Sea Watch, Salvini autorizzò l’attracco? Era festa, forse il fonogramma…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 5 Luglio 2019 13:31 | Ultimo aggiornamento: 7 Luglio 2019 12:11
Sea Watch, Salvini autorizzò l'attracco? Era festa, forse il fonogramma...

Sea Watch, Salvini autorizzò l’attracco? Era festa, forse il fonogramma…

ROMA – Due novità passate inosservate nel pasticciaccio brutto Sea Watch-Guardia di Finanza:

– stando a quanto dichiarato in parlamento dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in risposta a un’interrogazione del deputato Nicola Fratoianni, il Viminale aveva autorizzato l’attracco in porto a Lampedusa per la mattina del 29 giugno;

– nessuno però ha comunicato tale decisione alla nave, come ha testimoniato in parlamento Fratoianni, uno dei parlamentari a bordo. Il botta e risposta tra i due somiglia più che altro a due mediocri comizietti, ma tralasciamo. Che la comunicazione possa non essere avvenuta – magari perché presa in orario ormai non di ufficio…. – non mi meraviglia.

La buonanima di Gianni Rocca nel suo libro “Fucilate gli ammiragli” ha raccontato, documenti alla mano, come durante la seconda guerra mondiale la battaglia navale con gli inglesi a Capo Matapan sia stata persa, con 2.331 nostri marinai morti e 1.163 catturati dagli inglesi, anche a causa di un dispaccio urgente partito dal comandante italiano, ma infilato nella cartella sbagliata sul tavolo dove Supermarina – lo stato maggiore della nostra marina militare – seguiva e dirigeva la battaglia standosene comodamente seduta in poltrona vicino Roma.

Se è vero che Salvini aveva autorizzato lo sbarco, la sua decisione non deve essere arrivata neppure ai finanzieri, visto che in mare con una motovedetta hanno cercato di fermare la Sea Watch. Che per decisione della comandante ha invece proseguito, attraccando al molo solo con una manciata di ore di anticipo rispetto quanto stabilito da Salvini. Tanto rumor per nulla… Insomma, pare proprio che siamo in presenza di un altro teatrino di inefficienze all’italiana. Utile solo a infiammare gli animi già accesi dalla caldana estiva e scatenare polemiche “politiche”, che però di politico non hanno nulla se non l’aumento trionfale del consenso a Salvini.

Come che sia, dare del delinquente e poi anche del criminale a chi non ha nessuna condanna penale che lo possa qualificare come tale, e neppure carichi pendenti, è un reato: si tratta di diffamazione. Che a compiere un tale reato, per giunta compiacendosene, sia un ministro è un fatto grave. E se a compierlo, vantandosene pure pubblicamente, è un ministro dell’Interno allora il fatto è ancora più grave: in una democrazia funzionante il ministro verrebbe destituito dalle sue funzioni o quanto meno questo chiederebbe l’opposizione.

Ma siamo in Italia, il BelPaese dei tarallucci e vino. Nel cui parlamento il ministro in questione anziché rispondere puntualmente alle domande dell’interrogazione ha polemizzato svicolando. Ha definito “nave da guerra” la vedetta della Finanza e addirittura “atto di guerra” il tirar dritto della Sea Watch, quando le navi della Finanza non sono “navi da guerra”, specie se si trovano in acque italiane. Salvini ha sparato l’affermazione che l’annullamento del mandato di cattura per Rackete autorizza d’ora in poi chiunque in Italia non solo a non fermarsi all’alt delle pattuglie di polizia o carabinieri, ma anche a speronarne le auto.

Gli si potrebbe ribattere meno assurdamente che il suo fottersene della condanna della sua Lega a dover restituire allo Stato i 49 milioni di euro fatti sparire in vari modi autorizza non solo gli altri partiti, ma anche i comuni cittadini a rubare a man bassa anche loro soldi pubblici. Non contento, il ministro dell’Interno in un suo videoselfie ha definito la comandante della Sea Watch “questa criminale”.

Ha sostenuto assurdamente che “questa criminale” ha “provato ad ammazzare cinque militari italiani”, che “hanno rischiato di finire schiacciati, ammazzati”. Rischio che però non ci sarebbe stato se qualcuno si fosse preso la briga di comunicare ai finanzieri e alla nave la decisione che Salvini dice di avere preso. Ormai quello di Salvini contro la Sea Watch e il suo comandante sembra un duello, una sorte di sfida all’OK Corral. Una ripicca. Nel gennaio scorso dopo aver soccorso in acque italiane 47 migranti (di cui 15 minorenni) la nave dovette attendere dal 24 al 30 prima di poter attraccare nel porto di Catania.

Cosa che era costata a Salvini, al premier Giuseppe Conte, al vice premier Luigi Di Maio e al ministro Danilo Toninelli, l’accusa di sequestro di persone, accusa archiviata lo scorso giugno. Per poi ritrovarsi Salvini dopo pochi giorni a riavere a che fare con la stessa nave e per gli stessi motivi. Se è grave dare a vanvera del delinquente e criminale, è grave anche il fatto che Salvini ogni volta che un magistrato prende una decisione a lui sgradita lo accusa di manovre e complotti politici. A volte in modo intempestivo e improvvido, come nel caso della nave Diciotti dell’agosto 2018, perché le accuse mossegli dalla Procura di Agrigento sono state velocemente archiviate. La decisione di annullare l’arresto e l’espulsione di Rackete ha suscitato la reazione furibonda del ministro, che ha parlato di “sentenza politica e vergognosa” oltre che di “assoluzione che fa male all’Italia”, aggiungendo che “urge riforma della giustizia”.

E dire che non è passato neppure troppo tempo da quando Salvini dichiarava che disobbedire alle leggi ingiuste è un dovere e non un reato. Ora si capisce che in campagna elettorale i rosari e i vangeli li agitava, sì, ma solo perché voleva sbatterli in testa a un po’ di gente. Un ministro dovrebbe sapere che non di assoluzione si tratta, in quanto non c’è stato ancora nessun processo (le indagini infatti continuano), ma di un semplice annullamento di ordine di arresto.

Che in Italia sarebbe il caso di riformare ANCHE la Giustizia è un dato di fatto, ma lo si dice da una vita. Minacciare di farlo come ritorsione contro la decisione di un magistrato non conforme ai desideri e alle pretese del ministro dell’Interno, detto anche ministro di Polizia, non è né sano né rassicurante. Anzi, è preoccupante. Decisamente preoccupante. Una magistratura subordinata alla polizia…. Quando da tempo uno dei cardini dello Stato di diritto e della democrazia liberale è la suddivisione dei tre poteri: legislativo (parlamento), esecutivo (governo) e giudiziario (magistratura). Di indipendenza del giudice dal potere politico ne ha parlato già Platone nel dialogo La Repubblica. Ed è preoccupante anche perché Salvini, indispettito per l’attracco della Sea Watch avvenuto un po’ prima dell’ora da lui stabilita, ha subito gridato di arrestare il comandante e sequestrare la nave. Cercando così di scavalcare o almeno forzare molto la mano alla magistratura.

E’ inoltre preoccupante il mare di odio e di amanti delle lapidazioni nei commenti entusiasti di una miriade di persone nei cosiddetti social: a leggerli si tocca con mano il forte desiderio di violenza, quasi un bisogno primario di sfogo, che cova nelle viscere di un esercito di persone che non vedono l’ora di poter finalmente cominciare a menare le mani e di andare a prendere a casa “‘ste m***e di comunisti, fr**i e p****ne”. Con le ultime ovviamente da st****re. Lo scorso giugno ha fatto segnare temperature record, che in alcune zone non si registravano da un secolo. Passerà anche questa calda estate, come sempre accade. Ma se non si attenua l’incendio nelle viscere di troppe persone alla calda estate si rischia che segua un nuovo “autunno caldo”, ma di segno ben diverso da quello di 50 anni fa, e un inverno rovinoso. Con conseguenti guai per l’Italia intera.