Salvini flop a San Giovanni, il manganello di Zaia si affloscia

di Pino Nicotri
Pubblicato il 20 Ottobre 2019 8:20 | Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre 2019 8:20
Salvini flop a San Giovanni, il manganello di Zaia si affloscia

Da sinistra, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sul palco di piazza San Giovanni a Roma (Foto Ansa)

Che fosse se non un proprio un fallimento qualcosa di simile, o comunque molto meno di quanto ci si aspettava, era chiaro fin da quando Matteo Salvini ha detto: “Siamo 200mila”. E non c’era bisogno che la polizia dicesse che le presenze per la manifestazione nazionale in piazza S. Giovanni, preparata in più di un mese, erano solo 50mila. Riduzione non sospetta di manipolazioni interessate perché la polizia ha sempre fatto le pulci, dividendo per 4 e a volte per 5 le cifre ufficiali,  anche alle affermazioni dei sindacati e dei partiti di sinistra quando sostenevano che alle loro manifestazioni nazionali nella stessa piazza c’erano un milione di partecipanti. Salvini non poteva non enfatizzare le cifre, visto che il 9 settembre nella piazza di Montecitorio arringava un piccola folla di seguaci promettendo: “Ci vediamo il 19 ottobre a Roma e prenderemo piazza San Giovanni”. Una presa alquanto debole…

E che il più recente ex ministro dell’Interno, detto anche ministro di Polizia, venga clamorosamente smentito proprio dalla polizia è uno smacco che farebbe arrossire anche un paracarro. E meno male che nel discorso di commiato dal Viminale lo stesso Salvini ha declamato che aveva visto nel personale del ministero “lacrime di commozione e tristezza” provocate dal suo trasloco… 

In ogni caso, 50 o 200mila, si tratta di una cifra che spezza le gambe alle ambizioni di chi ha organizzato da tempo e con la massima cura la kermesse in questione per “mandare a casa il governo delle poltrone”, imporre di conseguenza le elezioni anticipate e mettere le mani avanti anche per una maggiore o totale autonomia della cosiddetta Padania o di suoi pezzi. Anche a voler dare per buona la cifra, per reclamare l’indipendenza della Catalogna sono pochi pure i 500mila della manifestazione a Barcellona. 

Manifestazione della quale i giornali, le tv e i social, non solo in Italia, hanno insistito a mostrare le immagini di cassonetti delle immondizie dati alle fiamme “per farne barricate”: peccato però che i cassonetti incendiati pareva proprio fossero sempre gli stessi e che le barricate – se si intendono quelle note dalla rivoluzione francese in poi fino alle rivolte razziali negli Usa, con il fronteggiarsi armato di manifestanti e polizia – non le ha viste nessuno.

Basta leggere un qualunque libro di Storia per sapere che la secessione non è un parto indolore… E che non bastano manifestazioni e qualche cassonetto incendiato, altrimenti si resta tutto sommato nel campanilismo o regionalismo. Fermo restando il fatto che male fa la Spagna a non riconoscere almeno il catalano come altra lingua del Paese.

Cifre ufficiali e cifre reali a parte, il topolino partorito dalla montagna della accurata e massiccia preparazione delle manifestazione nazionale del centro destra è fotografato bene dal discorso del governatore leghista veneto Luca Zaia. Il 31 agosto alle festa della Lega a Conselve, nel Padovano, eccitato dall’arrivo di Salvini oltre che dalla permanenza di temperature elevate, Zaia convinto che si andasse a elezioni anticipate anziché a un governo Conte bis ha ordinato alla massa leghista presente: “Da qui alle prossime elezioni voglio un popolo pancia a terra. Vi aspetto tutti in strada pronti a fare la rivoluzione”. 

Il suo ordine non solo non è stato rispettato, non c’è stata infatti nessuna rivoluzione, pance piene più che “a terra”, nessun popolo in strada e piazza S. Giovanni niente affatto gremita, ma lui nel suo comizio alla kermesse romana s’è ridotto a dire che bisogna: “Togliere il galateo alle forze dell’ordine e riconsegnare il manganello”. Poiché ha poi ribadito “noi vogliamo l’autonomia”, forse Zaia dovrebbe meditare sul fatto che il manganello la polizia lo potrebbe usare verso i suoi “tutti in strada pronti a fare la rivoluzione”.

Commovente nel suo comizio l’enfasi di Giorgia Meloni contro “il governo dei poltronisti”. A proposito di poltrone, lei è in parlamento da quando aveva 29 anni, per quattro legislature consecutive, per tre anni e mezzo ministro di un governo Berlusconi e per due anni e mezzo vicepresidente della Camera. Il tutto passando da Alleanza Nazionale al Popolo delle Libertà fino a Fratelli d’Italia.