Ricerca in Italia. “Piangono i gufi spreconi; precari, regola mondiale”

di Pino Nicotri
Pubblicato il 13 novembre 2014 8:31 | Ultimo aggiornamento: 15 novembre 2014 8:42
Ricerca in Italia. "Piangono i gufi spreconi; precari, regola mondiale"

Alessandro Bettini

ROMA – La nomina della nostra connazionale Fabiola Gianotti a direttore generale del CERN (acronimo di Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) è stata accolta dal mondo accademico italiano con grande entusiasmo, ma se si va a chiedere agli studenti di Fisica dell’Università di Milano, dove Gianotti si è laureata a suo tempo, più che entusiasmo si raccolgono preoccupazioni. Preoccupazioni per il futuro della ricerca scientifica in Italia e preoccupazioni per le condizioni presenti e future delle Università italiane.

“Mentre le istituzioni si rallegrano e si congratulano per questo risultato, sull’altra faccia della medaglia c’è un sistema universitario/accademico/della ricerca che sta andando a rotoli”, dice senza mezzi termini uno studente del quarto anno. “L’università italiana è in fortissima crisi, con tagli di proporzioni spaventose, un invecchiamento molto preoccupante degli accademici e una riduzione drastica delle assunzioni di giovani ricercatori”, dice un giovane ricercatore con contratto a termine, cioè un precario, e retribuzione inferiore ai mille euro mensili.

“Stiamo festeggiando per un italiano, o meglio un’italiana che si è meritatamente distinta all’estero, ma difficilmente possiamo e potremo festeggiare per italiani o stranieri che si distinguono in Italia. La sensazione è che si tratti per il nostro paese di un festeggiamento più che altro commemorativo, non arricchito da uno sguardo sereno e fiducioso verso il futuro”, conclude una studentessa del terzo anno.

Per sapere come stiano in realtà le cose, e cioè se per il futuro della Fisica italiana dobbiamo essere ottimisti o pessimisti, abbiamo intervistato il professore emerito e ricercatore in fisica nucleare Alessandro Bettini, che oltretutto conosce bene Fabiola Gianotti per avere lavorato anche con lei. Bettini è stato, tra l’altro, vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e direttore dei suoi Laboratori Nazionali del Gran Sasso, impiantati nelle viscere di tale montagna.

L’Italia festeggia la nomina – a partire da gennaio 2016 – di Fabiola Gianotti a prossimo direttore generale del CERN, risultato eccezionale e certamente meritato per la scienziata italiana, che è stata portavoce del più grande fra gli esperimenti del Large Hadron Collider (in italiano Grande Collisore di Adroni, cioè di protoni e ioni pesanti, e in sigla LHC). L’ultimo e più clamoroso di questi esperimenti è la recente scoperta del bosone di Higgs, postulato fin dagli anni 60: particella che è alla base del meccanismo che genera tutte le altre particelle, cioè tutto ciò che ci circonda. Lei ha avuto modo di conoscere Gianotti? Se sì, quali ricerche conducevate assieme?

La scelta di Fabiola Gianotti fatta dai Governi degli Stati Membri del CERN (21 in numero) è anzitutto un riconoscimento dell’eccellenza scientifica e delle capacità di governo di strutture di ricerca della persona. Tanto più perché la riunione del Consiglio in cui la decisione è stata presa ha avuto durata brevissima. Tuttavia non si tratta di risultato “eccezionale” come nella sua domanda. Infatti, degli ultimi sei direttori generali tre sono italiani (e uno dell’UK, uno francese, uno tedesco). Queste cose non avvengono per caso. Certamente una parte del merito va alla diplomazia dei Governi italiani. Questi, ora e nei casi precedenti, hanno usato la carta vincente dell’eccellenza dei risultati scientifici e dell’organizzazione della fisica nucleare e subnucleare italiana. In Italia abbiamo nel campo una struttura unica al mondo, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). L’INFN agisce in “simbiosi mutualistica” con una ventina di Università. Il suo personale è in parte dipendente direttamente dell’Istituto (com’è stata la dottoressa Gianotti prima di trasferirsi al CERN), in parte universitario “collaboratore” dell’Istituto stesso. L’INFN non solo finanzia ma, forse più importante, coordina, seleziona e guida, su base nazionale e internazionale, le ricerche del settore. Mi lasci osservare che, tra l’altro, l’industria italiana durante la costruzione di LHC, ha potuto ricevere molte commesse dal CERN, grazie al pluriennale precedente impegno dell’INFN di trasferimento di tecnologie di avanguardia nei settori, in particolare, dell’elettronica e della superconduttività. Tutti i governi che si sono succeduti hanno riconosciuto la validità delle strutture organizzative dell’INFN e non hanno agito con “riforme” come per gli altri Enti.

Per venire alla sua domanda specifica io conosco molto bene la dottoressa Gianotti. Ne ho seguito il lavoro e la carriera, prima nell’INFN poi al CERN, anche nelle mie responsabilità di vicepresidente INFN durante la progettazione e costruzione degli esperimenti a LHC. Non abbiamo mai fatto ricerche assieme.

La nomina di Gianotti non avviene in un momento piuttosto amaro per la fisica e per la ricerca scientifica in Italia? Non sono pochi a sostenere che sull’altra faccia della medaglia c’è un sistema universitario, accademico e della ricerca scientifica che sta andando a rotoli.

Non condivido l’amarezza. Lagnarsi e piangersi addosso è una caratteristica di una buona parte degli italiani, i “non pochi” cui si riferisce. Questo tipo di atteggiamento non porta da nessuna parte. Non c’è nulla che stia andando a rotoli. La crisi in atto da molti anni impone una riduzione drastica delle spese della Pubblica Amministrazione. Ciò è vero in tutti i Paesi, nella maggioranza dei quali ciò è avvenuto già, ma con meno piagnistei che in Italia. In queste condizioni tutti devono fare sacrifici. Bisogna comprendere e lavorare, invece che lagnarsi.

Mi limito alle situazioni che conosco meglio.

Negli ultimi, diciamo, 15 anni i bilanci dell’INFN non sono variati di molto, in termini formali. La diminuzione della parte disponibile per investimenti è gradualmente diminuita per due cause principali: l’inflazione (non compensata da aumenti di finanziamenti) e l’aumento delle spese per il personale che ha superato di molto l’inflazione. In aggiunta, la gestione del bilancio è divenuta più complessa a causa di diversi fattori: in negativo, l’eliminazione da parte del primo Governo Prodi dei piani quinquennali, che in precedenza, una volta approvati dal Governo, permettevano all’INFN l’ottimizzazione delle risorse sul medio periodo, in positivo, l’impegno crescente dell’UE nel finanziamento della ricerca di base, e i fondi disponibili dalle Regioni. L’INFN ha potuto superare le difficoltà, adattarsi alle novità e mantenere la ricerca italiana a livello di eccellenza mondiale grazie alle sue strutture organizzative e manageriali.

La situazione delle Università è più complessa e molto diversa da sede a sede. Ci sono molte sedi virtuose ma anche quelle che hanno dimostrato di non gestire oculatamente i bilanci. Moltissime sedi avevano, prima della crisi, aumentato vistosamente negli anni la spese di personale, avvicinandosi, in alcuni casi, al 100% del “Fondo di finanziamento Ordinario” ricevuto dal Ministero. In questa situazione il sistema universitario si è trovato debole di fronte alla crisi, gli aspetti negativi hanno acquistato visibilità (con campagne di stampa spesso ingiuste e diffamatorie), e ne hanno sofferto anche le sedi virtuose. Tuttavia, nel Dipartimento di cui facevo parte prima della pensione, Fisica e Astronomia a Padova, diverse decine di giovani ricercatori sono stati assunti negli ultimi anni grazie ad un’accorta politica di utilizzo delle disponibilità.

Nonostante i pianti, chi gufo non è può vedere nella crisi anche qualche aspetto positivo. La diminuzione delle risorse pubbliche può favorire una migliore organizzazione, far ridurre le spese non necessarie, stimolare iniziative volte ad aumentare i finanziamenti privati (molto minori in Italia che in Paesi simili), organizzare le richieste di finanziamenti Europei, ecc. Tutto questo sta di fatto avvenendo.

Sicuramente il nostro Paese ha contribuito negli anni agli esperimenti al CERN con finanziamenti ingenti, e questo è un gesto molto importante, da apprezzare soprattutto in momenti di crisi come quello attuale. Il CERN è un ambiente internazionale e multiculturale, in cui si incontrano molti fra i migliori ricercatori, e sono migliaia, impegnati nella ricerca nella fisica delle alte energie. Al contrario, l’università italiana è in fortissima crisi, con tagli di proporzioni spaventose (l’aggettivo non è casuale).

I contributi italiani al CERN non sono solo di finanziamento degli esperimenti, peraltro notevoli, ma soprattutto, voglio sottolineare, i idee innovative, di pluriennale attività di ricerca e sviluppo dei componenti dei rivelatori, di realizzazione in Italia, presso le Università e i suoi Laboratori Nazionali, di officine nelle quali produrre i rivelatori stessi e di formazione del personale altamente qualificato necessario, di trasferimento di tecnologie alle industrie nazionali per la produzione di serie (gli esperimenti a LHC contengono migliaia di esemplari di ciascun componente).

Il CERN è stato creato da alcuni Paesi europei, trai quali l’Italia, 60 anni fa. È un laboratorio internazionale anche nostro. Chi, come la dottoressa Gianotti, ad un certo momento della carriera si sposta al CERN non lascia il sistema Italia, perché appunto in buona parte italiano il CERN è.

Con tutto questo la crisi del sistema universitario italiano non ha molto a che fare. Ma a proposito di questa, ripeto, un atteggiamento disfattista non serve assolutamente a nulla. Chi è gufo si lagna, chi non lo è si rimbocca le maniche e lavora.

La crisi dell’Università italiana non comporta un invecchiamento piuttosto preoccupante degli accademici e una riduzione drastica delle assunzioni di giovani ricercatori? Come potrà andare avanti la ricerca scientifica in Italia se non si assumono a sufficienza, e in modo dignitoso, giovani ricercatori?

Le limitazioni nel reclutamento di giovani ricercatori sono l’aspetto preoccupante della crisi attuale. La limitazione del turnover che si protrae da parecchi anni in diverse forme sta cominciando ad avere effetti negativi. Essa però non è dovuta solo alla necessità di far quadrare il bilancio statale, ma anche, purtroppo, alle precedenti politiche di eccessivo aumento del personale e, soprattutto, di rilassamento dei criteri di merito al momento delle selezioni, ovvia conseguenza della riforma Berlinguer dei concorsi universitari (da nazionali a locali). Il fatto che molti giovani ricercatori trovino occupazione presso Università e Centri di ricerca stranieri ha l’ovvio aspetto negativo che l’Italia perde giovani la cui preparazione è costata molto, ma anche quello positivo che l’Università italiana, almeno in alcuni settori, produce laureati di eccellenza mondiale. L’esportazione di un certo numero, minore di quello attuale, di ricercatori è peraltro del tutto fisiologico, non patologico, di tutti i Paesi avanzati (globalizzazione anche qui). Il fatto negativo è lo sbilancio tra esportazioni e importazioni di ricercatori. Queste ultime sono in Italia poche. La ragione non è tanto da ricercare nelle retribuzioni ma nella scarso numero di centri di avanguardia. Ce ne sono, ma troppo pochi. Posso citare, di quelli che conosco ma ce ne sono certo altri, i laboratori nazionali INFN, l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, il LENS (Laboratorio di Spettroscopia non Lineare) di Firenze, il Global Earthquake Model (per la prevenzione del rischio sismico) di Pavia. Questi Centri attraggono personale ricercatore dall’estero a tutti i livelli, direttore incluso, ma sono, appunto, troppo pochi. Va aggiunto che l’industria italiana investe poco, rispetto ad altri paesi, in ricerca e sviluppo di prodotto.

Vantare l’eccellenza della formazione fisica attuale in Italia ponendo a suo esempio il successo della Gianotti non è un errore grossolano? Stiamo infatti parlando di formazione (accademica, non nel lavoro) avvenuta più di 20 anni fa: dopo avere conseguito il dottorato presso l’Università di Milano nel 1989, la ricercatrice ha lavorato al CERN di Ginevra dal 1994. Si vedono ora i frutti di un lavoro di alto livello svolto dalle università italiane un quarto di secolo fa.

Il successo della dottoressa Gianotti è solo un esempio tra i molti che si potrebbero fare e che non hanno avuto la stessa risonanza mediatica. I corsi di laurea e di dottorato in Fisica, per citare quanto conosco, continuano a produrre ricercatori di eccellente formazione a livelli che non sono secondi a nessun altro Paese. Ciò è dimostrato, tra l’altro, dalle posizioni offerte in tutti i centri di eccellenza anche a persone molto più giovani della dottoressa Gianotti.

Fra vent’anni si potranno vedere risultati altrettanto buoni? Date le condizioni attuali delle ricerca in Italia, le prospettive si direbbero tutt’altro che positive. Lei come le vede?

Non vedo alcuna ragione perché tra vent’anni i giovani che si formano oggi non debbano avere le stesse opportunità e capacità di sfruttarle di ora. Sono spesso ottimi, non si preoccupi. Tocca ripetere, i gufi non prevarranno.

Il taglio ai finanziamenti è solo una parte del problema, che comprende anche un alto livello di precarietà, sia nel numero che nella durata dei contratti. Poi ci sono gli stipendi più bassi rispetto ad altri Paesi europei e una burocrazia che ingessa il sistema rendendolo spesso ingestibile.

“Precarietà” del “posto di lavoro” è un concetto solo italiano. I contratti a tempo determinato sono la norma in tutti i Paesi avanzati, specie nella ricerca. Il posto fisso non esisterà più neppure in Italia. Questa infatti la prima condizione necessaria per superare la crisi e per creare, in particolare, posizioni lavorative. Non ho elementi per confrontare gli stipendi (tranne che con quelli Spagnoli che sono inferiori ai nostri). La burocrazia purtroppo è un problema non solo italiano, ma di molti paesi europei e, ancor peggiore, dell’Unione Europea.

Stiamo festeggiando per un italiano che si è meritatamente distinto all’estero, ma possiamo e potremo festeggiare per italiani o stranieri che si distinguono in Italia? O si tratta di un festeggiamento più che altro commemorativo, non arricchito da uno sguardo sereno e fiducioso verso il futuro?

Ripeto, il CERN NON è estero, ma un laboratorio Italiano e di altri Paesi. Abbiamo messo assieme le forze, ideali ed economiche, per arrivare dove ciascuno di noi, da solo, non poteva arrivare. E abbiamo, come Europa, vinto, sinora.

Sugli stranieri in Italia ho detto. I direttori di alcuni Enti (pochi) sopra citati sono eccellenti ricercatori stranieri.

Lei ha diretto il laboratorio dell’Infn costruito all’interno del Gran Sasso, mi pare per studiare i neutrini. Può spiegarci cosa sono i neutrini e i risultati ottenuti da tale laboratorio?

I Laboratori Nazionali del Gran Sasso sono un laboratorio dell’INFN. Fu creato più di 30 anni fa dal Prof. A. Zichichi allora Presidente dell’Istituto. La sua missione è la seguente. La nostra conoscenza della fisica fondamentale ha fatto, e fa, enormi progressi con gli esperimenti agli acceleratori, come il CERN. Ma sappiamo che le forze fondamentali convergono in una sola ad energie estremamente alte irraggiungibili da alcun acceleratore, presente o futuro. Ancora più alte sono le energie del big bang. Per fortuna abbiamo una via indiretta. Fenomeni caratteristici di quelle scale di energia estreme, avvengono anche spontaneamente, ma in maniera estremamente rara, tanto più quanto è alta la scala di energia. Ecco perché bisogna costruire gli esperimenti in un laboratorio sotto terra, dove le rocce sovrastanti proteggono dalla radioattività naturale, raggi cosmici e decadimenti radioattivi. Il Laboratorio del Gran Sasso è il più grande al mondo di questo tipo, con la più grande utenza scientifica, per più della metà non italiana (USA, Russia, Germania, Giappone, Cina, ecc.).

Nel Laboratorio ci sono esperimenti di frontiera non solo sui neutrini, ma anche sulla materia scura (che costituisce la gran parte della materia dell’universo, ma non sappiamo cosa sia), sui raggi cosmici, in astrofisica nucleare ecc.

I neutrini, per venire alla domanda, sono di tre tipi diversi. Sono neutri e interagiscono pochissimo con le altre particelle. Nell’attuale teoria, il “Modello Standard”, si assume che non abbiano massa. Al Gran Sasso e in altri laboratori sotterranei abbiamo scoperto che invece masse ne hanno, sia pur molto più piccole delle altre particelle. Inoltre, di nuovo contrariamente alla teoria, si trasformano da un tipo all’altro. La fisica dei neutrini è attualmente uno dei capitoli aperti della fisica fondamentale. Potrebbero coincidere con la loro antiparticella, come previsto nel 1937 da Ettore Majorana. Al Gran Sasso ci sono due degli esperimenti di frontiera in questo settore.

L’esperimento Borexino, condotto nel Gran Sasso, mi pare abbia rilevato l’esistenza dei “geoneutrini”. Può spiegare di cosa si tratta e l’importanza di tale scoperta?

Il “geo” davanti a “neutrini” indica semplicemente neutrini prodotti dalla Terra. Per la precisione sono antineutrini elettronici (come quelli dei reattori nucleari) prodotti dai decadimenti radioattivi all’interno del nostro pianeta. Sono molto difficili da rivelare e BOREXINO l’ha fatto. I geologi sanno che le reazioni nucleari contribuiscono in maniera sostanziale alla produzione di energia termica nella Terra e hanno sviluppato modelli. Questi però devono essere verificati sperimentalmente. I (geo)neutrini sono messaggeri che portano informazioni uniche in proposito. Qui si sta aprendo un nuovo campo di indagine.

Lei inoltre ha diretto un laboratorio in Spagna. Di cosa si occupava?

Io sono attualmente e da quasi otto anni il direttore del Laboratorio Subterráneo de Canfranc costruito vicino ad un tunnel stradale sotto i Pirenei. È molto simile a quello del Gran Sasso, ma dieci volte più piccolo sia in dimensioni fisiche, sia in finanziamento sia in personale. In questo periodo abbiamo lavorato alla costruzione del programma scientifico. Questo è necessariamente simile a quello del Gran Sasso, ma fortemente limitato dalla scarsezza delle risorse economiche per la ricerca del settore in Spagna, molto inferiori all’Italia.

Carlo Rubbia, Premio Nobel per la Fisica nel 1984, negli anni ’80 mi ha parlato di un suo progetto per produrre energia utilizzando una sorta di motore a scoppio nucleare. Che consisteva in un adeguato spazio chiuso nel quale far cadere in continuità e una alla volta microsfere di materiale radioattivo da colpire con un potente raggio laser. Una volta colpite le microsfere sarebbero esplose producendo così l’energia da sfruttare, un po’ come nel cilindro di un motore a scoppio l’energia è prodotta dalla continua serie di esplosioni della benzina incendiata dalle scintille della candela. Che fine ha fatto tale progetto?

Non conosco il progetto specifico cui si riferisce, né sono a conoscenza di alcuno sviluppo. La ricerca a cui lei si riferisce sembra essere quella della “fusione a confinamento inerziale” in corso in diversi laboratori del mondo (non in Italia). Si cerca di far avvenire reazioni di fusione nucleare tra deuterio e trizio, in genere in forma di microsfere, spingendole da tutti i lati da impulsi LASER di potenza. (da non confondere con i processi di fissione cioè la rottura con liberazione di energia di nuclei pesanti quali l’Uranio). Si tratta di un approccio alla fissione alternativo al confinamento magnetico, come ad esempio a ITER. È una via interessante, ma per risultati pratici ci vorrà qualche decina di anni, ammesso che ci siano.

Rubbia mi parlò anche dell’opportunità di sostituire con il torio l’uranio e il plutonio usati oggi nelle centrali nucleari. Mi spiegò che ci sarebbero stati due vantaggi: l’abbondanza di torio estraibile anche dal mare e disponibile per centinaia d’anni, e la scarsezza di produzione di plutonio, oggi usato per le bombe atomiche, come “cenere” della combustione nucleare. Che fine ha fatto anche questo progetto?

Non c’è bisogno di Rubbia per sapere che il torio sia molto più abbondante dell’uranio, anche se di questo ce n’è abbastanza per parecchi decenni. Ci sono state proposte, ma nessuna concreta, di come farlo cioè in pratica. In ogni caso, è inutile illudersi: non c’è nulla in pentola che possa sostituire, o semplicemente affiancarsi, all’energia nucleare, che rimarrà per decenni la fonte principale più sicura e più pulita.

Cos’è il Rubbiatron, anch’esso ideato da Rubbia? E’ rimasto sulla carta o è stato realizzato? Qualcuno lo definì “il nucleare verde”.

Mi dispiace, ma non so cosa lei intenda con questo termine. Potrebbe trattarsi della tecnologia nota come Accelerator Driven System (ADS) allo studio in diversi laboratori al mondo. Si tratterebbe di un reattore nucleare a fissione tenuto sotto critico, nel quale la reazione a catena è indotta da un fascio di protoni prodotto da un acceleratore. Ci si sta lavorando, ma ancora a livelli molto lontani da applicazioni pratiche.

Sì, il cosiddetto Rubbiatron è proprio quello. Rubbia mi disse che sarebbe stato usato come combustibile il torio. Ma cambiamo argomento. Perché mai dovrebbero esistere le “particelle ultime”, non più divisibili, cioè i “mattoni della materia”? Non è più logico, se l’espressione ha un senso, che ogni particella sia frantumabile a patto di poterla colpire con energia adeguata? Viceversa, se esistesse davvero la particella ultima, cosa potrebbe mai legarla a particelle identiche a lei?

Nessuno scienziato parlerà mai di particelle ultime o penultime. Cosa uno possa considerare più o meno “logico” è del tutto irrilevante. La natura ci dice come è fatta, la logica che ha scelto, se la si interroga sperimentalmente. In tutti gli esperimenti fatti sinora i quark, gli elettroni e i neutrini appaiono puntiformi e infrantumabili. Cosa impareremo in futuro, se disporremo di energie maggiori, ad esempio se i quark sono composti da strutture più piccole, non lo sa nessuno. Per ora non si rompono.

Tutte le particelle elementari di un tipo, ad esempio gli elettroni, sono identiche. Due elettroni non sono distinguibili in linea di principio. Questo non c’entra nulla col fatto che siano “ultimi”, che si leghino o no. Le particelle si legano scambiandosi forze. Ad esempio due protoni sono identici ma si legano, assieme a due neutroni pure tra loro identici, a formare un nucleo di Elio. La forza elettrica tende a separarli, perché le cariche sono entrambe positive, ma c’è anche una forza “nucleare forte” che invece è attrattiva e più intensa di quella elettrica. Analogamente per i quark, possono essere identici e legarsi tra loro.

Quali sono gli studi, i progetti e i programmi scientifici più promettenti in corso oggi in Italia?

Non sono onnisciente. Ce ne sono di sicuro molti, ci vorrebbe un’enciclopedia.

E se oltre al fenomeno fisiologico dell’emigrazione di ricercatori di alto livello esiste anche un’immigrazione, cioè una capacità di attrazione in Italia, di ricercatori stranieri di pari livello. Mi pare ci fosse, una trentina di anni fa, in un laboratorio di Trieste un notevole scienziato, un fisico nucleare, Abdus Salam, non ricordo se indiano o pakistano: è rimasto o è emigrato?

È difficile diventare bravi ricercatori maturi senza un periodo di qualche anno in laboratori diversi possibilmente in Paesi diversi. Per attrarre scienziati di valore bisogna avere strutture di eccellenza. Le ho già dato alcuni esempi. Quello che lei cita per Trieste è l’ICTP (International Centre of Theoretical Physics). Da notare che l’ICTP si definisce come “a world-class institution that aims to advance scientific excellence in the developing world”. Possiamo quindi esserne fieri e vantarcene. È finanziato per la maggior parte dal governo italiano. Per un lungo periodo ne è stato direttore Abdus Salam, premio Nobel per la Fisica, pachistano. Ma il tempo passa, lui è rimasto a Trieste sino alla fine e purtroppo ci ha lasciati ormai per sempre. L’attuale direttore è italiano, ma il precedente era sudamericano. In Italia di alto livello abbiamo anche, tra le altre, le Scuole di Erice, organizzate da Zichichi che attraggono premi Nobel in ogni disciplina e le Scuole di Varenna, della Società Italiana di Fisica, anch’essa di notevole attrazione per premi Nobel.

La capacità di attrazione in Italia è limitata perché questi centri di eccellenza sono di altissimo livello, ma non sono tanti quanti in altri Paesi. Quando se ne creano di nuovi, come qualche anno fa l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), si pagano non stanziando nuovi fondi, ma prendendo i soldi dalla stessa borsa degli Enti esistenti. E ci sono perciò reazioni negative del sistema. Un altro elemento non positivo è la tendenza del sistema universitario italiano a preferire i locali agli stranieri o anche semplicemente a persone di altre sedi, difetto aggravato dalla citata riforma Berlinguer. La logica è: alleviamo bravi giovani, quando si libera un posto perché dobbiamo darlo a uno da fuori? Non è seguita sempre, ma lo è spesso.