Siria. Papa Francesco è meglio di Kerry: l’odio si nutre di menzogne

di Pino Nicotri
Pubblicato il 9 settembre 2013 7:17 | Ultimo aggiornamento: 9 settembre 2013 1:23
Siria. Papa Francesco è meglio di Kerry: l'odio si nutre di menzogne

Papa Francesco: prudenza con le guerre

In questa tragica e oscura vicenda della Siria, credo proprio sia il caso di dar retta a quanto dice Papa Francesco. E non solo perché, come giustamente ha detto, le guerre portano solo altri morti e servono per far lucrare l’industria degli armamenti, oggi più formidabile che mai in tutto il mondo (e asse trainante della ricerca e dell’industria degli Usa), ma anche per altri motivi che inducono tutti a concludere che la prudenza non è mai troppa. Non a caso il Papa alla preghiera domenicale dell’Angelus ha aggiunto: “No all’odio fratricida e a menzogne di cui si nutre”.

Cominciamo col dire che comunque il problema in Siria non sono tanto i 1.600 uccisi dal gas, chiunque li abbia usati, quanto gli almeno 100.000 morti, la massa di feriti e mutilati, le distruzioni e i milioni di sfollati collezionati dall’inizio della rivolta. Che, è doveroso dirlo chiaramente, è stata voluta e viene foraggiata dalle pessime monarchie saudita e del Golfo con il non disinteressato aiuto di Paesi occidentali. Detto questo, ammettiamo che i gas li abbia davvero usati l’esercito di Assad, come sostengono in molti, ma finora senza prove, anziché i ribelli e i mercenari, provocando la morte di 1.600 siriani. Basta questo per sostenere che “Assad è come Hitler”, cioè come l’inventore e il capo del nazismo che ha scatenato la seconda guerra mondiale e fatto ricorso ai campi di sterminio provocando in totale la morte di 40-50 milioni di persone? Basta questo per dire che “bisogna evitare una nuova Monaco”? Vale a dire, un nuovo accordo come quello che venne firmato da Inghilterra, Francia e Italia con la Germania nazista nel settembre del 1938, un anno prima che la Germania iniziasse la guerra. Basta questo per dire che “il mondo è in pericolo”? O che “è in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”?

Evidentemente no, non basta neppure alla lontana. Eppure è quanto hanno sostenuto e sostengono il presidente Obama e il suo segretario di Stato John Kerry a partire dalla recente riunione del G 20, come si chiama il consesso del 20 Paesi più sviluppati del mondo.

E’ perciò legittimo il sospetto che non potendo ricorrere all’invenzione di una nuova accusa come quella che permise a Giorgio Bush figlio l’invasione dell’Iraq, e cioè che anche la Siria possiede “armi atomiche e altre di distruzione di massa”, si ripiega sulla suggestione del paragone con Hitler o del pericolo che corre il mondo intero a partire dagli Usa. In realtà è evidente la volontà americana, supportata in tono minore da Inghilterra, Francia e Israele, e in tono maggiore dall’Arabia Saudita e altre monarchie di stampo medioevale del Golfo, di fare in Siria il bis di quanto già fatto in Libia contro Gheddafi e il tris di quanto già fatto in Afganistan quando era occupato dai sovietici. Si tratta cioè di appoggiare, finanziare, armare, istruire e assistere militarmente ribelli di ogni tipo, compresi gli islamisti di Al Qaeda desiderosi di instaurare anche in Siria un regime fanatico come quello dei talebani in Afganistan e di sottomettere la minoranza cristiana che in Siria ha una sua dignitosa posizione e che per questo si oppone alla ribellione in atto. Pur di cacciare i sovietici dall’Afganistan gli Usa non esitarono ad allevare un certo Bin Laden: la serpe in seno saudita che s’è poi rivoltato contro i suoi allevatori provocando tra l’altro il disastroso attentato suicida alle Twin Towers di New York.

In Afganistan, Iraq e Libia il risultato è stato il crollo dello Stato laico e unitario, per quanto poco o per nulla democratico, e il ritorno al tribalismo. Come dicevano i romani, “divide et impera”. Il bisogno occidentale del petrolio mediorientale giustifica questo e altro. Il problema però è che si tratta di un tribalismo spesso islamista, cioè fanatico e nemico dell’Occidente “infedele”, anche se non è certo una qualche tribù che può impensierire militarmente e politicamente l’Occidente. L’esperienza Bin Laden però insegna che il tribalismo se non può schierare eserciti potenti può immettere in circuito una buona dose di terrorismo. Una tossina velenosa che tende a essere permanente. Non tutti sono disposti, oggi, a fare la fine delle tribù degli “indiani d’America” o comunque a tornare indietro. Il mondo è cambiato, e sta cambiando ancora: tanto da dover ricorrere ogni volta a bugie grossolane per poter fare accettare alle proprie popolazioni e opinioni pubbliche una nuova guerra.

Detto questo, fa una certa impressione che si agitino così furiosamente contro l’uso di gas, certamente criminale e inammissibile, i governanti di un Paese come gli Usa che:

– i gas li usano nelle camere a gas dove vengono uccisi i condannati a morte, e tralasciamo che una ricerca ha appurato che almeno il 10% dei condannati a morte negli Usa è in realtà composto da innocenti;

– in Vietnam non solo hanno usato enormi quantitativi di armi chimiche nell’assurda guerra che uccise 58 mila soldati Usa e 3 milioni di vietnamiti, ma si rifiutano a tutt’oggi di far pagare i danni alle industrie che hanno molto lucreato con la produzione di quelle armi micidiali. In particolare, con il terrificante “agente Orange” usato dagli Usa per defoliare intere foreste e regioni con danni che durano ancora oggi, a 30 anni di distanza;

– hanno dato più volte a Saddam, durante gli otto anni – dal 1980 al 1988 – della guerra contro l’Iran, le informazioni raccolte dai loro satelliti spia sulla dislocazione delle truppe iraniane per permettere all’esercito iracheno di bombardarle con i gas. Bombardamenti che hanno provocato ogni volta un massacro varie volte più grande di quello addebitato oggi ad Assad.

Suscita disagio anche l’attivismo interventista di Kerry, disagio che deriva non solo dai suoi assurdi paragoni con Hitler, ma dal fatto che Kerry, volontario in Vietnam, a suo tempo non solo ha ammesso atrocità varie – riportate nel libro con la sua biografia autorizzata scritto da Douglas Brinkley – ma se n’è pentito al punto da diventare il portavoce dell’associazione dei veterani passati all’opposizione contro quella guerra. Ecco cosa ha detto il reduce-pentito Kerry nel 1971 davanti a una commissione d’inchiesta del Senato degli Usa: «I reduci di questa guerra hanno ammesso di avere violentato delle donne, aver tagliato delle orecchie, di aver decapitato delle persone, di avere attaccato fili di telefoni portatili a testicoli umani azionando al massimo la carica elettrica. Secondo le Convenzioni di Ginevra queste azioni si chiamano crimini di guerra».

Reduce dal Vietnam con una una medaglia stella d’argento, una di bronzo e tre Cuori Purpurei, Kerry ha aggiunto: “La nostra ultima missione di soldati è quella di distruggere le vestigia di questa guerra barbarica, di pacificare i nostri cuori, vincere l’odio e la paura che hanno guidato questo paese negli ultimi dieci anni, in modo che quando tra trent’anni i nostri fratelli cammineranno per strada senza una gamba, senza un braccio, o la faccia, e i bambini chiederanno loro perché, noi potremo rispondere “Vietnam” senza che questo significhi una memoria oscena di cui si vergognarsi, ma invece un luogo dove l’America finalmente capì e dove soldati come noi l’aiutarono a capire”. Il Kerry politico è nato quel giorno. E quando partecipò alla clamorosa protesta dei veterani del Vietnam che gettarono le loro onorificenze sul prato del Campidoglio, Kerry gettò quelle che pareva fossero le sue medaglie, ma anni dopo chiarì: “Credo nelle mie medaglie, non le avrei mai gettate. Quelle che lanciai mi erano state affidate da alcuni soldati invalidi che non potevano farlo”.

“Un imbroglione”, lo attaccarono alcuni commentatori.

Purtroppo era inventato anche “l’incidente del Tonchino”, vale a dire l’attacco del 4 agosto ’64 da parte di motosiluranti nordvietnamite contro due navi militari americane preso a pretesto per ingigantire l’impegno bellico statunitense in Vietnam. Che costò 200 miliardi di dollari ai contribuenti USA, la vita di 58 mila americani e di tre milioni di vietnamiti. Gli Usa scaricarono in Vietnam ben 7 milioni di tonnellate di bombe, quasi il triplo dell’intera quantità di esplosivo utilizzato durante tutta la seconda guerra mondiale. James Stockdale, comandante della squadriglia della Navy in volo di scorta sopra le navi, ha rivelato già da tempo: “Io li vedevo bene dall´alto: laggiù non c´era nessuna motosilurante nemica… c´erano soltanto l´acqua color di pece e il fuoco dei cannoni americani”.

La messinscena del Tonchino ha un illustre precedente. Il 15 febbraio 1898 un incrociatore Usa, il Maine, esplose nella baia dell’Avana allora possedimento della Spagna come l’intera Cuba. Gli Usa presero a pretesto l’esplosione per dichiarare guerra alla Spagna, che con la pace di Parigi nel dicembre dello stesso anno vide la fine del suo impero e l’ingresso di Cuba nell’orbita di Washington. Nel 1987 una speciale commissione d’inchiesta Usa stabilì che il Maine non era saltato per aria per un attentato degli spagnoli e che l’esplosione sarebbe avvenuta “a causa di esplosivi stivati troppo vicino alle caldaie”. Un modo elegante per non ammettere apertamente che la nave era stata fatta saltare dagli stessi statunitensi, visto che è impossibile che una nave militare stivasse gli esplosivi vicino alle caldaie anziché nell’apposita santabarbara.

La frottola delle “armi di distruzione di massa”, atomiche comprese, che nel 2003 permise l’invasione dell’Iraq, ha un piccolo ma significativo precedente. Quando nel ’91 gli Usa, sotto l’egida dell’Onu e con il concorso di32 Paesi, decisero di intervenire contro l’Iraq perché aveva invaso il piccolo ma assai ricco di petrolio Kuwait, l’opinione pubblica mondiale venne sconvolta dal racconto di una giovane infermiera kuwaitiana sulla barbarie dei soldati di Saddam Hussein sfociata nell’irruzione nel reparto maternità dell’ospedale di Kuwait City per rubare le incubatrici dopo averne spiaccicato a terra i neonati. L’”infermiera” era in realtà la figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington, studentessa negli Usa, e l’episodio delle incubatrici era stato inventato di sana pianta dall’addetto alle comunicazioni del presidente Reagan, Mike Deaver, in collaborazione con la Hill & Knowlton, una delle più importanti società internazionali specializzate in strategie della comunicazione e relazioni e affari pubblici. Per la cronaca, è stato appurato che quel reparto di maternità di Kuwait City non aveva nessuna incubatrice…..

Conclusione: tutto sembra dar ragione alla prudenza di Papa Francesco. E alla sua affermazione riguardo le menzogne di cui l’odio sempre si nutre.