuela, verso le ore 18.50 del 22 giugno scorso, telefonò in casa e parlò con l’altra sorella, Federica di anni 21, e le disse che un uomo, vicino alla scuola di musica, l’aveva avvicinata. Questi le aveva proposto un lavoro, per il sabato successivo, e cioè avrebbe dovuto propagandare i prodotti Avon. Emanuela chiese di parlare con mamma per chiedere un consiglio e per dirle di essere accompagnata presso palazzo Barberini, dove quel sabato si sarebbe svolta una sfilata di moda, nel cui contesto, appunto, dovevano essere propagandati i prodotti Avon».
Non si capisce perché Natalina (che confonde palazzo Borromini con palazzo Barberini 1) precisi che la proposta di lavoro sia stata rivolta alla sorella «vicino alla scuola di musica»: è una circostanza che non risulta sia stata riferita da Emanuela né alla sorella Federica né alle compagne della scuola di musica.
Questa testimonianza di Natalina è comunque importante perché, riferendosi alle ricerche iniziate dai familiari «verso le ore 20.45» e condotte «percorrendo le strade che solitamente Emanuela percorreva», afferma che «quel pomeriggio vi era anche uno sciopero dei mezzi pubblici». Natalina al lavoro in Parlamento ci va con autobus dei trasporti pubblici, perciò è evidente che parla di uno sciopero che ha constatato di persona o che ha temuto ci fosse. In ogni caso, le sue parole non lasciano dubbi sul fatto che si riferisce a strade che sua sorella era solita percorrere a piedi. Per cui quel giorno Emanuela al Da Victoria ci andò a piedi. Quindi non ha percorso la strada che passa davanti al Senato, e dunque non può essere stata vista né dal vigile Alfredo Sambuco né dal poliziotto Bruno Bosco.
Nel pomeriggio del giorno successivo alla scomparsa di Emanuela, verso le ore 17.00, il fidanzato di Natalina, Andrea Mario Ferraris, e il cugino Pietro Meneguzzi, figlio dello zio Mario, vanno a fare un sopralluogo in corso del Rinascimento e, dato che di fronte alla fermata degli autobus citata da suor Dolores e Raffaella Monzi c’è palazzo Madama (sede del Senato), chiedono al personale di guardia all’esterno se nel tardo pomeriggio del giorno precedente sia stato notato qualcosa di utile.
Così Natalina, alle ore 19.15 dello stesso 23 giugno, ritorna negli uffici dell’ispettorato generale presso il Vaticano per aggiungere:
«Verso le ore 17.00 di oggi, mio cugino Meneguzzi Pietro e il mio fidanzato Ferraris Andrea Mario si sono recati in corso del Rinascimento, luogo in cui è stata vista per l’ultima volta mia sorella Emanuela, e hanno domandato al vigile di turno e all’agente di polizia pure ivi di servizio, informazioni circa la scomparsa di Emanuela, ed entrambi hanno riferito di aver notato, alle ore 17.00 circa, una ragazza che potrebbe corrispondere alla predetta mia sorella parlare con un uomo, che corrisponderebbe come età, e vicino a una Bmw che corrisponde come modello e come colore a quella sopra descritta.
Più precisamente, il giovane notato dal vigile e dall’agente di polizia corrisponde ai seguenti connotati: altezza m. 1,80 circa, corporatura snella, capelli castano chiaro corti, leggermente stempiato e vestiva pantaloni e camicia classica; inoltre portava con sé una sacca reclamizzante “Avon”, che è appunto una ditta di cosmetici, la stessa che mia sorella aveva comunicato nella telefonata fatta a casa prima della scomparsa.
Il giovane, preciso, sempre per quanto riferito dal vigile e dall’agente, stava mostrando a mia sorella Emanuela i prodotti della predetta ditta. Verso le ore 19.00, sempre riferito dal vigile anzidetto, il giovane che precedentemente era stato notato insieme alla ragazza, si era avvicinato al vigile stesso e aveva domandato informazioni che riguardavano la
sala Borromini, la stessa sala in cui si sarebbe dovuta svolgere la sfilata di moda organizzata dalle sorelle Fontana».
Prende così piede la convinzione, che resisterà nel tempo a dispetto della sua inconsistenza, dell’adescamento di Emanuela attraverso i prodotti di bellezza della Avon come prima mossa del presunto rapimento.
Ferraris e Meneguzzi hanno parlato col vigile e col poliziotto della telefonata con la quale Emanuela aveva accennato ai prodotti Avon, come del resto confermerà lo stesso Sambuco nel 2002 specificando che i primi a nominare la Avon erano stati i parenti degli Orlandi e lo stesso Pietro: non Bosco, né tanto meno lui. Ecco perché Bosco e Sambuco li hanno assecondati (anche se il secondo non menzionerà mai la Avon). Dunque l’affermazione di Natalina secondo la quale un uomo «sempre per quanto riferito dal vigile e dall’agente, stava mostrando a mia sorella Emanuela i prodotti della predetta ditta» è una forzatura. Del resto Natalina, nel corso del verbale, ha trasformato in «mia sorella Emanuela» quella che, solo poche righe prima, lei stessa ha definito «una ragazza che potrebbe corrispondere alla predetta mia sorella».
Anche ammesso che il vigile e il poliziotto possano avere visto, a una ventina di metri di distanza, cosa l’uomo stesse mostrando alla ragazza, è impossibile che abbiano potuto vedere il nome della marca degli oggetti mostrati. Ma la forzatura più grave fatta da Natalina è l’affermazione che la ragazza vista accanto all’uomo fosse «mia sorella Emanuela». Stabilire l’identità di quella ragazza era compito della magistratura, non certo dei familiari, parenti o amici, tutti esposti a comprensibili suggestioni pur di aggrapparsi a qualche speranza. La forzatura della ragazza trasformata in «mia sorella Emanuela» è, insieme alle “indagini” iniziali di Pietro e Ferraris, la causa prima sia del deragliamento dell’inchiesta, sia delle errate convinzioni degli Orlandi sul “rapimento”. Convinzioni da allora mai cambiate, benché la tesi del rapimento non sia mai stata legittimata da alcuna prova.

[Nota a piè di pagina 44:
1 Di palazzo Barberini scriverà anche Pietro Orlandi nel suo libro Mia sorella Emanuela (Edizioni Anordest 2012)].