Suicidio o omicidio? I 5 casi del criminologo Lavorino

di Pino Nicotri
Pubblicato il 8 maggio 2019 8:50 | Ultimo aggiornamento: 8 maggio 2019 8:50
Suicidio o omicidio? I 5 casi del criminologo Carmelo Lavorino

Suicidio o omicidio? I 5 casi del criminologo Lavorino

ROMA – Ha la forma di un libro, ma in realtà è una bomba. Che può provocare sconquassi, visto ciò che sostiene l’autore: “La massima aspirazione, il sogno di un assassino deciso a farla franca è far passare la propria vittima come suicida anziché come assassinato. Confondere cioè le carte creando delle apparenze che depistino le indagini, anzi che le evitino. Ma, come dice il proverbio, l’apparenza inganna. E io in cinque casi di morte fatta passare per suicidio dimostro che per ognuno c’era invece una mano assassina”.

A parlare è il criminologo e docente universitario Carmelo Lavorino, attualmente impegnato come consulente di parte per gli omicidi di Serena Mollicone (giallo di Arce, consulente della famiglia Mottola accusata in blocco) e del piccolo Gabriel Feroleto (delitto di Piedimonte, consulente di Donatella Di Bona madre della vittima). E i cinque casi di morte passata artatamente per suicidio li ha sviscerati e passati al microscopio in un libro il cui titolo parla chiaro: “FIVE – Cinque omicidi camuffati da suicidi”. 

In 360 pagine appassionate e appassionanti vengono esposte cinque analisi investigative che mettono a nudo impietosamente quelli che Lavorino definisce senza peli sulla lingua clamorosi errori degli inquirenti: cinque saggi di vero metodo investigativo, dove l’autore unisce, armonizza ed applica le scienze dell’analisi del comportamento, della scena del crimine, delle tracce e del modus operandi dell’assassino, della logica e dell’intelligence. Il libro verrà presentato il 16 maggio a Roma, il 23 a Viterbo, nei primi di giugno a Milano, Genova e Ascoli.

Professor Lavorino, perché ha scritto questo libro e di cosa tratta esattamente?

“Tratta di cinque casi di morte violenta di cui mi sono interessato professionalmente come consulente dei familiari delle vittime e dei loro legali. Venni incaricato per dimostrare che si trattavano di omicidi e non di suicidio, cosa che ho fatto, dimostrando scientificamente, logicamente e in chiave criminalistica, criminologica, investigativa e d’intellegence che; 1) sono omicidi e non suicidi come invece hanno ritenuto gli inquirenti; 2) giustizia non è stata fatta; 3) esistono precise piste da battere e “bucce mai sbucciate da sbucciare”; 4) vi sono cinque colpevoli in libertà e non puniti,; 5) vi sono cinque errori investigativi da correggere.

È giusto precisare che in ogni caso le apparenze, a una prima impressione, inducevano a non escludere l’atto suicidiario, addirittura, per i casi Rodolfo Manno e Umberto Cocco, molto lasciava ritenere che si trattasse di suicidio. Devo però ricordare e confermare che il vero investigatore criminale deve essere sempre e comunque sospettoso, diffidente, metodico, implacabile segugio: mai deve farsi ingannare dalle apparenze, deve ipotizzare sempre il peggio, deve sempre ritenere che si tratti di un omicidio abilmente camuffato da suicidio, incidente o morte naturale.

Ed è giusto anche precisare che ogni indagine deve essere effettuata seguendo il principio delle “CINQUE A”, e tutti i principi e le regole dell’investigazione criminale”.

Quali sono queste Cinque A e cosa significano?

“In questo caso “A” sta per Accuratezza in tutti e cinque i casi, che la prego di scrivere tutti in maiuscolo:
1) – Accuratezza della RACCOLTA DELLE DICHIARAZIONI TESTIMONIALI. 
2) – Accuratezza della SCELTA DELLE CIRCOSTANZE CHE POSSANO INDICARE UNA DIREZIONE D’INDAGINE E LA PISTA INVESTIGATIVA DA SEGUIRE. 
3) – Accuratezza delle attività di SOPRALLUOGO, REPERTAZIONE, CATENA DI CUSTODIA DELLE PROVE. 
4) – Accuratezza delle INDAGINI DI LABORATORIO E MEDICO LEGALI. 
5) – Accuratezza delle SCELTE IN FASE DECISIONALE”.

Perché ha voluto impegnarsi in questo lavoro e pubblicarlo come libro?

“Per molti motivi:
– perchè la verità deve essere raccontata e gridata; per senso di giustizia, per restituire l’onore alla memoria delle vittime ed alle famiglie; per fare individuare le giuste piste e i colpevoli.
– Per fare riaprire le indagini.
– Per fare conoscere le regole della giusta investigazione.
– Per comunicare il messaggio: fate le cose in modo approfondito, non fatevi ingannare dalle facili apparenze.
– Per insegnare che la sinergia, la coerenza e il coordinamento della criminologia, della criminalistica, dell’investigazione e dell’intelligence, applicati in modo serio e scientifico, porta a prestazioni specialistiche professionali eccezionali.
– Per dimostrare che qualunque investigazione criminale deve essere effettuata applicando un metodo rigoroso, scientifico e interdisciplinare; che i dati su cui si lavora devono essere esatti e di altissima qualità, quindi non dati incerti, a due facce, forzature; che le decisoni e il decisore devono agire con freddezza, decisione, senza interessi personali o di équipe, oculatezza e precisione, senza farne una questione personale”.

Ci racconti quali sono questi cinque casi: quando si sono verificati e chi sono le vittime?

“Il 16 giugno 1994 il brigadiere dei carabinieri Salvatore Incorvaia venne ucciso nella zona di Monza e ritrovato all’interno della sua vettura Audi. Il cranio era stato trapassato da un proiettile dalla tempia destra alla sinistra; fra le mani aveva la sua pistola d’ordinanza, una Beretta parabellum 92SB calibro 9. Il caso mi venne affidato dall’avvocato Francesco Mongiu di Monza e dai famigliari della vittima, il padre Giuseppe e la sorella Sabina.

La morte di Incorvaia è ancora oggetto di scontro fra la sua famiglia e gli inquirenti di Monza che, nonostante NULLA propenda per il suicidio, si comportano come descrisse mirabilmente il Manzoni nella Colonna infame “… spengono il lume per non vedere la cosa che non piace…” I familiari del brigadiere si stanno rivolgendo alla Procura generale di Milano per avere giustizia.

Il 14 luglio 1998 l’imprenditore Mario Natali fu ammazzato con un colpo di proiettile per cinghiale all’interno della sua villa a Valentano (Viterbo), proiettile esploso dal suo fucile calibro 12. La calotta cranica era inesistente, il cervello sfracellato ed esploso, la casa a soqquadro.

Il caso mi venne affidato grazie al detective perugino Raniero Rossi incaricato dall’avvocato Andrea Mori di Siena e dai famigliari della vittima, in particolare dal padre Fausto e dal fratello Camillo. Anche in questo caso vi furono forti polemiche fra la famiglia della vittima, noi, loro consulenti, e gli inquirenti, abbarbicati sulla tesi del suicidio.

Il fisico ascolano Rodolfo Manno scomparve il 14 febbraio 2002 per essere rinvenuto morto nel mare Adriatico, a largo di Ortona (Chieti), una settimana dopo. In una spiaggia di Civitanova Marche vennero ritrovati i suoi effetti personali e una drammatica lettera dove annunciava il suicidio. Il caso mi venne affidato dall’avvocato Giusy Maurizi di Ascoli e dal padre della vittima, Antonino Manno, ex ufficiale dell’Esercito. Qui l’assassino venne aiutato, oltre che dall’inadeguatezza investigativa, anche dalla fortuna (forse): il medico legale che aveva eseguito l’autopsia venne colpito da un ictus e tutti i dati da lui raccolti andarono persi: non si sono mai perciò conosciute la causa della morte e le evidenze medico legali e forensi.

Il cadavere di Claudia Agostini, professoressa d’inglese, fu scoperto la mattina del 13 ottobre 2003 a Roma in via della Lungara, fra due macchine. La donna indossava una tutta ginnica e calzava scarpe ginniche. Inzialmente gli inquirenti ipotizzarono un incidente stradale, poi un malore o il suicidio.

Il caso mi venne affidato dal padre della vittima, il multiforme e dinamico Athos Agostini, deceduto qualche anno fa e dall’avvocato Luigi Vincenzo. Nonostante il primo pubblico ministero non ritenesse che si trattasse di omicidio, il Gip fu di parere contrario ma dovette fermarsi di fronte agli errori iniziali dell’indagine ed all’impossibilità di arrivare a una soluzione. Successivamente un altro pubblico ministero seguì i sospetti del padre espressi tramite un esposto, ma dovette fermarsi anch’egli a causa del disastro causato dalle prime indagini.

Umberto Cocco la mattina del 6 settembre 2009 viene svegliato dalla madre perché devono andare all’aeroporto. Dopo diversi minuti la madre sente un colpo di pistola. Trascorso qualche minuto entra nella casa del figlio e lo trova in una pozza di sangue con la testa devastata da un proiettile esploso dalla pistola Smith & Wesson, rinvenuta accanto al cadavere.

Il caso mi è stato affidato dall’avvocato Maria Eugenia Mongini di Roma e dalla madre della vittima, la signora Elena Gentile, per ricostruire la “dinamica suicidiaria”. Dopo un’analisi sistemica dei dati e della scena del crimine, applicando anche il metodo della BPA (analisi delle macchie di sangue) capovolsi i presupposti e dimostrai, invece, che si trattava di omicidio e non di suicidio”.

Professore, lei punta alla riapertura delle indagini, ma crede che la concederanno? Sarà dura che vengano ammessi così tanti errori…

“La riapertura delle indagini mi pare semplicemente doverosa. Anche se, certo, è difficile che come dice lei vengano ammessi così tanti errori”.