“I pirati somali convengono all’Occidente”: intervista a Massimo Alberizzi del Corriere

di Pino Nicotri
Pubblicato il 11 Agosto 2011 0:42 | Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2020 11:48

ROMA – Oltre che mio amico e cofondatore della corrente sindacale Senza Bavaglio, Massimo Alberizzi è un bravo giornalista del Corriere della Sera, del quale è da anni l’inviato in Africa. Tant’è che passa almeno sei mesi l’anno a Nairobi, in Kenia, pronto a schizzare ovunque nel Corno d’Africa e dintorni sia utile andare per seguire e narrare gli avvenimenti di quella parte di mondo sempre senza pace. Suo, tra gli altri, il recente servizio sul Corriere della Sera che finalmente ha rotto il silenzio e l’indifferenza sui marinai italiani della petroliera Savina Caylyn in mano ai pirati somali da quasi due mesi. Abbiamo intervistato per telefono Alberizzi mentre era a Mombasa.

Come mai può esistere ancora oggi il fenomeno della pirateria in mari quanto mai trafficati, solcati anche da imponenti flotte militari e scorte armate per le stesse petroliere?

L’Oceano Indiano, sul quale si affaccia la Somalia, è enorme. E in ogni caso le scorte non accompagnano le petroliere dal porto di partenza fino a quello di arrivo. A un certo punto tornano indietro, perché a centinaia di miglia dalla costa si dovrebbe essere tranquilli.

Si dovrebbe. E invece?

E invece non si è mai al sicuro, neppure in pieno oceano. La Savina Caylyn è stata catturata a ben 400 miglia dalla costa. I pirati somali si spingono anche oltre, sono arrivati a 2.000 miglia dalla costa più vicina.

Possibile che nessuno faccia come Pompeo, che in poco tempo risolse la piaga dei pirati della sua epoca? Oggi ci sono mezzi che Pompeo neppure si sognava…. Dai satelliti ai sommergibili.

Pompeo però operava nel Mediterraneo, mare che i romani non a caso chiamavano Mare Nostrum. Ma a parte questo, il problema è che non c’è la volontà politica di annientare la pirateria. Per vari motivi.

Quali?

In primo luogo la scorta di navi militari costa, e costa cara. Una petroliera o una nave commerciale che dall’Oceano Indiano passa nel Mediterraneo o viceversa deve passare per lo stretto di Suez, e già questo costa caro. Viviamo oltretutto in un’epoca di cinghie da stringere.

E in secondo luogo?

In secondo luogo non c’è la volontà politica di risolvere il problema. Anzi, l’Occidente, per l’esattezza gli Usa, contano sul caos somalo per intervenire di nuovo nell’area, abbandonata dopo gli attentati di al-Qaeda alle ambasciate Usa di Nairobi e Dar es-Salam. Nei primi anni ’90 gli Usa di fatto invasero la Somalia con la solita scusa degli aiuti umanitari, ma trovarono una resistenza accanita, e poi nel 2006 la fecero invadere dall’Etiopia, armandone l’esercito e in particolare i 17.000 soldati spediti verso Mogadiscio.

Per caso nella mancanza di volontà politica c’entrano anche i soldi?

Stavo per dirlo. I pirati somali investono in acquisti immobiliari per esempio a Londra, nelle cui banche pure depositano parte dei soldi dei riscatti. A Nairobi hanno costruito intere zone della città e lo stesso stanno facendo a Nairobi. Un mio amico che s’era intestardito a non voler vendere la sua casa, valutata 700 mila dollari, lo hanno convinto a cambiare idea mettendogli sotto il naso 3 milioni di dollari in contanti. Oltre il quadruplo del valore della sua abitazione! Investono anche a Dubai e nei vari Emirati Arabi. I soldi se li fanno paracadutare in contanti da piccoli aerei direttamente sulle navi sequestrate o depositare in banche londinesi e di Dubai. E bada che i nomi di questi somali almeno in Kenia sono ben noti, non sono certo un segreto.

Il vecchio “pecunia non olet”.

Esatto. Ma c’è di peggio. Un rapporto dell’Onu precisa che sulla costa somala dell’Oceano Indiano ci sono per esempio cinque villaggi che è noto a tutti sono abitazioni e basi dei pirati. Ma nessuno fa nulla.

In totale quanti ostaggi hanno in mano?

Può parere incredibile, ma hanno in mano 1060 sequestrati, e decine di navi. Compresa l’italiana Rosalia D’Amato, per il cui equipaggio chiedevano 20 milioni di euro, scesi poi a 14. L’armatore però non ne vuole sganciare più di 7 e mezzo. Poi ci si è messo di mezzo in modo errato il nostro ministro degli Esteri Franco Fattini.

Perché errato?

Perché ha ripetuto e ripete in continuazione ai parenti dei rapiti che loro e i rapiti non devono assolutamente parlare con i giornalisti, come se il pericolo fossimo noi e non i pirati! E’ una strategia sbagliata, perché se non si fa casino aumentando così almeno un po’ la pressione sui pirati non si ottiene nulla. Loro non hanno fretta perché se si rivogliono indietro i sequestrati non c’è altra scelta, bisogna solo pagare. Il brutto è che il silenzio imposto da Frattini, e dagli armatori, ha un unico obiettivo: abbassare il prezzo. Alla faccia della vita e della libertà dei nostri concittadini in mano ai pirati.

“Siamo tutti italiani!”, quando fa comodo. Ma c’è sempre chi è più italiano degli altri.

Esatto. Ai pirati che nel golfo di Aden sequestrarono la Buccaneer diedero 500 mila dollari di anticipo perché tenessero alla larga i giornalisti. Per fortuna alla fine l’equipaggio, italiano, è stato liberato.

Il tutto mentre nel Corno d’Africa c’è una carestia che ammazza milioni di persone, in gran parte bambini.

In realtà la gente scappa dalle pallottole, dalle guerre, più che dalla carestia. Questa pur essendo certo grave non è così tragica come dipinta dai nostri mass media. I quali esagerano, come già a suo tempo in altri campi con l’Iraq e poi con la Libia, sotto la spinta degli Usa che hanno intenzione di tornare in questa parte del mondo non appena se lo possono permettere. Questa è una zona strategica per tenere sotto controllo varie rotte del petrolio a est come a ovest, e può essere utile in caso di bisogno per l’area che va dai Paesi arabi del Nord Africa al Sudan e all’Iran. Specie nel caso che l’Arabia Saudita decidesse di sfrattare le basi americane.